MARIA ROSA CUTRUFELLI.
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LA DONNA CHE VISSE PER UN SOGNO.
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Frassinelli Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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Parigi, 1793: Robespierre controlla con il Terrore un paese pressato dalla guerra e sconvolto dalla ribellione in Vandea, ma c chi non si lascia intimidire da Madama Ghigliottina e si batte con coraggio, fino alla morte, per realizzare il sogno di una societ di liberi e uguali.
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Tra costoro spicca Olympe de Gouges, la celebre autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, da sempre in prima fila per la difesa degli ideali repubblicani. Questo  lintenso romanzo della sua vita, in particolare degli ultimi, tragici mesi, e a raccontarcelo  la stessa Olympe. Ma il suo avvincente resoconto sintreccia con le voci delle donne che attraversano con lei la Rivoluzione, in una Parigi tumultuosa ed esausta: la giovane giacobina che la denuncia, lanziana domestica, lartista che la ritrae, le dame e le popolane con cui divide la cella in carcere, le comari che
assistono al suo processo, la fragile nuora Un maestoso coro femminile che narra la bellezza e insieme lorrore di un tempo che spalanca le porte alla modernit.
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Basato su documenti dellepoca, il libro colma attraverso linvenzione narrativa alcuni vuoti e misteri storici: il rifiuto di Olympe di evadere dal carcere, lultimo amore, il sofferto rapporto con il figlio, che evita di esporsi troppo in sua difesa. Ogni pagina cattura e appassiona, ma  soprattutto la protagonista a emergere con vigore, una figura al tempo stesso tenera e intransigente, spavalda e schiva, energica e stanca: Io sono solo una donna scrive quando  ormai prossima alla fine. Una donna che ha voluto essere qualcuno.
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Autrice sensibile e attenta alle tematiche legate alluniverso femminile, Maria Rosa Cutrufelli raggiunge qui una smagliante maturit di narratrice, che a un intreccio finemente elaborato sa prestare una scrittura fortemente empatica con i suoi personaggi, cui riesce a dare spessore e umanit, luci e ombre.
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LAUTRICE.
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MARIA ROSA CUTRUFELLI, nata a Messina, cresciuta fra la Sicilia e Firenze, ha studiato a Bologna e, dopo aver viaggiato e vissuto per qualche anno in Africa, ora vive e lavora a Roma. Dopo gli studi universitari collabora con numerose riviste letterarie e di critica. Ha curato alcune antologie di racconti e scritto diversi radiodrammi per la Radio Televisione Italiana ed ha fondato e diretto per dodici anni Tuttestorie, rivista di narrativa e letteratura.I suoi saggi e i suoi romanzi sono tradotti in una numerose lingue.

La sua produzione letteraria consiste di: La briganta, del 1990; Complice il dubbio, del 1992, da cui  stato tratto il film: Le complici; Canto al deserto, del 1994; Il paese dei figli perduti, del 1999; due libri di viaggio: Mama Africa, del 1993, e Giorni dacqua corrente, del 2002; La donna che visse per un sogno del 2004, che entr fra i cinque finalisti del premio Strega e fu vincitore dei premi Penne, Racalmare-Sciascia e Donna-Citt di Alghero; Damore e dodio del 2008, vincitore del premio Tassoni; I bambini della Ginestra del 2012, vincitore del Premio Ultima Frontiera; Il giudice delle donne del 2016.
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La donna ha il diritto di salire sul patibolo; deve avere ugualmente il diritto di salire alla tribuna.
Olympe de Gouges.
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Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, articolo 10, Parigi, 14 settembre 1791.
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Olympe sal sul patibolo, ma nessun altro diritto venne ottenuto dalle donne durante la Rivoluzione.
Ausa Del Re, gennaio 1989.
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Luglio 1793.
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Hyacinthe.
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e cos sono diventata un gufo. Io, Marie Anne Hyacinthe Mabille, nata a Parigi, paradiso
delle donne, purgatorio degli uomini e inferno dei cavalli, come si diceva prima della Rivoluzione.
Sono nata a Parigi e ci sono cresciuta, in mezzo a grida di ambulanti e ruote di carrozze e
vetture dogni genere, cabriolet, wisky, diligenze, carriole, carabas, berline, berlingot, birocci, furgoni,
vis--vis, turgottine, fiacre che intasano le vie a ogni ora del giorno e della notte. Il luogo pi rumoroso
dellintero universo. Ma poi il mestiere di Pierre, che  il mestiere della guerra, mi ha portato sulle rive
della Loira, a respirare quel notturno odore di oblio che si nasconde nelle pietre di ogni citt di fiume
tranne Parigi.
Tours.
 qui che vivo da pi di un anno.
In una citt che offre acque invadenti, pontili moribondi sotto piene che ristagnano, chiatte
abbandonate su sponde melmose e soprattutto silenzi, che si prolungano fino a farmi scambiare lalba
con il tramonto.
Ed eccomi trasformata in un gufo insonne, con occhi grandi e ciuffi scompigliati sulla fronte.
 il mio segreto e io lo nascondo con ogni cura. Pomate bianche per cancellare la stanchezza
dallincarnato, acque vivificanti per gli occhi, balsami miracolosi capaci di ingannare chiunque. Perfino
Pierre, che ben di rado, una notte su quindici, su venti forse, riesce a dormire nel nostro letto dalle
cortine frangiate, comodo e due volte inutile.
A che serve, dico io, questo letto sontuoso, lunico lusso della nostra vita in comune, se ogni
sera, appena smorzo la lampada sulla toletta, nella mia testa si accende la punta di unaltra fiamma? Un
frammento di luce ogni notte pi giallo e ostinato che nemmeno una goccia doppio oggi e due domani
avranno il potere di spegnere.
E a cosa servono queste cortine di damasco e seta che scendono ai quattro lati per rendere pi
dolce lintimit se a Pierre non spetta per la maggior parte del tempo che un giaciglio provvisorio in
qualche accampamento militare, laggi a La Rochelle, lungo le coste di un mare che dicono molto
verde e molto freddo?
Io non lho mai visto. Ho diciannove anni e due figli, ma fino a poco pi di un anno fa
conoscevo soltanto Parigi e davvero non pensavo di dover conoscere altro. Del resto si sa che chi nasce
a Parigi  francese due volte Per il mare mi piacerebbe vederlo.
Mio padre me laveva promesso, ma rimanda un giorno rimanda laltro Sono i suoi affari che
lo tengono fermo, inchiodato alle mura che tira su dal nulla e che trasforma in case dove tenere a
pensione ufficiali e studenti. Lui il mondo lo costruisce, lo imbriglia, lo organizza. Non ha bisogno di
muoversi per andarlo a scoprire.
E nelle cucine o sulle scale di queste case che anchio ho imparato a distinguere un alverniate
da un savoiardo e perfino a imitare la cadenza di Tolosa. Ho un buon orecchio, per le lingue come per
la musica.
Specialmente per la musica. Prima della Rivoluzione, quando ancora era possibile ascoltare
nelle chiese qualche brano ben eseguito, prendevo sottobraccio mamma e andavo. E se sognavo di
mettermi in viaggio, era soltanto per aver loccasione di gustare le opere dei compositori viennesi o dei
maestri prussiani. Ma passaporti, bagagli, diligenze, orari, in fondo erano fatiche superflue per me che
avevo tutto il mondo a portata di mano. Tutto il mondo era l che saliva e scendeva per le scale delle
case di mio padre, in modo che io non sentissi la necessit di andare a cercarlo da unaltra parte.
Anche Pierre lho incontrato in questo andare e venire, il giorno in cui lAssemblea Nazionale
vot per sostituire la bandiera bianca gigliata con il tricolore.
Alloggiava in una stanza del secondo piano, quella con il tappeto blu. Nel cedermi il passo sulla
scala, la sua manica sfior la mia. Luniforme di caporale, compagnia della sezione del Lussemburgo,
gli fasciava meravigliosamente i polpacci e, sul momento, non pensai che luniforme del soldato , a
ben scavare, come la cuffia della serva, qualcosa che copre un destino di strette obbedienze.
Caporale, sotto-luogotenente, luogotenente di fanteria, capitano, capo battaglione E, dun
tratto, generale in seconda presso larmata della costa.
La sua carriera  stata rapida, un crescendo che ci ha scagliato alla velocit di un lampo nel bel
mezzo di una vita nuova.
Da caporaletto con scarsi mezzi e scarse responsabilit a generale in seconda: un miracolo. Ma
il miracolo  accaduto grazie a sua madre e Pierre dovrebbe rammentarsene in ogni circostanza, anche
ora che tutto si  complicato, che i meriti di un tempo appena trascorso rischiano di diventare pericolosi
demeriti e gli antichi ministri della guerra, amici e ammiratori di Olympe, di questa sua madre amata da
molti e odiata dai pi, sono agli arresti o espatriati in Inghilterra.
Per quanto mi riguarda, allinizio ero ovviamente fiera del suo successo, e tuttavia spaurita da
qualcosa che forse era la rapidit di quel cambiamento e forse un disagio pi largo. Perch alla stessa
velocit con cui Pierre cambiava di grado, cambiava anche Parigi e cambiavano la Francia e la
Rivoluzione e la guerra che da lontana si faceva sempre pi vicina, ci sovrastava tutti.
Pierre Aubry, generale in seconda presso larmata costiera.
Sono stata io a piangere e pregare perch mi portasse con s.
Lasciarlo era una pena troppo grande, mi sarei ammalata di dolore. E anche lui daltronde
diceva che sarebbe morto di tristezza senza la sua Hyacinthe.
Jean-Hlie aveva soltanto quattro mesi e, lungo lintero tragitto da Parigi a Tours, Pierre gli
cant delle arie italiane per distrarlo e farmi contenta, e lo prese in braccio quando le ruote
sprofondarono negli avvallamenti e risalirono schizzando pietre e la carrozza tremava in tutte le sue
assi.
Il bambino cercava di nascondersi schiacciando il naso contro il panno delluniforme. Io lo
guardavo, poi spostavo lo sguardo sul mio giovane generale con il suo piglio ancora incerto di padre e
non sapevo se rallegrarmi o dar retta a uninquietudine che mi faceva muovere le mani per rassettare di
continuo una piega dellabito.
 stato durante quel mio primo viaggio che ho perso la capacit di abbandonarmi al sonno e non
lho mai pi riacquistata.
E come avrei potuto
Un intero inverno da sola ad aspettare il ritorno di Pierre dai campi di battaglia e il bambino
piccolo e quellaltro che cresceva dentro di me e non cera mia madre e nessuno a cui chiedere le mille
cose che avrei voluto chiedere, perch partorire in una citt che non conosci  ben faticoso e perfino
lumidit che trasuda dai muri ha il sapore delle lacrime.
Adesso non piango pi. Ma ogni sera, quando mi siedo a spiare dalla finestra il buio che avanza
lungo il fiume, penso con meraviglia a quanto era facile vivere nella casa di mio padre, nella mia stanza
con la tappezzeria di carta azzurra e il piccolo scrittoio in legno dabete. Un angolo intero era occupato
dal clavicembalo su cui accennavo di nascosto motivi che mi facevano abbassare le palpebre e bruciare
le orecchie. Penso, s, penso al sole di Parigi che tramontava fra i palazzi in fondo alla via mentre io
sfioravo piano i tasti cantando sottovoce: No, no, il dio che fa amare
La moglie del capitano de Guillebon ha due guance olivastre su cui spalma un belletto pi
acceso, scommetto, di quello che una volta usavano le dame di corte.
Nonostante le notizie che ci arrivano dai confini della Francia e quelle per noi ben pi
inquietanti che ci raggiungono dalle campagne vicine o addirittura dalle strade della citt, le giornate a
Tours possono essere orribilmente lunghe e noiose e le visite altrettanto, dal momento che la
compagnia  buona solo se  scelta e io certo non avrei mai scelto la signora de Guillebon. Giorni
troppo solitari e al tempo stesso troppo fitti di inutili conversazioni. Perch fra gente bennata, si sa, il
tacere  intollerabile.
Che fortuna, mia cara. Un musetto delizioso, davvero gradevole, anche a me non dispiacerebbe
averlo per casa, eccola dunque che squittisce, la signora de Guillebon, squadrando la mia
preziosissima servetta attraverso locchialino incastonato nel ventaglio. Che fortuna, ripete smettendo
lesame e facendosi vento con polso pigro.
Non discuto, sono daccordo. La mia fortuna si chiama Pauline, che ha tempie delicate sotto gli
smerli inamidati della cuffia e per braccia robuste e sa rifare un letto e non ho dovuto penare molto a
insegnarle le giuste maniere. La mia preziosa Pauline ha imparato in fretta come si sta a servizio in una
casa e ormai si muove come se avesse alle spalle una lunga esperienza, un servizio di anni. Nessuno
direbbe che fino a qualche mese fa, prima che tutte le seterie e le manifatture venissero chiuse, anche
lei torcesse seta in un laboratorio dalle parti del mercato. Oggi non se ne trova uno aperto nel raggio di
non so quante leghe e la situazione continua ad aggravarsi ogni giorno che passa, perch le seterie sono
chiuse, ma un pane in citt costava fino a quattro soldi prima che obbligassero i fornai a venderlo a
met prezzo.
Torceva seta. Eppure  diversa dalle donne che vengono a bussare alla porta e a chiedere lavoro,
con il collo giallo e la faccia stolida, da galline malate. Pauline possiede una grazia spontanea che le
signore apprezzano molto, a quanto sembra.
Soprattutto la moglie del capitano, che viene da Santo Domingo e ha una piccola serva negra
che lei stessa ha battezzato molti anni or sono con il nome di Flicit.
Nelle isole, racconta sorbendo a sorsi golosi la cioccolata che ogni mattina le offro per
ringraziarla delle sue visite, perch bisogna anche ringraziare, laggi si conduce una vita molto
stancante. Schiavi da controllare. Schiavi da comandare.
Schiavi. Negri. Esseri naturali per i quali lesistenza si riduce a istinto e dissipazione.
Non potete nemmeno immaginare, mia cara, i problemi, le responsabilit
 difficile dare ordini a uomini e donne, donne in primo luogo, incapaci di qualsiasi principio
morale.
 un fardello che ci impone la civilt, amica mia. Dobbiamo prenderci cura delle loro anime e
della loro educazione. La patria ce li ha affidati.
Anche se proprio nella madrepatria la responsabilit diventa doppia e la fatica pure, si lamenta
la signora, in particolare in una citt come Tours, dove la negra Flicit non osa uscire da sola,
nemmeno per comprare un mazzetto di prezzemolo al mercato. Basta che metta il naso fuori dalla porta
e subito le si accoda un drappello di mocciosi che la fissa con gli occhi storti e la bocca aperta, e fin qui
niente di male. Da queste parti non se ne vede gente della sua razza, non  come a Parigi, dove regna la
moda dei servi negri fin dai tempi di Jean Amilcar, il piccolo senegalese portato in dono alla regina da
un viaggiatore straniero. Insomma, che guardino pure, uno sguardo non fa danno. Ma c chi non si
contenta e tira sassi.
e allora addio la mia scimmietta, gioca vezzosa la signora de Guillebon, solleticando con il
ventaglio il braccio nudo della serva Flicit, in piedi dietro la sua poltrona. Lei si schermisce agitando
le mani, la pelle nera sincrespa di brividi men tre dalla gola le esce a singulti una cascata di risatine
gutturali da uccello.
No, non una scimmia. Semmai, un pappagallino allegro.
Questo  la servetta negra Flicit, con il suo turbante rosso e oro, il fazzoletto da collo degli
stessi colori e limmenso grembiule bianco.
Io invece, ahim, non sono che un gufo.
Quando cala loscurit vorrei almeno aprire le ali e batterle e volteggiare di strada in strada
come il Gufo di Parigi, il filosofo selvaggio, lo scrittore pazzo che ogni notte incide il calendario della
sua vita sugli archi dei ponti.
Pierre lo conosce. Lha visto per la prima volta nella bottega della vedova Duchesne, in rue
Saint-Jacques, nascosto sotto un gran mantello sudicio a mezza gamba.
Rtif, si chiama. Rtif de La Bretonne. Per lui, per il grande Gufo solitario, il giorno  torbido e
la notte trasparente.
Per me invece, piccolo gufo domestico, la notte  una pietra con i bordi scheggiati dalle mie
unghie. Io la scruto dal mio letto vuoto o dal balconcino in fondo al corridoio. E resta opaca.
Olympe
Siamo arrivati. Il predellino viene abbassato. Un filo daria entra a smuovere il chiuso calore
della carrozza, ferma alla stazione di posta.
Justine, che soffre il viaggio, scende per prima, frusciando nelle pieghe della gonna fuori moda,
tagliata in un taffett pi rigido delle sue ginocchia. Dopo di lei, mettendo avanti un bastone dal
pomello di legno nudo, smonta il vecchio raccolto lungo la strada. Non ha mai girato gli occhi nella
nostra direzione.
Per tutto il tempo se n rimasto nel suo angolo, attaccato al bastone con entrambe le mani,
biascicando saliva al ritmo delle ruote.  lunico passeggero, oltre a noi. Non sono tempi buoni per
viaggiare. Rare le diligenze, rari i viandanti.
Ma sono arrivata. Il sospiro che mi gonfia il petto  tuttavia pi di rammarico che di
soddisfazione. Senza averne davvero lintento, con parsimonia, azzardo qualche mossa che mi dia
coscienza dellarrivo, raddrizzo la schiena, rialzo una ciocca sulle tempie, scosto il velluto marrone
della tendina che mi impedisce la vista.
E il villaggio appare, con il suo castello in alto e in basso un cippo romano. Un villaggio come
tanti, che si allunga sulla riva destra della Loira. Intatto. Non vedo porte schiodate o tetti bruciati. Il
fumo che si alza sulle case  bianco: il buon colore smagliato che esce dal focolare domestico.
La guerra  dallaltra parte della Loira, sulla riva sinistra. L dove il fumo segna lorizzonte con
il tratto nero di un carboncino.
Guerra?
Cos la chiamano. Eppure i nemici non indossano lalto cappello dei prussiani o il manto da
marina degli inglesi.
Qui il nemico si leva dal campo che sta coltivando, suolo francese, e assale con lo schidione e la
zappa i soldati venuti da Parigi, anzi i culi blu - questo, mi dicono,  il termine usato.
Quindi se ne ritorna al campo, contadino prima e contadino dopo. Ma i generali la chiamano
guerra, e anche mio figlio  un generale e la chiama allo stesso modo.
A lato della stazione di posta, linsegna di una locanda promette sidro alla spina. Secchi sbattuti
al suolo. Scarponi chiodati che si avvicinano, si allontanano, tornano ad avvicinarsi.
Finimenti smossi, briglie staccate. Soffi di cavalli. Nitriti. Rumori di fine viaggio.
Davanti al portello spalancato della carrozza, il postiglione, scarno, scuro, baffuto, aspetta che
mi decida a scendere.
Che aspetti. Ha unaria tanto paziente che vien voglia di approfittarne. Se fosse parigino si sa
come sono i cocchieri di Parigi, litigiosi, insofferenti, imbroglioni, ne ho portati pi duno davanti al
giudice di pace un cocchiere parigino mi avrebbe gi buttato fuori senza complimenti. Invece
questuomo dai baffi impolverati che puzzano come la coda dei suoi cavalli sa attendere. Lancia
oblique occhiate damore al bicchiere di sidro sullinsegna della locanda, ma tace. Che aspetti, allora.
Sono stanca. Non per il viaggio. Cinque leghe da Tours, pi o meno, non sono gran cosa,
nonostante il fondo sassoso della strada e le molte ore da trascorrere ballando su una pancaccia rivestita
di panno senza imbottitura. Ma non  la stanchezza fisica a fiaccarmi, quel dolore che non  dolore e
dalla nuca scende alle reni, ai muscoli delle cosce, si accumula nei tendini, brucia nella pianta del piede
e ti fa sentire viva, dolorante ma viva in ogni singola parte del corpo.
La stanchezza che provo adesso  tuttaltro. Pi che fatica,  un fastidio. Uno sconforto che non
nasce dal corpo ma dalla mente o, forse, da unindecisione del cuore.
Una mosca mi passeggia sulla manica del vestito, unaltra ronza piano dentro le pieghe della
tenda. Il sospiro chiuso nel petto esce, finalmente, mentre apro il medaglione che porto nei drappeggi
della cintura assieme allorologio, un gesto che viene da s, pi volte al giorno.
Il ritratto  somigliante. Fronte da pensatore, naso aquilino, bocca che seduce. Pierre, mio figlio.
Occhi grigi come quelli di mia madre, capelli bruni come i miei. E un discorrere bollente.
Simile al mio, solo un poco pi perentorio.
Cercate di contenervi, questo  stato il suo saluto quando ci siamo ritrovati a Tours.
Non lo vedevo da pi di un anno, dallepoca del suo trasferimento, e da mesi non ricevevo
lettere di suo pugno Poi vengo a sapere che  ferito.  grave, lhanno tirato fuori da sotto il suo
cavallo, vivo per miracolo, mi riferisce un amico del ministero della Guerra, e io brigo e imploro per
ottenere un passaporto, uscire da Parigi, correre a vedere con i miei occhi, toccare con le mie mani.
Al mio arrivo trovo soltanto Hyacinthe e i bambini. Lui non c. Lo aspetto. E quando
finalmente rientra: Cercate di contenervi
Dovrei contenermi, secondo mio figlio. Contenersi. Che parola giudiziosa, che espressione
prudente. Assolutamente inadeguata alla mia vita, questo  certo. E anche, temo, alle stravaganze di
una Rivoluzione nata per abbattere i tiranni e che poi torna a fabbricarseli da s.
Non  cos, figlio mio, vorrei dirgli, non  trascurando perfino il rispetto che mi  dovuto che mi
convincerai alla prudenza.
E mi piacerebbe stringere le sue spalle, sfiorare con le dita quella cicatrice sul sopracciglio
sinistro che prima non cera.
Invece mirrigidisco e una rabbia amara mi esce dal petto e dalle labbra: Contenersi che
significa?
Significa che dovete smettere.
Smettere che cosa?
Di chiamarlo come lo chiamate.
 triste che non abbia neppure la forza, non dico il coraggio, di pronunciare quel nome.
E come lo chiamo?
Nel modo che sapete.
Zanzara ambiziosa? ribatto con un riso aspro che mi sincolla al palato. E demagogo. Non
dimenticare, Pierre: demagogo.
Quale altro appellativo merita un Robespierre? Un uomo che cerca il favore del popolo per farsi
padrone della Francia? Forse apostolo dellanarchia e dei massacri, s, questo  lepiteto che pi gli si
addice.  diventato pallido, mio figlio. Si  tirato indietro di scatto, come per sottrarsi al suono stesso
delle mie parole, ed  uscito di furia dalla stanza. Ma, prima, ho visto distintamente le sue labbra
muoversi, mute, formulando due sillabe: Pazza
Nellimpallidire i leggeri segni del vaiolo sulle sue guance si rafforzano, e in un gorgo di terrore
io vengo risucchiata indietro nel tempo, fino al suo letto di bambino malato, gli occhi che si spalancano
in un viso stravolto, gonfio, coperto di macchie scure, occhi che dun tratto mi guardano. Prometto
qualsiasi cosa, quando sono dentro quel gorgo. E anche questa volta ho promesso: va bene, mi conterr.
Un sacrificio che  composto di tanti, distinti sacrifici: andar via da Parigi, ritirarsi in campagna,
comprare una casa
Sono qui per questo. In un villaggio che la guerra non ha ancora toccato, sulla riva destra della
Loira, sotto un sole scialbo per la gran calura. Sono venuta a mantenere la mia promessa.
Ad acquistare la casa del fondo Figuier con i suoi quattro ettari di bosco, i campi di grano, i
vigneti, la pressa, i barili per il vino nuovo, le vacche, il toro, la terrazza che guarda verso il fiume e il
giardino e gli alberi di fico e quel piccolo padiglione ricoperto di luppolo con le foglie a forma di cuore
per lora del caff o della cioccolata. Il luogo ideale per la mia gatta e i miei cani. Un ritiro perfetto, che
senza dubbio il grande padre Rousseau mi avrebbe invidiato: casa comoda, campagna coltivata.
Qualit che costano care, diecimila e cinquecento franchi per lesattezza, quasi tutto quello che
possiedo. Un investimento
Ma perch dovrei impegnare le mie sostanze in una casa di campagna che il cittadino
Louis-Francois Blanchet, fornaio, si  accaparrato trafficando in assegnati* e che ora vuol rivendere in
moneta sonante?
Perch non ho alternative: la risposta  semplice e Pierre ha torto, non sono cos pazza da non
cercare un riparo che mi sottragga alla violenza che  entrata perfino nellaula sacra della Convenzione,
occupando le tribune del pubblico e gli scranni dei legislatori. Una violenza omicida che distrugger, 
facile prevederlo, tutto ci che resta dello spirito dellottantanove.
Cittadina, mi sollecita finalmente la voce del postiglione.
e adesso dovrei smontare dalla carrozza, entrare in paese, chiedere della bottega di
Louis-Francois Blanchet, contrattare il prezzo del fondo
No, non ancora. Non scender. Che aspetti.
Luomo si volta verso la locanda, quindi verso di me, di nuovo verso la locanda, si fruga tra i
baffi, borbotta parole indistinte.
Alla fine si stringe nelle spalle e si avvia a lunghi passi decisi verso il suo bicchiere di sidro,
facendo schioccare a vuoto la punta del frustino.
Nella carrozza  ripiombato il caldo, laria  ferma e io la smuovo con il piccolo ventaglio a
ciuffetto attaccato allabito da viaggio. Sollevo ancora un lembo della tenda e con lo sguardo seguo il
fumo nero che dalla riva sinistra della Loira si allarga, riempie il cielo e, nel volgere di un attimo, corre
a mischiarsi con il fumo bianco della riva destra.
* Moneta cartacea, il cui valore era garantito dai beni confiscati durante la Rivoluzione.
Vola, la guerra.
Perch dovrei essere pi al sicuro in questa campagna che non conosco e che non mi conosce
piuttosto che a Parigi?
Che avete? Vi sentite bene?  Justine, china verso linterno della carrozza. Che avete?
Babichette
Il suo ruvido odore familiare si fa strada fra gli odori da canile della vettura, paglia muffita,
orina secca.
Babichette, un vezzeggiativo che permetto soltanto a lei, che lei sola usa da quando eravamo
piccole e io giocavo nel cortile di rue Fraiche, a Montauban, lo stesso cortile dove i maschi della mia
famiglia, generazioni di macellai, una volta alla settimana scannavano le bestie. Io giocavo e lei
controllava i miei giochi. Due anni io, otto lei. Io bambina, lei gi serva, figlia di servi.
I suoi occhi mi cercano nella penombra, mi scrutano. Le sorrido e annuisco, sono pronta, ancora
un momento.
Rassicurata, si raddrizza e si ricompone. A memoria, con rapidi tocchi privi di morbidezza, si
aggiusta la cuffia sulla nuca e sulla fronte divisa da una severa ruga verticale.
Ah, Justine! Non conosce larte di piacere, la mia vecchia Justine. Non sa sorridere n piangere.
Una creatura intangibile.
Ma  questa sua intangibilit a scoraggiare i creditori. Pi numerosi ormai, nellanticamera della
nostra casa parigina, dei gentiluomini che un tempo aspettavano il mio risveglio per leggermi una
poesia o commentare lultimo spettacolo della Comdie Francaise. Basta che lei si presenti, con la sua
ruga verticale che si prolunga nel taglio rigido della veste, e lanticamera si svuota, benedetta Justine!
Ma pi tardi, magari mentre mi aiuta ad allacciare corsetto e stivali perch devo correre a sentire un
discorso del mio compatriota Vergniaud o di Sbastien e ho paura di non trovare posto nemmeno nelle
tribune riservate agli amici dei deputati, bel guadagno, la sento bofonchiare, cosa ci abbiamo
guadagnato noi con questa Rivoluzione?
A Justine, che come me e meglio di me si  accomodata nelle abitudini parigine, i cambiamenti
non piacciono.
Le suscitano diffidenza, in ogni campo del vivere. Vestiti o governi, proprio non vede nessun
vantaggio a cambiarli.
Avverto di nuovo il suo odore che si fa vicino, il fruscio delle gonne.
Allora?
Nei suoi occhi, piccoli come more disseccate, spunta una preoccupata dolcezza:  necessario,
lo sapete. Restare a Parigi sarebbe un suicidio.
Lo so, lo so
Lo so bene. Ho sempre pagato un prezzo molto alto per poter dire le parole che vanno dette.
Sotto il vecchio regime e sotto il nuovo. Sono stata derisa, temuta, avversata. Lettere anonime,
aggressioni dietro casa, squadracce punitive: non sono una novit. Ma la Rivoluzione ha prodotto delle
follie sue proprie, del tutto originali, e perfino lavvertimento di un amico oggi spaventa pi del bastone
di un picchia-duro. Soprattutto se lamico risponde al nome di Sbastien Mercier, deputato della
Seine-et-Oise, Sbastien che mi prega: Non fatelo.
Se li difendete, accusate voi stessa. Ma caro, carissimo amico, proprio per questo posso tacere?
 successo a giugno, quando la Convenzione ha votato larresto di Vergniaud, di Brissot e degli
altri deputati della Gironda.
Il ricordo mi riempie la testa di minuti, strazianti bagliori.
Gli uomini che per primi hanno denunciato il re e invocato la repubblica vengono arrestati con
accuse ridicole, pretestuose, e tutti li danno per condannati, gi morti e finiti. La loro caduta  la caduta
della legalit. Il partito del sangue ha vinto.
Posso tacere?
Scrivo un appello e il nove di giugno, una settimana dopo il voto, mi presento alla Convenzione
con il mio testo. Il presidente concede il permesso. Un usciere prende il foglio e comincia a leggere, gli
occhi incollati alle righe, la schiena curva come se nelle ossa gli fosse rimasta labitudine allinchino. E
che voce! Sciatta, senzanima. Mimpazientisce. Il mio testo non merita questa voce. Se potessi
leggerlo io! Sono io che lho scritto. Io conosco il tono giusto, so come le parole devono uscire dal
corpo e trasformarsi in sentimento, so come possono commuovere e far ragionare. Io lo leggerei a testa
alta, soffermandomi nei punti in cui  utile soffermarsi, dritta davanti agli uomini della Montagna. Ah
s, li guarderei ben bene, uno per uno. Se potessi! Ma sono una donna e non posso.
Lusciere legge: io che ho preparato la Rivoluzione con i miei scritti LAssemblea tace,
qualcuno sfoglia delle carte poggiate sulle ginocchia, qualcun altro si distrae osservando la sala e
sorridendo al vuoto io vi dico: avete bisogno di vittime?, eccomi, mi offro per prima. Un deputato
alza la testa, la tribuna alle mie spalle comincia a rumoreggiare. Ma se lAssemblea dei rappresentanti 
ancora pura E si scatena la tempesta. Basta!  un oltraggio. Si torni allordine del giorno! tuonano
balzando in piedi gli uomini dellAssemblea. Allordine del giorno! rispondono gridando gli uomini
della tribuna.
Sbastien ha lasciato che me ne andassi, che uscissi dallaula della Convenzione seguita solo da
urla e insulti e mi ha raggiunto quando ero gi lontana, sulla strada di casa, dove nessuno poteva
vederci. Un solco livido gli scavava la faccia tra le guance e il naso. Mi ha messo una mano sul braccio.
Attenta, amica mia. Non si tratta pi di esprimere unopinione, ora si tratta di vita o di morte.
Entriamo. Tutto  scuro nella bottega di Louis-Francois Blanchet. Un vano senza finestre,
soffitto alto, travi di legno che sembrano sostenere il peso di una volta notturna. Scendiamo tre gradini
seguendo il gorgoglio, a ogni passo pi deciso, di unacqua che bolle dentro una caldaia di rame. Una
vampata di calura ci agguanta e ci ricopre di sudore. In fondo, molto in fondo, il riverbero del forno e la
schiena nuda di un garzone che il fuoco chiazza di un rosso brutale.
Le stesse chiazze ardono sulle guance del cittadino Louis-Francois Blanchet, fazzoletto al collo,
doppio mento, doppia pancia. Cosce immense che strusciano luna contro laltra. Mi viene incontro a
passettini faticosi e a ogni passo inspira laria e lespelle con un ronfo tra le labbra schiuse. La pena del
suo respiro mi contagia. Ho la gola stretta, deglutisco a stento. Eppure c qualcosa di prepotente in
quel suo modo di risucchiare laria, di detergersi il sudore con un fazzolettaccio, indovino una specie di
ingordigia nel gesto involontario della mano che scende carezzando a sostenere la doppia pancia. Credo
di capire.
Non otterr niente dal cittadino Blanchet, non riuscir a negoziare con lui, nessuno mai ci
devessere riuscito.
Justine alza il mento e mi fa un cenno dintesa. Il suo grosso naso trema. Adesso lo sento
anchio. Non  lodore a cui ormai tutti, ricchi e poveri, abbiamo fatto labitudine, quellodore a cui
continuiamo ad abbinare la parola pane e pane non , ma impasto di crusca mischiata a farine dorzo o
di patate o di fave o chiss che altro. No, dal forno di Louis-Francois Blanchet oggi non esce il soffio
asprigno del pane della Rivoluzione, ma un odore dimenticato. Di pane fatto con la farina di grano, la
crosta dorata che scrocchia tra i denti. Pane vero, in ogni caso.
Pane a tortiglioni, pane tondo, pane lungo, pane impastato con il burro, pane biscottato, pane al
caff, pane da taglio O forse  addirittura, s, proprio laroma del pane morbido di Parigi, fior di
farina mescolato a lievito di birra. Pallido, delicato come un signore in mezzo ai cafoni, dice Sbastien
che se ne intende dopo essere stato in esilio in Svizzera, dopo aver sofferto in Savoia e nel Palatinato.
Quando lo fanno i servi il pane  detestabile, quello buono, a giudizio del mio amico, si mangia
soltanto presso i fornai di Parigi. O meglio si mangiava.
Perch, buono o cattivo, caro cittadino Blanchet, dico avanzando con decisione e sentendomi
dun tratto allegra, leggera e affamata, molto affamata, il pane a Parigi non si mangia pi.
Hyacinte
...allinizio, soltanto allinizio.  naturale, daltronde, che allinizio fossi un poco imbarazzata.
Per vari motivi. Intanto non sapevo come rivolgermi a lei, con quale nome o appellativo, perch, a rigor
di termini, non  nemmeno mia suocera.
Siamo tutti abituati alla precisione delle genealogie, alla classificazione delle discendenze e
delle ramificazioni, alla sistemazione minuziosa di ogni nuovo rapporto dentro il grande legame della
famiglia, unabitudine di secoli.  logico che provassi un qualche imbarazzo, per cos dire,
terminologico.
In fin dei conti, cos lei, per me?
Se Pierre non  mio marito ma il mio compagno - mio sposo di fronte allamore, poich lamore
 lunico vincolo che noi riconosciamo, lamore, non il matrimonio che corrompe i sentimenti e uccide
ogni confidenza - allora, se Pierre non  mio marito, lei cos?
Provavo anche un imbarazzo daltro genere, e questo ancora, a dire il vero, non lho superato:
uno sbigottimento, quasi un timore nel saperla cos famosa, con tutte le cose che ha fatto, nella vita, in
pi delle tante che normalmente fanno le donne, e cio il suo scrivere drammi e romanzi e appelli e
manifesti e opere filosofiche e progetti patriottici, e il modo di parlare in pubblico Ha pi eloquenza
di un deputato della Convenzione nonostante la sua voce mantenga quel curioso accento meridionale,
un po strascicato, come stanco, rispetto alla pronuncia rapida di noi parigini. E poi il coraggio. Un
coraggio fisico che le fa affrontare gli uomini senza paura.
Se ne raccontano di storie, sul suo conto!
Un anno fa, per esempio, quattro bravacci laspettano sotto casa. Uomini di Philippe dOrlans.
Lei laveva accusato di tradimento, lui voleva darle una lezione. Questi ceffi lafferrano per i capelli e
la scherniscono gridando ai passanti: ventiquattro soldi per ventiquattro soldi la testa della de
Gouges, chi la vuole?, e lei: amici miei, ne metto trenta e chiedo la preferenza.
Insomma, troppe cose perch non mi senta piccola piccola di fronte a questa donna. E non solo
in senso figurato. Olympe  cos alta! Inoltre ha un modo di raddrizzare il collo come se fosse
dispiaciuta di non poter vedere il mondo da un punto ancora pi alto. Ma adesso che la conosco da
vicino, so distinguere le sue impazienze dalle sue paure, perch anche lei, s, anche Olympe talvolta ha
paura, io lho capito e questo cambia tutto. Il mio sentimento. Il mio modo di ascoltarla. Il significato,
alla fin fine, delle nostre distanze.
A Tours  arrivata nel silenzio di un pomeriggio estenuante, pieno di troppo sole e di noiosi
moscerini. Lestate questanno  caldissima e anche le notti in una citt costruita in mezzo ad acque di
fiumi, che a dispetto della siccit continuano a convergere, divergere e mescolarsi con lenti risucchi di
melma, le notti sono terribilmente afose, mi fanno soffrire. Il suo arrivo  stato un soffio di vento, mi ha
portato sollievo.
Eccola dunque, a sorpresa, con il suo piccolo cappello blu coperto di polvere e gli occhi
arrossati da tre giorni di viaggio.
Oh, ma non  stato faticoso, protesta sorridendo, in piedi nel vestibolo, e Justine annuisce senza
convinzione dietro di lei.
Anzi, dice, viaggiare  facile in questestate torrida che per asciuga le strade e fa scivolare le
ruote sulla carreggiata con dolcezza, tanto che non c quasi bisogno di tenersi alle corregge di cuoio.
Strade asciutte ma vuote: in tre giorni dalla sua vettura aveva intravisto solo berline militari, quelle che
portano gli ufficiali avanti e indietro da Parigi.
Per un istante ho immaginato che avesse gi ricevuto la mia lettera e me ne sono meravigliata. 
da mesi che il servizio postale non funziona praticamente pi, e quando funziona  lentissimo anche se
i pochi postiglioni che ancora non hanno cambiato lavoro vanno di fretta, costretti come sono a
raddoppiare corse e servizi. Ma nei dipartimenti le notizie arrivano a intervalli cos lunghi che  un vero
supplizio.
Naturalmente no, non aveva ricevuto la lettera, per sapeva che Pierre era stato ferito. A volte
ho limpressione che sia pi informata lei dello stesso ministro della Guerra. Laveva avvertita un
amico, di ritorno da una missione sulla costa. Le aveva detto che Pierre era caduto per un colpo di
baionetta e che era rimasto un giorno e una notte intera sotto la carcassa del suo cavallo. Adesso 
allospedale, e lei non ci aveva pensato due volte: con la prima carrozza in partenza era venuta a
cercarlo.
Sta bene, la rassicuro subito, prendendo la sua mano fra le mie. E aggiungo che ormai da
tempo  stato dimesso dallospedale e che anzi purtroppo  in viaggio, diretto proprio a Parigi,
sicuramente dentro una di quelle berline militari che lei ha incrociato per strada.
Va a inseguire la sua grande occasione, spiego, la nostra occasione, se davvero Tallien -  stato
lui a convocarlo - appogger la sua nomina a generale di brigata.
Invece della sorpresa compiaciuta che mi attendevo, al nome di Tallien il suo sorriso si chiude.
Sento il suo polso irrigidirsi e le sue dita che mi stringono con forza improvvisa.
Nel frattempo Justine  sparita con i bagagli dietro Pauline.
Siamo lei e io, sole per la prima volta da quando ci conosciamo.
Sar lo sconvolgimento della sua presenza, sar per questo che mi prende un affanno, una
timidezza che, invece di zittirmi, mi costringe a parlare, a buttare parole una dietro laltra, a precipizio.
Parlo, parlo e continuo a parlare, dico che la situazione  delicata, che il ministro della Guerra ha sparso
i suoi commissari giacobini dappertutto, che i generali sono condannati a vivere e a combattere in
mezzo ad agenti del governo e che questi non si contentano di spiare, ma pretendono un comando che
non gli spetta, e gli ufficiali devono muoversi con molta cautela fra questi intrighi pi pericolosi di
unimboscata nelle paludi del Marais o del Poitou. Forse per non  un male che ci sia qualcuno a
sorvegliare e a scegliere gli uomini giusti.
Giusti per la Rivoluzione. Pierre sostiene che non c bisogno di generali sperimentati, basta
che siano lealmente repubblicani.
Per questo gli hanno promesso il grado che il suo genio militare merita e che nondimeno
potrebbe essergli rifiutato per via della giovinezza. Alla Convenzione ci sono uomini che sanno
riconoscere la lealt.
Quali uomini?
Gli uomini della Montagna.
Con quello scatto che conosco bene perch Pierre lha ereditato tale e quale, lei ritira la mano,
sottraendola alla mia stretta in modo cos brusco da graffiarmi il palmo con le unghie.
Impossibile.
La Montagna ha offerto una promozione al figlio di una moderata, di unamica della Gironda?
I suoi occhi mi respingono come se avessi detto una qualche sconvenienza, poi diventano assorti, mi
cancellano inseguendo un pensiero: E se lhanno fatto, qual  il loro scopo? Cosa vogliono?
Oh, ma io non lo so. Sto l confusa, davanti a lei, senza pi parole, nel pomeriggio fitto di
moscerini nati da coltri di calura.
Non lo so. E mi sento sciocca e colpevole di tutta linesperienza che mi fa scappare il mondo
dalle dita e me lo rende astratto e lontano. Ho un bel discutere e leggere romanzi e libri di filosofia. Ho
capito che se mi manca lesperienza far sempre la figura della sciocca. E mi torna in mente quel mio
primo viaggio nel cuore dellinverno quando, osservando i campi spogli, io che non ero mai uscita dalla
citt e non sapevo di raccolti e di stagioni, ho esclamato: dio mio che disgrazia, non ci sar grano
questanno.
E ora lei chiede a me cosa vogliono gli uomini della Montagna.
Cosa vogliono? Davvero non lo so. E avverto un groppo alla gola e mi vergogno perch ho
tanta voglia di piangere, co me una bambina.
Ma lei se ne accorge e immediatamente si addolcisce, cambia tono. Andiamo. La mano tesa a
palmo in su, in un gesto disarmato. Muoio dalla voglia di vedere il piccolo. Nella stanza dei bambini
c odore di latte e sapone. Jean-Hlie ride felice e si alza traballando sulle sue gambette per correre a
ruzzolarci tra le gonne. Sta diventando un ometto robusto da quando ho eliminato le briglie. Voglio che
cammini libero, mio figlio! Olympe lo tira su e in punta di piedi, con lui in braccio, si avvicina alla
culla. Il piccolo dorme a pugni stretti.
 nato a Tours e nessuno ancora lo conosce, nemmeno mia madre. Olympe si china e il birbante
apre i pugni, abbassa le manine e la guarda. Occhi grigi, sussurra lei soddisfatta. I suoi sono castani, ma
di un bel castano dorato.
Cos sono cominciati i nostri giorni insieme. I giorni miei e di Olympe.
Siete troppo debole, dovete camminare, ha deciso dopo avermi passato in rassegna con una
smorfia critica. Non erano trascorse neanche due ore dal suo arrivo. Camminare fa bene al corpo e allo
spirito, disperde tutti quegli antipatici vapori femminili. E ha aggiunto, con un bel sorriso: La testa
non matura allombra.
In men che non si dica, la sua proposta  diventata unabitudine. Tutte le mattine, prima che il
sole ci tolga ogni respiro, eccoci a passeggiare sotto fronde di tigli piantati nel secolo scorso, sul viale
che passa per il pi bello di Francia, pi bello ancora, a dar retta alla gente del posto, dei boulevard
parigini.
La signora de Guillebon pretenderebbe ogni tanto di farci compagnia, ma per fortuna si stanca e
gi desiste alla terza rivendita di bibite fresche negli slarghi del lungofiume.
Dapprima anchio mi stancavo con tutto quel camminare,
Olympe no, c avvezza. Addirittura, quando abitava a Auteuil, era solita andare a piedi a
Parigi, fino alla barriera doganale.
L sedeva sui gradini per riposare, cambiava gli stivali con un paio di scarpette basse e
acchiappava al volo una vettura di piazza per correre dal suo vecchio stampatore Couret, un uomo
senza riconoscenza, che prima si  arricchito con il suo denaro e ora  diventato il pi accanito dei
creditori.
Dunque avevamo preso labitudine di passeggiare. E procedendo a fianco a fianco mi
raccontava di Robespierre, della sua aria di cane bastardo, sempre incipriato, sempre ben spazzolato nel
suo triste abito verdino, del suo volto pallido che impietosisce le donne, del suo talento di seduttore di
anime femminili, di come, ai Giacobini o allAssemblea, si serva di due paia di occhiali, uno per
leggere e laltro per setacciare le tribune zeppe di donne, e quelle arrossiscono pensando  me che
guarda.
Al ritorno dalla nostra passeggiata mattutina, fra la stanchezza e il calore che montava dalla
strada, entravo in una specie di sonnolenza nebbiosa. Oh s, pensavo, finalmente! Se potessi stendermi
sul letto, adesso, subito!, riuscirei a dormire un poco. Invece  lora della poppata e il sonno se ne va. E
poi c Jean-Hlie che fa i capricci e Pauline che chiede il benestare per il pranzo e Justine che entra
con lacqua per il pediluvio di Olympe. Poggia a terra la bacinella dargento e borbotta con
riprovazione: la vostra acqua. Non pu essere molto sano, secondo lei, questo gran lavarsi, lacqua, si
sa, diluisce la forza del sangue e rende fragile la pelle. Ma la pelle di Olympe  morbida e il suo corpo
svelto, mentre Justine  secca come un giansenista a Pasqua.
Francoise Modeste
Il funerale  stato bellissimo, una vera festa, tutta Parigi si  commossa, perfino mia sorella
Suzanne che di solito si commuove soltanto sulla riuscita dei suoi boccoli, perfino lei ha pianto e io pi
di ogni altro.
La cerimonia era prevista per le sei e non ho fatto che contare le ore e i minuti, per lagitazione
non ho mangiato niente tutto il giorno, in compenso ho bevuto non so quanti boccali di acqua
stemperata con un po di liquerizia, perch lansia mi seccava la gola, e ho dato fondo alla mia riserva
di astuzie nel tentativo di evitare mio padre. Temevo che cambiasse idea e ci proibisse di partecipare
alla festa. Non sarebbe stato giusto.
Chi lha aiutato a incollare i manifesti con lannuncio delle onoranze funebri, chi gli ha
allungato il pennello, chi gli ha detto pi a destra, no, un pollice pi a sinistra, mentre stava in cima
alla scala? Io, io e nessun altro.
Mio padre ha un posto importante, un posto da attacchino municipale. Questo significa che oggi
ha un grandissimo dovere: vigilare affinch la Rivoluzione non venga infangata sui muri di Parigi. 
una sentinella della patria, ecco chi  mio padre.
A dire il vero, nel suo mestiere  sempre stato molto scrupoloso.
Anche prima della Rivoluzione, quando attaccare manifesti non era un compito civico di tale
rilevanza.
Conosco bene il suo modo di lavorare. Ormai succede di rado, ma quando ero pi piccola lo
accompagnavo tutti i giorni o quasi: ero la sua aiutante. Lui si caricava in spalla la scala e il bruschino e
io portavo il grembiule e, a bandoliera, il vaso della colla. Con il naso per aria, restavo a guardarlo
mentre saliva adoprandosi con entrambe le mani per via del ginocchio sinistro che, con landar del
tempo, gli si  irrigidito. Incollava, tornava gi e faceva qualche passo indietro per controllare il
manifesto. Come  venuto? Storto o dritto?
Non gli importava, allepoca, di quel che cera stampato sopra e che i parigini avrebbero letto -
e daltronde lui legge male e ci vede ancora meno. Teneva alla simmetria, alla precisione.
Per il resto, si trattasse di una nuova commedia infiorata con i nomi degli attori, come si usa da
qualche tempo, un cane perduto o un matrimonio, mio padre era lemblema dellindifferenza.
Ma la qualit della colla e dei pennelli, questo s che gli stava a cuore, e la minuzia dei calcoli
che ci vogliono per non sbagliar misure. Guai a sbagliare! Se capitava, si metteva di fronte a quel
povero manifesto che pendeva disarmonico sulla testa dei passanti come di fronte a un nemico in carne
e ossa e lo sfidava, fischiando a labbra strette. Un fischio concentrato, doloroso.
A mio padre piace il suo lavoro, questo  il punto. Per lo stesso motivo, credo, per cui piace
anche a me. In questa citt che  la pi grande del mondo, in questo spazio smisurato dove tutto e tutti
rischiano di perdersi,  il lavoro di mio padre la colla che unisce, che lega il grande al piccolo, che da
un luogo e un tempo a ogni cosa. Anche allavventura. Chi saprebbe, senza di lui, in quale giorno e a
quale ora le navi da trasporto salperanno per le Indie?
Ci sono i giornali,  vero. Ma bisogna comprarli. I manifesti invece sono per tutti, per il
cidevant che continua a sentirsi aristocratico come per la carbonaia del quartiere Saint-Antoine.
Per questo mio padre non ha smesso di uscire con la scala e il grembiule neanche quando il
male alle ossa lo piegava in due e avrebbe potuto restarsene a braccia conserte davanti alla finestra,
perch suo fratello Gustave, che aveva una barca e singegnava in certi traffici con gli inglesi prima che
diventassero nostri nemici, bene, lo zio Gustave  morto e si  scoperto che i suoi affari gli avevano
fruttato un bel po e dunque ora anche mio padre poteva goderne. Ma lui ha detto: la Rivoluzione ha
bisogno di attacchini senza contare che con due figlie femmine il denaro non  mai troppo, dovrei
fare il signore proprio adesso che guadagno bene?, il lavoro  raddoppiato fra i bollettini della
Convenzione e i proclami dei deputati. Cos zoppica e si arrampica, si arrampica e zoppica, per non si
ferma.
E lindifferenza, quella non pu pi permettersela. La responsabilit  grande.
Ma anchio ho le mie responsabilit. Per questo ci tenevo al funerale.  un dovere di tutti, tutti,
chiaro?, rendere omaggio agli eroi della Repubblica, anche se mio padre dice che Robespierre, ai
Giacobini, ha messo in guardia contro onori funebri che, eccitando la vanagloria, disperdono le energie
del popolo e che sarebbe meglio impegnarsi in modo pi utile per la patria.
Lammonizione  saggia, degna di un repubblicano autentico quale Robespierre, ma si pu
forse mancare ai funerali di Marat?
Per farla breve, sento suonare le sei e noi siamo ancora in casa. Non sto pi nella pelle
dallimpazienza, dalla finestra entra un rombo sordo, continuo,  la folla che si va adunando e se
tardiamo un altro poco ho paura che non vedr niente. Gi mi  successo alla Chiesa dei Cordiglieri,
dove avevano esposto la salma. La folla si era talmente stipata che non sono riuscita a farmi largo. Da
lontano, da molto lontano ho intravisto le giovinette che gettavano fiori sul letto funebre, tutte vestite di
bianco - come avrei voluto essere una di loro! - mentre il presidente di una sezione recitava discorsi.
cittadine, spargete di fiori il pallido corpo di Marat! Maral fu il nostro amico, fu lamico del
popolo, per il popolo visse, per il popolo  morto. Cittadine, spargete di fiori il pallido corpo dellamico
del popolo
Non lho visto ai Cordiglieri e almeno oggi vorrei riuscire a vederlo, questuomo misterioso che
ha vissuto nascosto nei sotterranei di un convento, a quanto racconta mio padre, per balzarne fuori
come un essere creato dalle necessit stesse della Rivoluzione.
Ma cosa vuoi vedere! sbuffa Suzanne. A lei non interessano i cortei civici. Se ne sta tutto il
santo giorno in casa a trafficare con gli spinaci e lerba cipollina per ricavarci zuppe e tortini da
rivendere alle ambulanti delle Halles, o incollata alla sedia a rammendare merletti per conto della sarta
che abita al piano di sopra, e tanto le basta.
Io non sono come te, protesto. Sono una patriota, io, e voglio vedere lAmico del popolo
prima che venga sepolto.
Ah, s, continuo ispirata, voglio vederlo e toccare il lenzuolo che lo avvolge e il suo petto
nudo con la ferita che stilla sangue
Ma che sangue, se  morto da quattro giorni osa ridere la mia cara sorella maggiore.
Quasi quattro, preciso.
E anche da vivo, con quella pelle da pesce putrefatto
A me non fa impressione, io sono una vera romana. Si sarebbero forse impressionate Clelia,
Porzia e Lucrezia? Ah, le belle storie che ho imparato nei sette mesi che sono stata a scuola dalla
cittadina Fournier! Dopo aver letto le imprese delle eroine antiche, non pu spaventarmi il sangue di un
martire.
 andata a finire che neanche questa volta ce lho fatta a vederlo.
La processione era un bel pezzo avanti quando siamo uscite di casa. Per  stato magnifico
ugualmente.
Tutto era grandioso e patriottico. Sfilava il popolo riunito sotto le bandiere delle diverse sezioni,
sfilavano i membri della Convenzione, della Comune e dellAmministrazione dipartimentale, sfilavano
gli elettori e le societ popolari. Perfino lo scompiglio aveva un che di imponente. Uomini e donne
uscivano dal buio delle strade, passavano dentro un chiarore di torce, tornavano a essere inghiottiti
dallombra per risorgere di nuovo in uno sprazzo di fiamma. Sopra di loro, nel cielo nero, incombevano
le sagome delle case.
Allorologio della citt suona mezzanotte quando finalmente raggiungiamo il giardino dei
Cordiglieri. I tamburi rullano e la salma di Marat viene deposta sotto i salici. Un vento leggero agita le
foglie che riflettono e moltiplicano la luce lacrimosa delle fiaccole. Si fa silenzio. Il silenzio
impressionante delle folle. Il presidente della Convenzione alza il braccio. La libert non pu perire,
grida, e la morte di Marat deve servire a rafforzarla.
Attorno a me tutti piangono. Forse  colpa del digiuno, del caldo, dellincenso, della calca o
lemozione di trovarmi fra tante persone famose, di notte, e i nostri reduci e il corteo che non finisce
mai e quei discorsi che pure non finiscono mai, a un tratto sento i vapori salirmi alla testa e svengo.
Credo di sognare quando apro gli occhi e lo vedo. Proprio lui, Nicolas Danzel, ispettore di
polizia. Richiudo gli occhi e li riapro, e lui  sempre l. Cittadina, mi chiama con una voce che  pura
acquavite distillata, a goccia a goccia, sopra una zolletta di zucchero. Cittadina, invoca, gli occhi scuri
puntati alla mia tempia, dove la coccarda tricolore raccoglie i nastri che tengono fermi i miei capelli. E
io serro la mano al petto, per calmare il cuore che preme e vuole uscire sotto lempito di un grande
amor di patria.
Il fatto  che mai e poi mai avrei immaginato di sentirmi chiamare cittadina dalla voce di
Nicolas Danzel.
Quando lo spiavo mentre passava sotto le nostre finestre, la camminata elegante nelle scarpe
dalla fibbia dargento, non osavo nemmeno sperare che un giorno mi avrebbe rivolto la parola. Ma a
quel tempo ero piccola. Poi sono cresciuta e lui ha cambiato casa ed  diventato un eroe. Fa parte del
Comitato Centrale Rivoluzionario ed  stato lui a liberare Marino, un altro grande eroe, quello che ha
avuto il coraggio di denunciare alla Comune il complotto di Vergniaud, Brissot, Ption e degli altri
girondini, tutti traditori, lo sappiamo, tutti agenti dellInghilterra e della Prussia.
Mio padre ha molto rispetto per questo Marino, andava sempre ad ascoltarlo quando cera un
suo discorso alla sezione.
Figuriamoci com rimasto quando lhanno arrestato per ordine della Convenzione, accusato di
trame segrete contro quegli stessi girondini che lui aveva denunciato in quanto traditori.
E poi hanno preso Dobsen, che  giudice del Tribunale Rivoluzionario. E anche Hbert, alla
salute della libert di stampa. Bisognava sentire il giorno dopo gli strilloni del Pere Duchesnel Nelle
sezioni succede il finimondo, si lotta fra Montagna e Gironda, mio padre corre, nonostante la sua
gamba, da una sezione allaltra per decidere il vantaggio della lotta anche a colpi di sedia, se
necessario.
E Nicolas Danzel davanti a tutti. In prima fila. Presente ovunque il momento lo richieda.
Alla fine il decreto sulla libert degli arrestati  posto ai voti alla Convenzione. Mio padre 
molto agitato, non si da requie, il timore  grande. Ma il decreto passa, a notte fonda ma passa, la
vittoria  nostra: Parigi ha vinto! La Comune ordina che si illumini tutta la citt e organizza una
fiaccolata civica.
Mia madre a quel punto  stanca, non vuole muoversi, grazie al cielo, e mio padre deve
contentarsi di me, che sono subito pronta. Cos partecipo anchio al trionfo di Hbert, di Marino e di
Nicolas.
Vorrei dirglielo, ora, mentre si curva a controllare che non mi sia fatta male, ma il suo fiato mi
solletica le gote e io perdo la voce, per quanto mi sforzi non ne ritrovo pi neanche un filo.
Lo guardo, cos vicino, e boccheggio. Nicolas Danzel. Il liberatore.
Nicolas, proprio lui, ha aspettato che mi riprendessi del tutto, ha comprato a una baracchina
illuminata da candele di sego una limonata per me e una per Suzanne e ci ha riaccompagnate a casa.
Tutti quelli che tornavano dal funerale lo riconoscevano e ci salutavano con lossequio dovuto
alle persone di rango. Lui salutava a sua volta e riprendeva a chiacchierare con mia sorella, le chiedeva
se era stata alla Chiesa dei Cordiglieri e quale discorso le era piaciuto di pi. E quellipocrita
rispondeva.
Una conversazione assurda. Avrei voluto interromperla per spiegare allignaro Nicolas come
stanno esattamente le cose, che Suzanne di queste storie non ne vuole sapere e non ci capisce niente.
Sono io la patriota, la romana della famiglia.
Ma appena aprivo la bocca lei mi zittiva: Su, non ti stancare.
In effetti mi sentivo ancora debole e la presenza di Nicolas mi sfiniva ancora di pi. Era
talmente gentile! E Suzanne ne approfittava per fare la graziosa. Lei che, fra laltro, ha ormai
ventiquattro anni. Anche se  vero che questa pettinatura battantloeil intrecciata di pizzo le sta molto
bene e let quasi non si nota.
Eravamo gi sotto casa. Mia sorella seguitava ad annuire a ogni parola di Nicolas e io non
sapevo cosa inventarmi per attirare di nuovo la sua attenzione.
Per fortuna mi sono accorta che mavevano rubato il fazzoletto, il pi bello, quello blu a piccole
righe rosse marcato con le lettere FM in bianco, e lui se ne  molto dispiaciuto e mi ha promesso che si
informer perch durante questi grandi cortei vengono fermati tanti ladri con la refurtiva addosso, cos
se l fatto descrivere accuratamente, in modo che se lo trova possa riportarmelo. Ci conto proprio.
Justine
Ma com successo, chiede Rene, che  di pelo rosso e quindi pi curiosa di una volpe,
mentre io apro sul tavolo di cucina il fagotto dei panni lavati e stirati che mi ha appena riconsegnato, li
controllo, li conto - tante camicie di tela dIndia, tante paia di lenzuola, tante federe, tanti fisci.
Com successo Mi stringo nelle spalle: una caduta, nientaltro che una banale caduta e la
mia povera Babichette si  rotta un ginocchio. Colpa di questo tempo pazzo che abbiamo trovato a
Parigi. Prima cielo terso, senza una nuvola, poi tuoni da tutte le parti e una sgrondata mai vista, di
nuovo cielo tirato a lucido e poi vento e temporali uno dietro laltro. Temporali, che dico?, uragani! Un
finimondo che ha sconvolto le strade, sassi, fango, i pozzi neri che sputano fuori le loro porcherie, i
canali delle acque di scarico che traboccano, niente di pi facile che scivolare.
Era a piedi? si meraviglia Rene.
Ecco, ci si mette anche lei. Il portinaio, il garzone parrucchiere, tutti a chiedermi: ma come, era
a piedi? Alzo controluce la pettorina di merletto: la macchia di vino rosso  scomparsa, nemmeno
unombra. Lavora bene Rene, peccato sia una giacobina arrabbiata, una fanatica che ha chiamato il
suo ultimo figlio La Montagna, un nome che schiaccerebbe un adulto figuriamoci un bambino di
pochi mesi.
Era a piedi, confermo mettendo gi la pettorina.
Bella novit, penso. Va sempre a piedi, lei. Nel caso specifico, stava andando a salutare sua
sorella Jeanne che si trasferisce in campagna. Logico, chi pu se ne va da Parigi. Noi, inve ce Noi
abbiamo comprato una bella casa in mezzo alle vigne rifornita di tutto, grande, piacevole, abbiamo
sborsato senza fiatare il prezzo che ci ha chiesto quello strozzino del fornaio, abbiamo fatto questo
bellaffare per cosa?, per ritornarcene in citt a morire di caldo, di paura e di debiti. Nel frattempo la
signora Jeanne, che  pi saggia di noi, chiude casa e parte dimenticandosi di debiti e debitori. Perch
anche lei non scherza in quanto a questo Un vizio di famiglia. Profumiere, modista, speziale, gi una
volta hanno fatto mettere i sigilli al suo appartamento.
Per c modo e modo di indebitarsi.
Eh, se potessi parlare. Ma non son cose da dire queste, a una come Rene poi, una giacobina
arrabbiata! Perch ne conosco io di furbi che si sono arricchiti con la Rivoluzione! A cominciare dai
bottegai che nascondono la carne e la farina per rivenderle sottobanco a un prezzo di fantasia. E mentre
questi bravi patrioti affamano i francesi, la mia Babichette si impoverisce per la causa del popolo. I
conti li so fare meglio di lei. In cinque anni avr speso quarantamila franchi tra imposte volontarie,
contributi per la guerra e feste civiche. Altro che profumi e cappelli! Un patrimonio buttato per la
Rivoluzione.
E ora ci tocca prendere a credito anche la pula per i canarini, mentre la signora Jeanne se ne va
in campagna e addio a tutti, anche a sua sorella.
Non che sia cattiva, la signora Jeanne. L per l ha pianto e si  disperata quando le  comparsa
davanti in quelle condizioni.
Per causa sua, oltretutto, perch era uscita per lei, per andare a salutarla prima che partisse. In
gran premura ha chiamato il marito che si  dato da fare, ha pulito la ferita, lha disinfettata, ha fasciato
la gamba. Un medico scrupoloso, con un tocco gentile che quasi non si avverte. Una volta ha curato
anche me
Ma, finita la fasciatura, lei si  asciugata le lacrime, lui  sceso a cercare una carrozza, ha
aiutato la cognata a salire in vettura e tanti saluti, da quel momento chi li ha pi visti?
Allora era a piedi mi sollecita Rene, strusciando le mani sul grembiale, gli occhi avidi,
pronti a bere tutta la storia, dallinizio alla fine.
Ma dovrei forse spiegare a te, a una lavandaia, perch la mia Babichette preferisce camminare
anche se  una signora?
Quando piove, taglio corto, carrozze non se ne trovano.
Anzi, borbotto, da quando hanno cominciato a requisire i cavalli, non se ne trovano mai. A
qualsiasi ora e con qualsiasi tempo.
I cavalli buoni servono ai nostri soldati. Per andare a teatro anche un brocco  sufficiente, fa
Rene, piccata.
Non mi va il suo tono che diventa subito acuto, come se si trovasse in mezzo alla piazza di un
mercato. Ma  il suo modo di fare, non  il caso di prendersela a male. Glielhanno insegnato in sezione
ad alzare la voce anche quando non dovrebbe
Una fanatica.
Per lavoratrice.
Sempre affannata, arruffata, il grembiale pi lungo della gonna almeno di tre dita che le va di
traverso per il gran correre.
Lavora a giornata e perci deve galoppare! Non c mattina che non la veda, con la cuffia
rovesciata dal vento, sul lungosenna, mentre porta fornelli e ferri per conto della cittadina Charton, che
 la padrona, fino al battello-lavatoio ancorato non lontano dalla sezione degli Invalides. Eppure, con
tutta la fatica e il tempo che le ci vuole per mettere insieme quattro soldi,  stata la prima ad appuntarsi
la coccarda al petto.
Il mucchio di panni puliti che, sul tavolo, attende di essere riposto, manda lo stesso sottile odore
delle sue braccia, sapone e cenere.
Quant? le chiedo.
E Rene comincia la solita cerimonia. Non dice mai: tanto per questo, tanto per questaltro e
tanto per me. Attacca invece a lamentarsi che di sapone non ce n e che, quando si trova, non costa
meno di quaranta soldi a libbra.
Questa volta per non  sincera. Crede che io non sappia della bella impresa di mercoled
scorso? I battelli di sapone stavano arrivando in citt per la Senna e le lavandaie sono andate
allarrembaggio e hanno fatto manbassa.
Alla fine mi scappa di bocca: Ma non vi siete rifornite mercoled?
E Rene, secca secca: Io non rubo il sapone del popolo.
Ma la cittadina Charton, lei cera. E le altre pure cerano e il sindaco  stato costretto a
intervenire. Ha detto: se quando arrivano merci e derrate i parigini vanno a saccheggiarle, nessuno ne
mander pi. Parigi non avr nulla per nutrire, vestire e mantenere i suoi settecentomila abitanti. E
allora queste settecentomila persone sprovviste di tutto cosa faranno? Si divoreranno fra loro.  questo
che vogliamo?
Colgo con soddisfazione il lampo di timore che attraversa lo sguardo di Rene. Lei se ne
accorge e abbassa le palpebre mentre annoda i lembi del fagotto che chiude la biancheria sporca da
portar via. Quando gira il polso, sul lato interno, dove la sua pelle chiara di rossa diventa sottile sottile,
vedo una bruciatura orlata di piccole gocce di sangue vivo.
Eh s, ribadisco, ci divoreremo fra di noi.
Lei stringe in silenzio un ultimo nodo. Io sto l, zitta, a guardare quella macchia rossa sulla sua
pelle fina.
Rene se n andata con il suo fagottello e io mi metto a preparare il pastone per i cani.
Il generale Alessandro mi sprona con colpi incoraggianti del muso contro la gonna, come a dire
sbrigati sbrigati. Povero generale, nome meno adatto non gli poteva capitare.  un cane contemplativo,
lui. Lento, con il corpaccione che simpunta davanti alla finestra. Le zampe anteriori sul davanzale,
quelle posteriori sprofondate nelle pieghe del sedere, non si muove per ore. Tutto il contrario di
Montesquieu, che trema sempre deccitazione, non sta mai fermo, gira attorno al tavolo, due gi ri, tre
giri e gli tremano le orecchie, quelle sue orecchie penclule di spaniel, e insieme alle orecchie gli trema
la coda, gli trema la lingua, uno spettacolo mai visto. Anche dentro quei loro testoni, a sentire Olympe,
c unanima in attesa di tornare a prender posto in un corpo umano e perci bisogna rispettarli, gli
animali, e tenerli con molta cura.
Da dove le vengono certe idee non lo so.
Quando eravamo a Montauban gli animali che si vedevano pi di frequente, se ben ricordo,
erano i quarti di bue o gli agnelli scuoiati e appesi agli uncini nella nostra strada, che era quella dei
macellai.
Scuoiati e appesi, caro generale. Ma non ti spaventare, non erano che agnelli e buoi.
A me un po spaventavano, per la verit, le carcasse in fila.
E anche Olympe che allora non si chiamava Olympe, no, proprio per niente.
Questa  una lunga storia mio bel bestione, grande, grosso e affamato. Una storia lunga e
vecchia, non so quanto possa interessarti.
Ma la nostra padrona  contenta quando parlo allanima nascosta dietro il tuo muso di alano,
perci ascoltami.
Marie Gouze  il suo nome vero, di battesimo. E ha fatto bene a cambiarlo, sai quante Marie ci
sono a Parigi? Invece Olympe e poi era il secondo nome di sua madre, sacrosanto che lo prendesse
per s.
Per allora, a Montauban, si chiamava Marie e aveva soltanto due anni quando Pierre Gouze
mor in mezzo a quella strada che ogni venerd ribolliva del sangue degli animali.
Mor stecchito, il poveretto. Di dispiacere, mormoravano le vecchie, per aver saputo chi era
lamante della moglie e il vero padre, il padre naturale della mia Babichette. Perch Pierre Gouze era
un bravo macellaio ma lei, ah,  figlia di un gran signore!
Jean-Jacques Le Frane de Pompignan. Marchese. Cidevant marchese, come si dice ora. In ogni
caso, gran signore e gran letterato. E costui se la portava a cavallo, la mia Babichette, lungo le rive del
Tarn, a primavera, dentro un fiorire di ti mo e santoreggia. Chi se lo sarebbe aspettato che finissero a
quel modo, il gran signore da una parte, la madre e la figlia dallaltra, senza pi una parola o un gesto.
E per che cosa poi non si sa. La famiglia di lui, lorgoglio di lei Mentre il povero Pierre Gouze
Eh gi! Storie vecchie. A chi interessa ormai il povero Pierre Gouze? Anchio lo ricordo
appena, era sempre via, in giro per le fiere del Limousin o del Berry a procurarsi le bestie da macello.
Le malelingue dicono che fosse daccordo con il signor marchese e che se ne andava apposta ogni volta
pi lontano, per lasciargli libera la moglie. Ma questa  una calunnia.
Altrimenti sarebbe morto di crepacuore?
La verit  che, nonostante fosse un macellaio, possedeva un animo caritatevole. Ha dato il
nome alla mia Babichette ed era chiaro che non poteva essere sua. Perch dopo un anno di assenza
Eh s, un anno. Dodici mesi, caro il mio generale.
Era via da tutto questo tempo e al ritorno ecco che si ritrova una figlia appena nata. La bella
AnneOlympe rischiava di fare la fine delle adultere, affogata nella gabbia che dal Ponte Vecchio viene
fatta scendere nelle acque del Tarn. La gabbia cala piano piano, si ferma, torna a calare e la disgraziata
l dentro, aggrappata alle sbarre
Che vuoi, queste sono le usanze degli uomini, generale.
Calmo, il tuo pastone  quasi pronto. Lo so che non arriva a met ciotola e che tu lo farai fuori
in due linguate. Ma le macellerie sono vuote, mettitelo in testa, non siamo ai tempi di Pierre Gouze
E tornando a quel poveretto e al suo animo caritatevole, c da dire che anche la famiglia di
AnneOlympe contava qualcosa in citt e certo non sarebbe stata molto contenta di veder annegare una
Mouisset dentro linfamia di una gabbia. Si sa come andavano le cose a quei tempi e come vanno anche
adesso, in barba ai giacobini. Il popolo taglia la testa al re? Sempre popolo rimane, con la
risciacquatura della minestra che gli brontola gi nella pancia.
Dai Mouisset invece si mangiava bene e si lavorava volentieri.
Era una famiglia che sapeva come trattare la servit. Insomma, erano ricchi. A quellepoca
possedevano una fabbrica di drappi. Il padre di AnneOlympe era avvocato alla Borsa della citt, molto
devoto ai Pompignan, e la stessa AnneOlympe era sorella di latte del fratello del signor marchese, un
arcivescovo, un uomo di testa fine. Non per niente nellottantanove  stato eletto deputato e perfino
ministro. Un degno zio per la mia Babichette, se solo avesse voluto riconoscerla.
Ma nessuno dei Pompignan, a cominciare dal signor marchese, ha mai voluto farlo e questo a
noi non va. Una storia vecchia ma a noi non  mai piaciuta e continua a non piacere affatto, vero,
generale?
Olympe
 per via della gamba. Con la gamba che ha bisogno di cure e il ginocchio che deve ritrovare la
sua scioltezza, mi  impossibile lasciare Parigi. Partire o rimanere non dipende da me, e questo  un
sollievo. Non devo scegliere, non c premura, sono costretta ad aspettare.
Nellattesa, pranzo con Sbastien, vado ai bagni di fronte a Pont Royal aiutandomi con un
bastone dalla punta dacciaio e la sera a teatro. Le cose di sempre, quelle che hanno il potere di
addomesticare il tempo. Abitudini. Che tuttavia non sono pi tali se il teatro a cui andr stasera domani
potrebbe essere chiuso, se il giornale che in questo momento sto leggendo dopodomani potrebbe essere
censurato e messo al bando, se il gabinetto letterario della mia amica Dupas fra qualche giorno
potrebbe essere distrutto e incendiato. Le abitudini sono scomparse, non esistono pi punti di appoggio:
vivo giorni sospesi.
Come tutti, del resto.
Niente riesce a restituirci il senso della quotidianit in questa Parigi toccata al cuore dal pugnale
di una donna. La testa di Charlotte Corday  caduta, ma la vendetta non basta a una citt incrudelita che
teme di non saper pi discernere gli amici dai nemici, che si sente assediata dai suoi stessi abitanti. Non
 affatto strano che in un luogo simile le abitudini di unintera vita - della mia vita - rischino di
diventare stravaganze, nientaltro che capricci di una donna eccentrica e imprudente.
Fino a oggi mi  stata cara, la mia imprudenza. Lho coltivata, anzi, con passione.
E il mio ginocchio me lo ricorda in ogni momento.
Cosa facevo che non avessi gi fatto mille altre volte? Camminavo.
In fretta,  vero, perch mia sorella mi aspettava e perch non mi piace attraversare le Tuileries
da quando, dietro gli alberi, si intravedono le braccia secche della ghigliottina.
Una folata di vento e dun tratto si mette a piovere. Mi guardo attorno. Non ci sono carrozze,
niente, neanche un vecchio fiacre. La pioggia infittisce, diventa temporale. Un tuono spacca il cielo e,
insieme al cielo, qualcosa di me che si librava lass in alto: una baldanza, una sicurezza che sotto il
maglio dei tuoni si spezza, va in frantumi e ricade a gocce lucide e appuntite che mi bucano gli occhi.
Raffiche dacqua mi stordiscono mentre una voce si insinua nella mia testa e bisbiglia che le donne di
qualit non vanno in giro da sole, a piedi, per strada.
Al pi, quando  bel tempo, passeggiano nei giardini, che a Parigi, com noto, ci sono per
questo. E allora io, io che mi trovo sotto la pioggia, da sola come una venditrice delle Halles o
unanatrella del Palais Royal che alza la gonna sul polpaccio appena scorge lombra di un uomo, io mi
sento in torto. E fragile.
Come per dar ragione a questo mio nuovo sentimento, una carrozza sbuca da una via laterale: 
la salvezza, cerco di fermarla, ma il cocchiere anzich rallentare ruota la frusta che sibila e schiocca, il
cavallo scarta di lato, il timone mi sfiora e perdo lequilibrio.
Ed eccomi zoppa nel corpo e nellanima. Tuttavia ho ancora dei momenti fermi, in cui la realt
riacquista peso e riprende il suo posto. I momenti della scrittura.
Daltronde  questo il motivo per cui sono tornata: finire Le Tre Urne, stamparle e affiggerle in
quante pi copie possibile.
Dopodich non avr altri contributi da offrire alla causa della pace. Potr ritirarmi in campagna,
come desidera mio figlio.
Quando avr completato la mia opera e la gamba sar guarita, terr fede alla promessa e me ne
andr. Lascer il mio studio ai piani alti, faticosamente strappato allavarizia e alla diffidenza del
padrone di casa, lo scrittoio, lo stipo cinese comprato dal rigattiere di rue Saint-Jacques e la poltrona
dallo schienale alto, comoda per leggere. Lho promesso. Abbandoner tutto, anche questa finestra che
si apre su un lontano labirinto di linee scure: i tetti di Parigi.
Scrivete.
Al Signor Juge, notaio a Tours: mi sono presa la libert, Signore, di inviarvi qualche baule con
i miei effetti personali. Sono sicura che avrete la compiacenza di custodirli fino al mio arrivo, che 
imminente
Che succede, Claude? Perch vi siete fermato? Siete gi stanco?
 lento, dio mio quanto  lento questo ragazzo. Chiudo il ventaglio e lo riapro con due colpi
bruschi che fanno stringere gli occhi a Madame de Svign, la gatta acciambellata sul suo cuscino di
velluto verde a frange doro. La pazienza  una virt inutile, che non amo e di cui sono ben poco
dotata, come ormai anche Claude dovrebbe sapere.
Infatti abbassa le spalle e, con unespressione dimprovvisa sofferenza, sprofonda nella sua
redingote color fango.  vestito in modo curioso, come se avesse messo insieme abiti ereditati da
persone diverse, la giacca soffocante, un panciotto con i bottoni dacciaio, alluso inglese, stivaletti
bassi. Ma  bello.
Con i capelli dal taglio tondo e la frangia breve ha laria di un eroe romano, uno di quei
giovinetti antichi dipinti da David. Il lobo destro, forato da un anello, gli si arrossa con facilit. Un bel
ragazzo dalle mani lente. Lho assunto perch non avevo scelta. Tutti i segretari con una qualche
esperienza ormai lavorano per i deputati e non accettano altri impegni. Ma non me ne pento, in fondo
non  un cattivo acquisto. Claude non  svelto per ha una buona calligrafia, molto regolare, con le
lettere inclinate al punto giusto e sa tagliare la penna nel modo meraviglioso in cui la tagliano gli
scrivani pi consumati, maestri nellarte della scrittura anche se non dello scrivere.
Partite, signora? I suoi occhi neri mi fissano obliqui da sotto in su e io capisco di colpo. 
questo dunque che ha rallentato la sua mano e gli ha fatto bucare il foglio. La mia partenza.
Lo scruto con pi attenzione.
Quanti anni avete, Claude?
Alza la testa, sorpreso ma felice del mio interesse. Il suo sguardo adesso  diretto, affonda nel
mio. Linquietudine ha lasciato il posto a unesultanza ingenua, che non si nasconde. Venti, signora.
Let di Hyacinthe, penso, o poco pi. La stessa et e, negli occhi, la stessa svagata dolcezza.
Sono strani questi ragazzi cresciuti con la Rivoluzione. Dovrebbero essere pi temprati di noi. E
invece Anime tenere che coltivano la commozione al posto dellentusiasmo. Lo vedo anche dai libri
che leggono.
Hyacinthe preferisce piangere sullonest di una giovane sventurata che emozionarsi per gli
amori libertini del cavaliere di Faublas.
Sospiro. Bisogna affrettarsi, Claude. Dobbiamo chiudere la lettera e riprendere Le Tre Urne.
Non  un romanzo che sto scrivendo, i tempi sono stretti.
Parole piane, dette con voce altrettanto piana. Ma evidentemente non  questa la risposta che lui
si aspettava, perch la delusione lo fa arrossire.  rossa la fronte sotto la frangia, rosso il collo e il lobo
che tocca e tormenta tirando lorecchino con la punta delle dita Le dita, s, sono davvero perfette. Si
mantengono pallide, appena pi colorate nel disegno delle unghie.
Alle sue spalle un vento caldo muove le tende, si spinge dentro la stanza, strappa dai suoi vestiti
un sepolto profumo dinchiostro e dallo stipo cinese lodore di legno di sandalo.
Qualcosa nellaria o nel suono delle nostre voci disturba Madame de Svign che si scuote,
gonfia il pelo e muove le orecchie reclamando la mia attenzione. Brava,  vero, mi sto lasciando
distrarre e questo non va bene. Tendo una mano per tranquillizzarla, ma il gesto mi sbilancia e mi
procura una fitta alla gamba. Serro forte i denti per trattenere il dolore.
Vi fa male, signora?
C qualcosa di pi che una semplice premura in questa voce che mi scivola addosso e indugia
ed esplora. Ah, ragazzo.
La gamba, vi duole?
Cerco di rilassarmi, la testa contro la spalliera, le mani in grembo. No, spiego con la stessa
gentilezza con cui spiegherei a Hyacinthe, no, non  il male, ci che mi esaspera  dover stare ferma
quando lavoro. Non sono abituata a tanta parsimonia di gesti. A me piace dettare camminando su e gi,
accompagnando il movimento dei pensieri con quello del corpo. E invece mi tocca starmene seduta, la
gamba a riposo sul poggiapiedi davanti alla poltrona, per non sforzare il ginocchio pi del necessario.
Il dottor Reynard  ancora a Parigi?  lui che vi cura?
Questa volta sono io a sorprendermi. Conoscete mio cognato?
Sono un suo allievo. Il viso del ragazzo  un trionfo di orgoglio, tagliato subito da un
ripensamento. O, meglio, lo ero, precisa. Fino allanno scorso. Le spalle, nella giacca troppo
pesante, tornano ad abbassarsi, la voce si assottiglia.
Mio padre  morto senza preavviso, per cos dire, e io ho dovuto interrompere gli studi di
medicina.
Perch non me lavete detto quando vi siete presentato?
La sua discrezione mi stupisce. Per quale motivo avr taciuto una referenza che poteva
senzaltro tornare a suo vantaggio?
Per vergogna? Per fierezza? Lo osservo. Cos giovane, cos inesperto. Sul suo collo ancora si va
stemperando il rossore di poco fa.
Non mi avete riconosciuto.
 un grido daccusa pi che una spiegazione. Ma perch mai avrei dovuto riconoscere un
allievo di mio cognato?
Mio padre non ricordate? Ogni gioved, puntuale, veniva agli incontri di rue Fossoyeurs e io
laccompagnavo. Allimprovviso sorride:  vero che non avevo pi di otto anni.
Ma i suoi occhi mi seguivano senza lasciarmi un attimo. Fe deli. Densi. Brillanti. Riuscivano a
imbarazzarmi. Si, ora ricordo.
 passato troppo tempo, come potevo riconoscere in questo giovane uomo quel bambino che
veniva, per mano al padre, a casa di mio cognato?
Una casa che a me sembrava la sola degna di questo nome in tutta la citt, lunica che mi
offrisse riparo quando ancora ero straniera a Parigi e non conoscevo nessuno tranne Jacques, il mio
amato Jacques, lelegante parigino che mi aveva convinto a lasciare Montauban. Rue Fossoyeurs era
questo per me, allora: un luogo di mezzo, un po Montauban e un po Parigi.
Il posto dove potevo incontrare medici e filosofi, poeti e fratelli muratori, ma dove potevo
anche parlare occitano, anzi, pi precisamente, loccitano che si parla nel Quercy. E dove potrei
continuare a parlarlo se Jeanne e suo marito non fossero fuggiti in campagna. Parigi li spaventa pi di
quanto non spaventi me.
Mio padre, Claude ora ride apertamente, ogni volta si stupiva: ma non ti annoi Io invece
mi incantavo alla vostra voce. E sognavo, non ridete, ve ne prego, sognavo di diventare il vostro
segretario.
Come segretario, per la verit, non vali molto, dovrei dirgli.
La tua penna si spunta con eccessiva facilit cercando di tener dietro alle mie parole. Ma i suoi
giovani piedi, dentro quei brutti stivaletti senza tacco, si muovono irrequieti sotto lo scrittoio e mi
catturano nella loro danza ansiosa. Il bambino  diventato uomo, un uomo che si mantiene con il suo
lavoro.
Bene, Claude. Se questo era il tuo sogno gli dico familiarmente, dandogli del tu prima di
rendermene conto, come se fossimo ancora in rue Fossoyeurs e lui fosse rimasto fermo allet degli
incanti. Sei pronto? Scrivi.
Spero, Signore, che avrete la compiacenza di vegliare anche sui miei piccoli interessi con il
mezzadro, poich non so se far in tempo a essere a Toursper la mietitura.
Francoise Modeste
Aveva smesso di piovere e laria era tornata pesante, quasi non scendeva in gola. Questanno 
come se avessimo due estati, una dentro laltra. Quella secca  cominciata molto prima del suo tempo e
dun tratto, dal suo cuore asciutto, ne  spuntata unaltra tutta lampi e tuoni e diluvi: la gemella
drammatica.
Dunque aveva smesso di piovere e io speravo di poter uscire di casa. Mamma per me lha
proibito per via del falso allarme suonato ieri dalla campana a stormo. E per fare in modo che non ci
pensassi pi mi ha messo in mano ago, filo e una tovaglia da ricamare, pregandomi di comportarmi, per
una volta, come tutte le fanciulle della mia et che non hanno largento vivo sotto i piedi. Intanto
guardava le mie pantofoline nuove, regalo di Suzanne, con gli occhi di chi guarda una macchina alata,
un palloncino che un getto di fuoco pu alzare al cielo da un momento allaltro - uno labbiamo visto
davvero, qualche giorno fa, che si dondolava sui tetti scomparendo piano piano dietro lorizzonte.
Quanto ho invidiato quella sua leggera libert!
Ma io so di cosha paura mia madre.
Ha paura che largento vivo che ho sotto i piedi mi porti in posti dove non  bene andare, dove
un colpo di fucile pu partire per accidente.  gi capitato e proprio accanto a noi, in fondo a rue
Huchette, appena svoltato langolo. Uno sparo ed  rimasta a terra una donna con la pancia grossa di
molti mesi, una sconosciuta, nessuno sa da dove venisse, forse da una lontana sezione o forse era
appena arrivata a Parigi,  un mistero.
Suzanne giura che era solo unaccattona, di quelle che dormono dietro le barche. A me per ha
fatto una gran pena. Morire in mezzo alla strada e nessuno che si ricordi di te, nemmeno luomo che
ti ha gonfiato la pancia!
Mamma dunque mi ha proibito di uscire e io mi sono dovuta accontentare del davanzale della
finestra. Non mi dispiace, il davanzale. Con un occhio controllo quello che succede dentro casa e con
laltro la gente che cammina fuori, per i fatti suoi. Le donne si affacciano alle porte con la speranza di
veder passare linsurrezione e gli uomini si fermano a ridere con loro mentre io ascolto e muovo
svogliatamente lago, a non pi di un punto per minuto.
Un punto e unocchiata, unocchiata e un punto
Erano da poco suonate le undici quando vedo arrivare a piedi, dalla parte del ponte SaintMichel,
una signora alta, altissima, con una testa di riccioli larghi seminascosti da un cappellino blu. Zoppica
leggermente dalla gamba sinistra, come mio padre. Le da il braccio un uomo molto pi giovane di lei,
altrettanto alto, che cammina parlando fitto fitto, come se volesse convincerla di qualcosa. Con la mano
libera regge un pacco, che senza dubbio contiene dei fogli usciti da una stamperia, li riconosco a vista.
I due si fermano davanti alla nostra porta, bussano, entrano.
Mio padre diventa tutto premuroso, signora di qui e signore di l, la premura attaccaticcia di
quando annusa un affare.
Offre una sedia, domanda in che cosa pu rendersi utile.  la donna a rispondergli, con un
accento marcato, calcando le consonanti come la mia amica Martine, che viene dal sud. Parla
muovendo la testa e le spalle, piegando di lato il collo, intrecciando discorsi con le dita. Conosco quella
vibrazione del corpo, lenergia trattenuta che spinge il piede oltre lorlo della gonna. Anche a questa
signora dal cappellino blu e dai gesti agitati corre nel sangue un torrentello dargento vivo, ci giurerei.
Peccato quel passo zoppo, mortificante, una tortura per chi vive dimpazienza. Chino la fronte
sul ricamo, tanto me ne dispiaccio.
Vi ho portato un manifesto, esordisce la signora indicando il pacco, bisognerebbe affiggerne
qualche centinaia di copie.
Chi lha scritto? Io, assicura lei, disinvolta. Mio padre non dice n s n no: da bravo patriota
prudente, prima di pronunciarsi le chiede di avere la bont di leggergli il testo. Il giovane, che finora
non ha aperto bocca, si anima, estrae un foglio, si schiarisce la voce e con naturalezza si prepara alla
lettura. Ma la signora, svelta svelta, gli toglie di mano il foglio, anzi glielo strappa con unaria ostile, di
rimprovero. Lui arrossisce e lei comincia a leggere.
Lo fa con sentimento e, a mano a mano che procede, le sue parole si accendono di una
pericolosa incandescenza. Perch non si tratta di un annuncio dei soliti, il cane scomparso, laffitto di
una casa, i benefici di una nuova acqua balsamica
No, niente di cos banale.
A nome della patria in pericolo, legge la signora, propongo che in ogni dipartimento della
Francia vengano poste, sul tavolo del Presidente dellAssemblea, tre urne. Sulla prima verr scritto
Governo repubblicano, sulla seconda Governo federale, sulla terza Governo monarchico.
Sempre a nome della patria in pericolo, il Presidente proclamer la scelta libera e individuale di uno di
questi tre ordinamenti. Toccher ai francesi, padroni delle proprie scelte, pronunciarsi a scrutinio
segreto sul tipo di governo che a ciascuno sembrer migliore e pi conforme ai costumi del luogo. La
maggioranza vincer.
Cittadina, la interrompe mio padre alzando le sopracciglia, volete forse dire che la patria non
deve essere una e indivisibile? Dico che scegliere la forma di governo per mezzo delle urne  meglio
che sceglierla attraverso le armi. Mia madre, che di solito non si intromette ma che questa volta ha
seguito la lettura con grandi cenni dapprovazione, giunge le mani ed esclama: Ah, signora, come
sarebbe bello!
E che magnifica idea! Se in questo modo si potesse sradicare la guerra Che trovata di genio!
Mio padre non apprezza il suo intervento, stringe le labbra, scuote la testa, ammicca con aria di
rimprovero ma lei non se ne accorge e tutta entusiasta dice va bene, lasciate pure il pacco.
Appena i due se ne vanno,  inevitabile, mio padre alza immediatamente la voce e mia madre
gli risponde alzandola ancora di pi. Passa un bel po di tempo prima che si mettano a discutere da
persone normali, a scambiarsi opinioni invece di urla inarticolate. Alla fine: Francoise, mi chiamano,
vieni qua, leggi questo foglio, ma adagio, lentamente, che si possa capire meglio.
E mentre io leggo lui fa segno di no, che mai e poi mai affigger quella roba - roba da anarchisti
- sulle mura della Citt Santa. Lega di nuovo il pacco con il suo cordoncino, lo impila nellangolo dove
sistema i lavori che possono aspettare, guarda fuori se piove:  ora di andare in sezione.
E adesso viene la parte pi bella della giornata.
Ero salita giusto un momento al piano di sopra dalla mia amica Martine e quando torno chi
trovo, ritto in mezzo alla stanza, intento a lisciarsi i risvolti della giacca? Nicolas. Austero,
meraviglioso nella sua uniforme di ispettore di polizia. Nicolas, con un elenco di fazzoletti trovati
addosso a quattro ladri arrestati durante il funerale di Marat.
Con la sua voce gentile e insieme autorevole si rivolge a mia madre, le chiede il permesso di
mostrarmi la lista.
La sfoglio con la mano che trema un po.
Ben diciannove fazzoletti: uno bianco con il bordo rosso, uno a quadri, un altro di cotone
indiano e perfino uno blu a piccole righe rosse che potrebbe essere il mio se solo fosse marcato con le
mie cifre, ma non lo . Nessuno pu essere il mio, la stessa descrizione che avevo fornito lo esclude,
apro la bocca per farlo presente e di botto la richiudo. Levidenza mi sta di fronte, luminosa: Nicolas sa
benissimo che il mio fazzoletto in quellelenco non c.  tutta una scusa.
Non faccio in tempo a pensarlo che sento un gran calore e gli zigomi che mi bruciano e anche la
punta del naso. Allora comincio a elencare, seguendo con un dito tremulo riga per riga: no, questo no,
questaltro nemmeno, e proseguo adagio adagio e mi fermo per chiacchierare un po con lui.
 una vergogna, dice Nicolas, che ci sia chi ha il coraggio di rubare in simili circostanze,
quando il popolo intero dovrebbe essere unito da sentimenti patriottici, soprattutto ora che la
Rivoluzione  in pericolo e tutti gli uomini devono combattere per difenderla.
Anche le donne, mi affretto ad aggiungere.
Lui mi sorride con tenera compiacenza. Certo, anche le donne. Pure loro devono combattere,
ma non con le armi.
Perch no? La madre della mia amica Martine, che  poi la sarta che da lavoro a Suzanne, dice
che abbiamo anche noi il diritto di difendere la nostra vita e la nostra libert, anche noi abbiamo sangue
da versare a servizio della patria.
Il sorriso di Nicolas si accentua. Vivandiere e lavandaie lasciate che siano loro a mescolarsi
ai soldati. Voi avete un altro compito.
Quale, voglio sapere. Qual  il compito che ci spetta?
Suzanne ha portato in tavola una cuccuma di cioccolata e ora la versa nelle tazze di maiolica
delle grandi occasioni, tolte dalla credenza e rispolverate in tutta fretta.
Gli uomini vigilano alle frontiere, spiega Nicolas prendendo una tazza dalle mani di Suzanne
ma guardando me, le donne invece devono vigilare in ogni citt, in ogni strada, in ogni casa, devono
dare la caccia ai controrivoluzionari e denunciarli senza esitazione. Perch il silenzio, che  virt sotto
la tirannia, diventa crimine sotto limpero della libert.
Mi torna in mente la signora delle tre urne. Unanarchista  una controrivoluzionaria? Senza
dubbio. Mio padre lha capi to al primo sguardo, solo mia madre poteva farsi imbrogliare dalle sue
belle parole!
Suzanne aggiunge altra cioccolata dentro la cuccuma. Nel chinarsi il fiocco del suo vestito
sfiora, come per caso, la mano di Nicolas. Uno scandalo. Per fortuna lui non pare farci caso.
Oggi non  tanto seducente la mia cara sorellina, con il vestito vecchio e la tasca del grembiule
gonfia di rocchetti.
Prima di congedarsi, Nicolas chiede a mia madre il permesso di tornare, nel caso trovasse di
nuovo qualcosa. E lei lo ringrazia e acconsente. Non  una patriota entusiasta, questo no, per, quando
 di buonumore, sa essere comprensiva.
Senza di lui, la stanza mi sembra troppo vuota e troppo piena al tempo stesso. Piena di
unassenza, per cos dire. Ripasso dentro di me i suoi gesti, le sue parole, lespressione, i pi lievi
trasalimenti. Non riesco a stare ferma, le cose mi sfuggono di mano, riprendo il mio ricamo ma
ingarbuglio le matasse, rompo un ago, mi pungo e il sangue sporca il filo. Finch la mamma,
esasperata, non mi manda a raggiungere mio padre in sezione.
Volo. Entro e non appena vedo il commissario so dun tratto qual  il mio compito. Mi faccio
largo, mi accosto: Cittadino commissario.
Il silenzio  un crimine
Penso con orgoglio al momento in cui Nicolas sapr che anchio ho compiuto il mio dovere di
sentinella della patria.
 stato allora che ho mentito. Una bugia piccola, piccolissima, ma irritante proprio per la sua
piccolezza. Mi  scappata di bocca. Insomma, ho dichiarato al commissario di sezione di avere diciotto
anni. Per dare pi forza alla mia denuncia. Se gli avessi detto quattordici mi avrebbe ascoltato con la
stessa attenzione?
Anche se in realt, a pensarci bene, non corre questa gran differenza Potrei benissimo avere
diciotto anni e infatti lui mi ha creduto e mio padre, che era presente, si  messo a ridere e non mi ha
smentito.
A casa invece la mamma si  molto arrabbiata. Ma poi anche lei, discuti e discuti, ha dovuto
convenire che forse era giusto che le cose fossero andate come sono andate e quando stamattina la
signora si  presentata, per la seconda volta, il suo atteggiamento era cambiato e non lha pi difesa.
Ma una menzogna, anche detta a fin di bene, sporca la bocca di chi la pronuncia.
 per questo forse che provo un fastidioso imbarazzo quando la vedo tornare, limpetuosa
signora alta dalla parola facile e il cappellino blu. Questa volta sta insieme a un vecchio, un certo
Costard, il suo editore a quanto pare. Si presenta e vuol sapere perch non si vede in giro nessuno dei
suoi manifesti. Mio padre non fa tante storie, tira fuori il pacco e glielo sbatte davanti: il tempo 
cattivo e lui non pu rischiare di prendersi la pioggia per attaccare i suoi fogli, questo  certo.
La signora si volta verso mia madre, un movimento interrogativo, di muta richiesta. Ma lei
regge il suo sguardo con fermezza. Ieri, dice, il testo suonava diversamente da come suona oggi.
La signora, che ha ben interpretato la malacreanza delluno e la reticenza dellaltra, a questo
punto sinfervora, difende il suo scritto se pensassi che potrebbe nuocere alla cosa pubblica, ne farei
un autodaf Non posso impedirmi di ammirare la sua foga espressiva e questo mi mette ancor pi a
disagio.
Se avessi sbagliato? Se lei non fosse lanarchista che dice mio padre?
Alla fine si arrende. Daccordo, promette, ne porter una copia al Comitato di Salute Pubblica e
attender le sue disposizioni.
Si accomiata e se ne torna in strada. Dimpulso, decido di seguirla.
Non  difficile, cammina piano, con una zoppia pi accentuata di quanto ricordassi, e non
laiuta appoggiarsi al vecchio che  tanto pi basso di lei. Arrancano in questo modo - lei al ta e
sbilenca, lui piccoletto, impettito, quasi in punta di piedi per arrivare a darle il braccio -, percorrono
tutta rue Huchette e giunti in fondo voltano a destra, verso il ponte SaintMichel.
Allimbocco si fermano a parlare con uno strillone, il vecchio gli consegna il pacco, lei gli
indica la strada, da una parte e dallaltra del fiume.
Un gesto che la tradisce.
Mentiva quando ha detto che avrebbe aspettato il parere del Comitato di Salute Pubblica! Vuole
affiggere il suo manifesto a tutti i costi.  una bugiarda. Lei s che  una bugiarda, altro che la mia
menzogna piccola piccola, irrilevante, del tutto trascurabile in confronto alla sua!
E io che
Mi faceva compassione! Forse un poco lammiravo, non voglio negarlo. Ma ormai ho le prove,
 unanarchista. Ho fatto bene, s, benissimo a denunciarla.
Il sollievo mi fa sentire leggera leggera mentre corro incontro al commissario che sta giusto
attraversando il ponte in senso inverso, insieme alle guardie.
Olympe
Mi trovavo allaltezza del Palazzo di giustizia, non molto distante da casa, quando la pattuglia
mi ha sbarrato il passo.
Due guardie hanno pronunciato il mio nome, si sono messe la bandoliera a tracolla e hanno
fatto il loro dovere notificandomi il mandato darresto.
Doveva succedere, prima o poi. Ma ugualmente ho avuto limpressione di essere stata colta di
sorpresa.
Ci siamo, ho pensato stringendo pi forte il braccio di Costard.
Il vento, gi da qualche ora, aveva cambiato direzione portandosi via le nuvole e la pioggia. Era
spuntato il sole. Bruciava, al culmine della mattinata, e la gente camminava cercando lombra e
rallentando landatura per non perdersi lo spettacolo di una signora arrestata per strada. Fra i cappelli
scuri e le giacche dei passanti,  stato un attimo, mi  parso dintravedere i riccioli rossi della nostra
lavandaia, liberi e spettinati da raffiche che di tanto in tanto gonfiavano gli scialli. Un moccioso scalzo
 spuntato di corsa dal vicolo che conduce al lungofiume, si  chinato a raccattare una cosa oblunga e
biancastra dal canale di scolo e me lha lanciata contro con la rabbia violenta e infantile che  propria
dei discoli di strada. La cosa mi ha sfiorato il braccio ed  caduta dietro di me. Ho avvertito un brivido
tra le spalle. E limpulso di aprire lombrello, che fino a quel momento avevo usato per aiutarmi nel
camminare, e di abbassarlo sul viso. Non  necessario essere colpevoli per provare vergogna. Nel
frattempo gli spettatori erano diventati una folla che ci stringeva da tutti i lati. Il comandante della
pattuglia ha gridato di far largo e ci ha scortato fino al municipio.
 qui che saremo interrogati.
Io dovr rispondere ad accuse che ancora non conosco ma che posso ben immaginare, mentre
Costard e lo strillone, che si chiama Trottier, saranno sentiti in qualit di testimoni.
Ma per linterrogatorio, ci avvertono, dobbiamo aspettare Baudrais. La firma sul mio mandato
darresto  sua. Sar lui a decidere se lasciarmi libera o confermare la carcerazione.
Aspettiamo.
La sala del municipio  piena di uomini e di donne che si trovano nelle mie stesse condizioni: in
stato darresto ma senza un atto daccusa ufficiale. Tutti aspettano, come me, linterrogatorio che li
render liberi o che li condurr verso altri interrogatori, altri giudici, altri tribunali. Siamo in tanti.
Cento, forse duecento. Una compagnia composita, signori e signore di rango, gente del popolo:  la
giustizia repubblicana, che non fa distinzioni. Alla mia destra, una cidevant aristocratica in parrucca
appoggia le spalle nude al muro, stremata dallattesa.
Appena qualche passo pi in l, una biondina con il fisci rammendato e le calze di lana grossa
dentro gli zoccoli. Pupille immense, sbarrate da una particolare follia. La follia che una volta ho visto
in una donna appena uscita dallospedale della Salptrire.
La sala  troppo stretta per tutti questi prigionieri. Si parla a voce alta perch nel frastuono le
parole si perdono. Il brusio  forte, la confusione aumenta il disagio. Manca laria. La signora in
parrucca scivola svenuta, dileguandosi dentro il cerchio della gonna. Le guardie fumano sulla soglia,
voltandoci le spalle.
Le ore passano e non c una panca, un luogo dove sedersi.
Costard si preoccupa per me, chiede che mi si trovi una sedia o almeno uno sgabello, ma niente,
anchio devo aspettare in piedi il mio turno, nonostante la gamba abbia cominciato di nuovo a farmi
soffrire.
Il dolore. Lo sento che sinerpica dal ginocchio alla spina dorsale, su fino alla nuca. Provo ad
attenuarlo spostando il peso del corpo sul lato destro. Ma il dolore continua a salire.
Cerca un varco. Il punto di minor resistenza. Vuole impossessarsi di me.
Per quanto tempo ancora riuscir a tenergli chiusa la mente?
Baudrais si presenta verso le quattro del pomeriggio. Insieme a lui c Marino: il martire
mancato, la vittima della Gironda.
Lo esamino con curiosit. Avr s e no trentanni. Lineamenti piacevoli, capelli raccolti in un
codino nero. Da quando  stato arrestato, in primavera, e in seguito rimesso in libert dai sanculotti
della Comune,  diventato un eroe nazionale.
Un personaggio importante. Saturo di odio, a quanto dicono, per chiunque non faccia parte della
sua fazione.
Il commissario Marino, che un tempo dipingeva porcellane.
Le sue dita hanno smesso di tracciare disegni delicati per firmare atti daccusa, liste di sospetti,
mandati di comparizione e verbali di condanne.
Il commissario Marino, che ora ha deciso di assistere al mio interrogatorio.
Con quale diritto? bisbiglia Costard al mio fianco.
La prima a essere interrogata  una ragazzina. Giovanissima.
Un viso grazioso, non particolarmente bello, da grisette qualsiasi, per animato da due occhi
vivi di intelligenza.
Lavevo gi notata, in strada, una figuretta con qualcosa di familiare che scivolava fra i negozi e
le abitazioni del ponte SaintMichel e andava a intrufolarsi tra le guardie che sopraggiungevano dal lato
opposto per bloccarmi e arrestarmi. Con bella spontaneit si era poi fatta avanti, posando su di me uno
sguardo consapevole e limpido. Che ci fa una ragazza cos giovane in mezzo a una pattuglia di guardie
nazionali?, mi ero chiesta. Adesso lo so. E la riconosco prima ancora di sentire il suo nome.
Credevo fosse stato suo padre a denunciarmi, invece  stata questa ragazzetta dalla pelle fresca
come il mazzolino di fiori appuntato sulla sua pettorina. Perch? Cosa pu saperne di federalismo, di
Montagna e di Gironda, di guerra civile? Comprendo lodio di Marino, ma il suo?
Niente per me  pi triste della severit di questa piccola donna, quasi una bambina, che punta il
dito contro di me. Mi accusa di menzogna, di voler sottrarre al vaglio del Comitato di Salute Pubblica i
miei manifesti, gli stessi che suo padre ha rifiutato di affiggere. Risponde a Baudrais ma i suoi occhi, la
sua voce, tutto il suo esile corpo si protende verso Marino, freme dammirazione per lui. La schiettezza
del suo sguardo mi toglie le forze e mi toglierebbe anche la parola, se toccasse a me parlare.
Ma dopo di lei spetta allo strillone.
Trottier  un ambulante alla perenne ricerca di lavoro, non sa leggere, non ha fatto niente che
possa incriminarlo - oltretutto, non ne ha avuto il tempo. Viene rilasciato.
 la volta di Costard. Si avvicina al tavolo dei commissari a passo lento. Il suo viso grigio di
stanchezza mi provoca fitte di rimorso. Mi spiace per lui. Mi rincresce immensamente di averlo
coinvolto in questa brutta faccenda. Ne ha gi passate tante a causa delle sue idee! Costretto a emigrare
in Germania, a nascondersi per anni Il mio buon Costard, amico del grande maestro, di quellanima
solitria di Rousseau. Ma si difende bene: il suo compito, spiega con tutta calma, era molto limitato e
consisteva nel portare il manifesto, di persona e in vece mia, al presidente del Comitato di Salute
Pubblica e al presidente della Convenzione, cui peraltro il manifesto stesso  dedicato.
Baudrais gli contesta il fatto che non compaia da nessuna parte il nome dello stampatore, come
impone la legge, ma non infierisce e lo lascia andare.
 il mio turno.
Dalla gamba il dolore si  ramificato per tutto il corpo, non  pi dolore ma lucidit tersa,
piantata nel cervello con lacuta limpidezza di un cristallo.
Il segretario trascrive le mie generalit. Baudrais minterroga.
Tono civile. Domande di rito. Riconoscete di essere lautrice delle Tre Urne?
Potrei negare, il testo non  firmato. Ma se non lho fatto  per le insistenze di Claude, per
placare i timori del mio giovane segretario, non per altro. Se siete decisa a renderlo pubblico, almeno
non firmatelo, ve ne prego. Quegli occhi supplici
Ho ceduto. Non ho firmato. Ma rinnegarlo, perch di questo ora si tratta,  ben diverso. Per
quale ragione dovrei ripudiare uno scritto di cui vado fiera?
S, ammetto, sono lautrice delle Tre Urne.
Baudrais continua con il suo tono civile. Vuole sapere chi frequento, quali sono le mie
conoscenze, le relazioni, gli amici.
I miei amici Non sono gente qualsiasi. Posso ben vantarmi di loro. Che si chiamino Mercier o
Cubires, che  segretario della Comune, o Thilly, che  giudice di pace del PontNeuf.
O Vergniaud. S, Vergniaud, deputato della Gironda e compatriota, che ha lasciato la sua casa e
la sua citt per servire la patria. Siamo amici da quindici anni e non rinuncer a chiamarlo amico solo
perch una cricca di faziosi  riuscita a chiuderlo in una galera.
 a questo punto che Marino ci interrompe e urla: Voi non amate i giacobini e i giacobini
hanno il diritto di non amare voi.
Signore, replico, io amo i buoni cittadini, non gli intriganti.
Vi porter davanti al Tribunale Rivoluzionario.
 l che vi aspetto.
E lui ordina: Mettete la signora in segregazione e che nessuno le possa parlare.
Dicono che la calma sia il contrassegno dellinnocenza. Allora le mie gambe che tremano per il
desiderio di camminare sono colpevoli,  colpevole la mia mente che non accetta il vuoto della
segregazione.
Sei piedi di lunghezza, quattro di larghezza. Tanto misura la cella in cui sono rinchiusa da otto
giorni. Non da sola. In questa cella che comprime perfino il respiro, io vivo con un gendarme che, per
ordine del commissario Marino, non mi lascia mai, n di giorno n di notte. Unindecenza di cui non
esiste precedente, unumiliazione a cui nessuno ha mai pensato di sottoporre una donna, nemmeno
nelle segrete della Bastiglia.
Otto giorni.
Da otto giorni sono la detenuta della cella numero dieci, secondo piano del palazzo municipale.
In otto giorni Gautier, il direttore della prigione, mi ha concesso di scrivere un unico biglietto che ho
indirizzato a Cubires con la speranza, finora vana, che almeno lui possa essermi di aiuto. E questo 
tutto.
Segregata. Ma con il fiato di una guardia sempre sul collo.
Per la verit, i gendarmi che si sono dati il cambio durante la settimana sono onesti, rispettosi,
non  di loro che posso lamentarmi.
Si trovano a disagio quanto me nella nostra intimit forzata. Soffrono anche loro in questa cella
dove laria  un fuoco. Ma hanno ordini precisi. Non devono rivolgermi la parola.
E nemmeno guardarmi negli occhi. Mai. Io sono il nemi co e c una Medusa che arrotola i suoi
serpenti dentro lo sguardo di ogni nemico.
Di cosha paura il cittadino Gautier? ho finito per chiedere alla guardia del mattino. Che vi
trasformi in statue di pietra? Potrebbe essere un vantaggio, con questo caldo.
Lui ha abbozzato un sorriso, ma ha voltato la testa dallaltra parte. Il giorno dopo per si 
slacciato la giacca delluniforme e attraverso i baffi ferrigni gli  uscito in un soffio rauco: Il
termometro, ha scatarrato coscienziosamente,  il termometro tocca trentasette gradi. E su
questo ha richiuso la bocca, temendo forse di essersi spinto troppo in l, ma da allora ogni tanto si
lascia andare a una parvenza di conversazione.
 dal cinquantatr che a Parigi non fa un simile caldo, quarantanni
Ammicca mentre il sudore gli cola dallattaccatura dei capelli e dalla punta del naso.
Non ho avuto altrettanto successo con i suoi compagni dei turni successivi. Scorze dure.
Impenetrabili. Tuttavia anche loro hanno dei riguardi e si voltano quando devono voltarsi, per
concedermi almeno unimpressione di riservatezza. Ma sono uomini. Tirano dieci prese di tabacco in
unora, sputano negli angoli e di notte il respiro gli si fa pesante. Le loro uniformi puzzano e senzaltro
puzza anche la mia camicia, la stessa che indosso da otto giorni. Mi hanno arrestato per strada,
sfortunatamente, dunque non ho potuto prendere con me neanche un fazzoletto o un pettine. E quando
Justine si  presentata con gli abiti di ricambio, Gautier lha rimandata indietro.
Cos le mie vesti puzzano e puzzo anchio, dato che non posso lavarmi. Gautier non lo
permette.
E il caldo aumenta. Vibra nel chiuso della cella, come la corda di un violino muto.
Pure il dolore vibra e pulsa nella mia gamba, l dove si  formato un ascesso. Ho paura che la
ferita sinfetti. Ma non posso pulirla n cambiare le bende. Ho chiesto un medico e mi  stato negato.
Ho chiesto almeno un ricambio di biancheria e di nuovo mi  stato negato.
Dallaltro ieri ho attacchi di febbre. Nonostante la calura tremo, sudo e venti volte di seguito la
camicia impregnata di sudore mi si asciuga addosso. Ma non posso cambiarla.
Non ho indumenti puliti n acqua per lavarmi n messaggi di amici: non ho niente. Non sono
abituata a questo niente che immobilizza il corpo e cancellando il movimento cancella il pensiero. Non
ho pensiero. Non ho niente. A parte la piet delle guardie e la compassione della cuoca, che ogni
mattina e ogni sera arriva ciabattando a riempirmi la scodella. Un donnone con certe manacce sempre
alzate, si direbbe, per menare sguattere e marmocchi e che invece oggi, insieme alla minestra, mi ha
portato in gran segreto, sfidando la collera del direttore, una delle sue camicie di panno greggio.
Non  molto elegante, si  scusata.
La tela profumava di pulito. Dio mio, come profumava! Da stordire. Non osavo toccarla. Quasi
fosse una profanazione.
La camicia  ancora l, stesa sul letto. La cuoca se n andata da un pezzo e io non le ho
nemmeno detto grazie.  questo lindore che mi abbaglia e mi confonde.
Aspetto ancora e ancora, aspetto non so quanto prima di voltare le spalle alla guardia e
spogliarmi staccando, lembo dopo lembo, la veste sporca che s incollata alla pelle. Me la strappo dal
petto, dalla schiena e dallanima. Mi restano in mano lunghi brandelli che arrotolo stretti in un
fagottino.
Una breve incertezza e via, dentro una fenditura. Spingo gi, bene a fondo nella crepa del muro.
 da qui che a una certora escono in fila, a prendere aria, gli scarafaggi.
Marion
Questa sera lacqua della Senna proprio non mi va, cara Toinette, dopo unintera giornata a
rimestare nelle pentole. Mi pagano per questo e non mi lamento, ma dopo tutto un giorno con il mal di
testa per sfamare cinquanta detenuti con una quantit di cibo che basterebbe a malapena per venti, ho
diritto, mi pare, a un boccale di vino.
Pessima giornata, davvero pessima.
Il lavoro  quello che , non mi  mai pesato pi di tanto.
Ma essere maltrattata per un atto di carit! E da chi, poi. Da quellimbroglione del direttore.
Certo, comanda lui il cittadino Gautier! E, dato che comanda, mi chiama e mi fa: Cittadina, qui non
si prendono iniziative di testa propria. Soltanto perch avevo dato una camicia pulita - una camicia
mia, mica di sua moglie - alla detenuta della cella numero dieci. Che, daltra parte, non mi ha neanche
ringraziato. Ma tremava di febbre, era tutta un sudore. Un patriota non si pu permettere un gesto di
piet?
 una donna malata, ho detto a Gautier. E lui:  una dama succhiapensioni.
Ma se lei si vanta di averla rifiutata, la pensione!, unofferta di Maria Antonietta, sembra,
quando ancora non era la vedova Capeto e distribuiva denaro e onorificenze a piacer suo.
E con questo?, insiste Gautier.  una dama!
 soltanto la detenuta della cella numero dieci, gli faccio presente. A chi importa se si chiama
de Gouges? Che si chiami come le pare, non  che la detenuta della cella numero dieci. E lui: qui non si
prendono iniziative
Mi sono morsa la lingua per non rispondergli a dovere. Ci mancava pure che perdessi il posto
oltre alla camicia. Nuova, praticamente. Ma lho regalata e non me ne pento. Anzi, ci bevo sopra.
Versa, versa, Toinette. E, se non ti spiace, resto al banco insieme a te, che tanto ancora hai pochi clienti
e tuo figlio pu ben servire quattro bicchieri di rogomme a quei giocatori di scacchi laggi nellangolo.
Si  fatto grande il monello, chiss suo padre quando torna e se lo trova uomo, bello e pronto
per arruolarsi anche lui!
Che Dio ci salvi, hai ragione,  troppo triste veder partire il figlio dopo il marito. Quando se n
andato Joseph? A fine marzo?
Un brutto momento, arrivavano solo notizie di sconfitte e disastri Ma  ancora vivo il tuo
Joseph, che il cielo te lo conservi.
Io invece ho perso il mio Jean-Baptiste, tanto caro, eh s, mai che si permettesse non dico una
sberla ma neanche insisteva con certe pretese, mi capisci.
Lho perso una mattina di quattro anni fa.
Esco, mi annuncia.
E io: Sei appena tornato dal lavoro, che esci a fare?
Il tabacco per la pipa.
Che dirgli? Aveva questunico vizio, poveruomo.
Era il quattordici luglio dellottantanove, te lo ricordi il quattordici di luglio? Botteghe chiuse,
strade pattugliate. Lho visto avviarsi in direzione del quartiere Saint-Antoine. Da allora pi niente,
sparito, scomparso.
E pensare che mi diceva sempre: vedrai, moglie mia, che questi polmoni prima o poi mi
giocheranno un brutto scherzo.
Non hanno fatto a tempo, quei suoi poveri polmoni. Ogni volta che tornava dal lavoro aveva
una faccia, una faccia e scatarrava sangue e ansimava come un cane. Ma puntuale, dalle dieci di sera
allalba, non si perdeva una notte di lavoro. Ha sgobbato di notte per tutta la vita. A me non dispiaceva,
prefe rivo averlo in casa di giorno, lui russava sul letto mentre io cucinavo per loste del pianoterra, mi
faceva compagnia.
No, Toinette, non ce la passavamo male, in fin dei conti.
Dapprincipio, dopo il nostro matrimonio, lui trasportava i rifiuti dei trippai dalle botteghe ai
battelli che lasciano la riva, verso le sette del mattino, per depositare il loro carico allisola dei Cigni.
Ogni tanto scendeva in qualche pozzo nero, dopo lo svuotamento, a grattare le pareti con zappa e
badile. La pulizia  una virt, diceva. Era un filosofo, povero Jean-Baptiste. Ricordati, moglie. La
pulizia  il segno dellordine e dellarmonia pubblica. Poi si  messo a lavorare per la Compagnia
della Ventilazione, quando hanno ingrandito la fossa di Montfaucon.
Un posto per diavoli e satanassi. Che scene, moglie mia, che scene Bacini immensi, scuri,
ribollenti: marmitte infernali. E vapori, e fiamme che si alzavano violacee fino a non so quanti piedi
daltezza. Ma era da quei bacini dinferno che usciva la polvere per fertilizzare i campi. Tre anni di
purificazione erano necessari, anche se i contadini, sai, diceva Jean-Baptiste, hanno la testa dura, i
contadini, e vanno a rubarla prima del tempo.
Sono cominciati allora, con la fossa di Montfaucon, tutti i problemi del mio povero marito, i
polmoni e le macchie che gli comparivano sulle mani e sulle braccia e gli davano tormento.
Puliva la citt e sporcava se stesso. Anche se nei vestiti io lo tenevo ben lustro, ci puoi giurare, e
pure lui si dannava per togliersi di dosso ogni odore e si spurgava perfino con lacqua di citronella. Non
c ordine senza pulizia, diceva. E aggiungeva: si star meglio quando spazzeremo via le sporcizie del
mondo qualcuno dovr pur farlo.
Questa era la pulizia che piaceva al mio Jean-Baptiste.
No, non  la stessa di quei patrioti dagli stivali lucidi che vanno proclamando: i rospi del Marais
alzano la testa?, tanto meglio, sar pi facile tagliargliela. Nessuno potr mai convincermi che si tratti
della medesima pulizia.
Era il quattordici luglio dellottantanove, te lho detto
Com andata?  andata che il giorno in cui Jean-Baptiste  sparito, io avevo molto da fare. Mi
avevano ordinato una decina di polli da farcire. Ma arriva lora di pranzo e mi rendo conto che il letto 
ancora vuoto. Come mai? Mi sono affacciata.
Ho visto che per strada sfilavano pattuglie borghesi e gruppi di scalmanati a caccia di armi, ho
sentito le campane che suonavano a martelloLa testa mi scoppiava dalla preoccupazione.
Non sapevo dove cercarlo. Ho cominciato a chiedere ad amici e conoscenti che passavano sotto
la finestra. Uno mi dice di averlo visto entrare nella corte della Bastiglia mentre tiravano i primi colpi
di cannone. Si comincia a spazzare un po di porcherie, mi sono detta. Pazienza, Marion, devi aver
pazienza.
E ho pazientato tutto il giorno, tutta la notte e tutto il giorno seguente. Alla fine sono andata dal
commissario a denunciare la scomparsa.
Versami un altro boccale, per favore.
Ma s, Toinette. Niente acqua della Senna stasera. Non fa andar via la sete e nemmeno i ricordi.
In certe osterie ti servono un vino aspro che i ricordi li avvelena.
Il tuo invece li scioglie con dolcezza. Mi piace. Certo non ha leccellenza dei vini che si
permette il cittadino Gautier, lui  il direttore della prigione municipale e beve solo Meursault o
Chablis. Ma il tuo rosso scende tranquillo e io lo bevo volentieri.  onesto. E anche la tua acquavite 
onesta. Invecchiata a dovere dentro le botti giuste, fatte con la corteccia di quercia, a grana grossa, del
Limousin. Una buona acquavite.
Come quella che buttai gi, per farmi coraggio, la sera in cui decisi di denunciare la scomparsa
del povero Jean-Baptiste.
Devi sapere, cara Toinette, che quella sera dal commissario cera la fila. Gente di qualit,
almeno allapparenza. Un mercante di carrozze, il proprietario di una manifattura, il padrone di una
sartoria e un tale Giquaire, direttore di una fabbrica di cioccolata. Mentre aspettavo il mio turno
abbiamo fatto conoscenza e il cittadino Giquaire, un belluomo elegante con un cappello di feltro nero,
mi spiega che vengono tutti dalla prigione della Force, doverano detenuti per debiti, e che il gior no
prima un gruppo di prigionieri si era ammutinato, aveva forzato le porte e costretto anche loro a uscire,
sotto minaccia di morte. Ma n lui n i suoi compagni volevano profittare della Rivoluzione, ed erano l
per dichiararsi alle forze di polizia e attenersi agli ordini. Non erano scappati, insomma, e non
intendevano figurare come evasi. Io non sapevo se augurargli di ritornare alla Force o di godersi la sua
libert obbligata, ma intanto era arrivato il mio turno e lusciere mi ha fatto entrare.
Ho spiegato al commissario che il povero Jean-Baptiste era scomparso, ho firmato con la croce
la mia dichiarazione e sono tornata a casa.
Dimmi tu, che altro potevo fare? Ho mandato i bambini da mia madre in Provenza e ho
continuato a cercare. Non mi sono rassegnata, sai? Dopo otto mesi mi hanno avvertito che fra tutti i
cadaveri portati alla Basse-Geole il quattordici luglio del 1789, uno soltanto non era mai stato
riconosciuto. La descrizione del corpo e dei vestiti corrispondeva: avevo trovato Jean-Baptiste.
Il commissario, lo stesso giovane gentile a cui avevo presentato la mia denuncia, di nuovo mi ha
chiesto di segnare un foglio con la croce. Ed  tutto.
Mi dico: in fin dei conti  morto da eroe, da vincitore della Bastiglia, e questo un poco mi
consola. In pi mi hanno assicurato che ho diritto alla pensione, anche se finora non ho ricevuto un
soldo. C una commissione speciale nominata dallAssemblea che ha gi rilasciato pi di novecento
certificati per premiare i vincitori della Bastiglia. E le loro vedove hanno diritto alla pensione. Anchio
ne ho diritto. Sono vedova di un eroe, cara la mia Toinette.
Tu invece sei moglie di un patriota, che il cielo te lo conservi a lungo. Un vero patriota che 
partito volontario per difendere la Francia repubblicana, al contrario di tanti galantuomini di mia
conoscenza che si sono sposati in fretta e furia per scampare alla leva.
Guarda Gautier, per esempio, il cittadino Gautier che si  sposato la sua domestica e adesso
dirige dei bei traffici alla prigione municipale. Non sono cieca. Lavorando nelle cucine me ne accorgo.
E questuomo ha avuto il coraggio di chiamarmi e di dirmi davanti a tutti con la sua boccaccia
ringhiosa: Cittadina, qui non si prendono iniziative di testa propria. Bravo!
Lui che si  raccattato una moglie di comodo per non andare al fronte, lui osa dire questo a me,
vedova di un vincitore della Bastiglia, a me che non ricevo nemmeno un soldo dalla Comune, anche se
ne avrei il diritto.
No, stasera proprio non mi va lacqua della Senna. E nemmeno di salire allultimo piano fino
alla mia stanza e sedermi accanto alla finestra, come faccio di solito, per rammendare le calze
sfruttando la luce del crepuscolo - perch le candele costano e, anche a pagarle, chi le trova  bravo.
Non mi fraintendere, cara Toinette. La stanza  comoda a sufficienza, e non lo dico perch sei la
mia padrona di casa. Il fatto  che da quando ho mandato via i bambini mi sento sola lass, a
rimuginare sul passato e sul presente, sul mio Jean-Baptiste, su Gautier e sulla detenuta della cella
numero dieci. E allora stasera preferisco restarmene in mezzo al fumo e alla gente e allodore di rum e
di anisetta. In compagnia del tuo vino. Che  dolce sulle labbra e onesto nello stomaco, soprattutto.
Il vino grosso, per carit! Io un po me ne intendo, sono una cuoca e so bene che ne muoiono
pi di vino cattivo che di guerra. Forse bisognerebbe cambiare genere, la birra  pi sana, dicono. Ma
non fa per me. La birra! La birra, cara mia, la lascio volentieri agli inglesi, che sono nemici tanto della
Repubblica quanto del buon vino.
Justine
Che gli prende? Dormiva tranquillo fino a un momento fa e di scatto apre gli occhi cisposi, leva
in alto il testone Un brontolio eccitato gli raspa la gola.
Che ti succede, generale?  lora della minestra?
Sul camino lorologio allarga inutilmente le sue lancette, inchiodate come le braccia di un
morto in croce alla stessa posizione di ieri.
Ho dimenticato di ricaricare il bilanciere.
Me ne scordo spesso, da quando sono rimasta a battere le suole avanti e indietro per questa
casa, senza la mia Babichette.
Siamo tutti strani da che lei non c. Il generale Alessandro passa le ore con il muso contro la
porta che da sulle scale, i muscoli tesi, le zampe frementi dindignazione. Il pappagallo fa finta di
dormire nascondendo il becco sotto lala, una palla di piume e di sconforto. Perfino Rousseau e Ninon,
i due uccelletti canterini che Olympe stessa ha addestrato con lorganetto, non cantano pi, ma si
scambiano confidenze lamentose fra di loro. E io, io mi dimentico di contare il tempo.
Allora che succede, generale?
Ma intanto  scoppiata unagitazione collettiva.
Abbai, latrati, fischi, strepiti e strida. Montesquieu, con le orecchie tremanti, corre attorno al
tavolo, fuori di senno. Sul trespolo, il pappagallo ha disseppellito il becco e sta arruffando le penne,
mentre Rousseau e Ninon hanno interrotto i loro discorsetti per dondolarsi freneticamente nella gabbia.
Sprezzante, regale, solenne fra tanta pazzia, Madame de Svign scivola verso lanticamera in
un dignitoso silenzio. E seguendo il suo lento incedere alla fine sento anchio, sento qualcuno che bussa
alla porta.
Zitti, calmi, adesso vado ad aprire.
Cinque guardie, tutte attorno a lei che li sopravanza di una buona testa. Cos pallida, cos
pallida Un pallore che si nota di pi per via dellaltezza.
Siete smagrita, mormoro segnandomi in fretta e di nascosto dietro luscio semiaccostato.
Il vestito le pende addosso come se non fosse suo e il fazzoletto da collo  macchiato e
sgualcito, signore iddio in uno stato orribile, una cosa mai vista! Per i capelli sono in ordine e
mantengono la loro arricciatura naturale, questo vantaggio nessuno glielo pu togliere.
Uno degli uomini mi spinge di lato con una brutalit ingiustificata e spalanca la porta. Lo
conosco, anche se indossa la divisa di sottotenente della Guardia Nazionale resta pur sempre il nostro
cappellaio. E no, mi aggiusto la cuffia e mi dispongo a riceverli con garbo, no davvero, non si pu
prendere ordini dal proprio cappellaio, come ripete in ogni occasione la signorina Candeille, che non si
 comportata bene con Olympe, anzi male, malissimo, le ha rovinato la commedia con quella
recitazione svogliata, ma  unattrice, Julie Candeille, e gli uomini li sa manovrare.
Anche questaltro lo conosco, questo che entra per primo.
 il commissario della nostra sezione, un vecchio dai capelli bianchi che non si vergogna di
farsi vedere mentre passeggia con una mano al petto e laltra alla cintura davanti alle venditrici delle
Halles, soppesandole una per una con lavidit di un giovanottino che non ha mai alzato una sottana.
Vedi un po tu che galantuomini sotto quei cappelli dai galloni dorati! Ma basta. Sono entrati
tutti e anche Olympe viene avanti, zoppicando, ah il suo ginocchio! Mi slancio verso di lei per
sostenerla, ma le guardie mi respingono e mimpediscono di toccarla. A malapena ci consentono di
parlare.
Li supplico: non vedete che ha bisogno dei miei servizi!
Poi supplico anche lei: come vi siete ridotta!, bisogna che venga al municipio con voi, perch
non posso stare nella vostra cella? Chieder il permesso Non le lasciano pi entrare le cameriere?
Sorride, la mia Babichette. E i cani? E il pappagallo? E
Madame de Svign? Sei pi utile qui.
Una pena, il suo sorriso.
Le guardie hanno cominciato a frugare dappertutto e noi possiamo solo starcene a guardare
mentre rivoltano una stanza dopo laltra. Vorrei proprio sapere cosa cercano, cosa credono di trovare in
questa casa, la casa di una signora. Riusciranno solo a sporcare e mettere in disordine e mi ci vorr un
bel po di tempo per ritrovare le cose e sistemarle di nuovo al loro posto, dove devono stare. Ma ho
capito. Cercano carte, libri. E li cercano qui. Non sanno dellultimo piano, evidentemente: lo studio 
salvo.
In mezzo a tutto questo trambusto il generale Alessandro, almeno lui,  felice. Batte la coda con
entusiasmo e tenta di arrampicarsi sulla gonna di Olympe. Generale!, lo sgrida lei.
E lui si accuccia, sbavandole amorosamente sugli scarpini impolverati. Dal suo molle
corpaccione esce luggiolio patetico di un cucciolo. Olympe si china e gli gratta il cranio, una carezza
distratta, la sua mente  altrove. Una sensazione di pericolo mi stringe il petto. Conosco quella buia
bellicosit nei suoi occhi. E infatti non mi sbaglio, perch si raddrizza di colpo in tutta la sua statura e
dice: inutile cercare le carte in casa, sono nel mio studio, allultimo piano, vogliamo andare?
Siamo tutti stupiti, io per prima e anche il commissario, che smette di spingere con la punta
dello stivale gli abiti buttati a terra dai suoi uomini e si gira a scrutarla. Andiamo.
In fila, uno dopo laltro, salgono le scale che ai piani alti si restringono, e io dietro.
Soffro quando le loro mani si mettono a sfogliare senza riguardo, a sbandellare i libri, e lei
naturalmente soffre pi di me. Una smorfia di dolore le torce le labbra pi pallide del viso, signore
iddio!
Le guardie buttano allaria tutto e il commissario seleziona, mette da parte alcune lettere, separa
i giornali, ordina le carte scelte in due diverse pile, inforca gli occhiali per scorrere le opere raccolte in
volume. Adesso sta leggendo le note patriottiche, le riconosco per via del frontespizio con quel
disegno del signor Desrais che mi piace tanto. In un solo foglio riesce a stipare cento figure - dame,
sanculotti, bambini, guardie, animali - e con un segno fine, una precisione: il fermaglio di un
braccialetto, la coda ritta di un gallo e il fuoco di innumerevoli torce, lontano, sullo sfondo, quasi un
incendio Lincendio della Rivoluzione, suppongo. Che nelle incisioni del signor Desrais ha la
leggerezza di una fantasticheria.
S, sono senzaltro le note patriottiche. Possibile che questuomo, un commissario, non le
abbia mai lette? E non c nemmeno bisogno di saper leggere Ne hanno parlato in tutta Parigi delle
proposte della mia Babichette: le officine statali per i senza lavoro, la divisione delle terre incolte fra i
contadini, gli ospedali da risanare. Con quale denaro?, le chiedevano.
E lei: con limposta sul lusso, sui cavalli e le vetture, sui palazzi e, perch no, sui cappelli e gli
abiti delle signore. Eravamo nellottantotto eh, tante proposte che neanche un ministro.
Fu uno scandalo. Una signora che si permetteva di suggerire
Possibile che il commissario non ne sappia niente?
Ha chiuso il libro. Si  tolto gli occhiali e si sfrega il naso con unespressione perplessa. Credo
proprio che non simmaginasse un tale fervore patriottico. E questo  niente. Avrebbe dovuto sentirla
parlare! Avrebbe dovuto sentire i suoi discorsi al caff Procope o al gabinetto della signora Dupas, fra
tutti quei gran letterati, quando diceva: tre governi in tre anni e non arriveremo alla fine della
legislatura!, cosa penser lEuropa di questa Rivoluzione di cui andiamo tanto fieri? La Rivoluzione.
Non pensa ad altro, la mia Babichette. Di che cosa possono accusarla?
Il commissario ha perso la sua arroganza e anche il passo baldanzoso con cui si pavoneggia alle
Halles. E soltanto un vecchio che trascina i piedi e siede alla scrivania per compilare il verbale. Olympe
lo fissa appoggiata allo stipo cinese, ancor pi pallida in volto, se possibile.
Non  necessario mettere i sigilli alla casa. Avete visto,  tutto qui, nel mio studio. Che sia
benedetta.  per questo che li ha attirati quass, non ci avevo pensato. Il mio cuore prende a battere
allimpazzata.
Se mettono i sigilli alla casa, significa forse che me ne devo andare? E dove posso andare, io,
povera serva senza padrona?
Sollevando appena la fronte dal verbale, il commissario dichiara:
Qua non c niente che richieda i sigilli.
Il mio cuore riprende i suoi battiti normali. Gli piaceranno le sottane delle venditrici di baccal,
ma  un uomo giusto, bisogna pur riconoscerlo.
Fuori  calata la notte. Il commissario sistema gli occhiali nel taschino e richiama le guardie.
A presto, mi sussurra Olympe. Per un attimo siamo vicine, molto vicine. Il suo corpo emana
un odore che non riconosco.
Salato. Ma in fondo agli occhi spenti dalla stanchezza sorprendo un palpito di sollievo. Un
respiro largo, pieno, mi sale allora dal petto alla testa. Se non hanno trovato niente, non una lettera, non
un libro che possa essere usato contro di lei, penso, saranno costretti a rilasciarla.
Il piccolo drappello si allontana a piedi, nel buio. Un soffio di vento fa dondolare le foglie degli
alberi, rinfresca la pelle.
Mi sporgo dalla finestra per seguire finch posso la mia Babi chette. Ho limpressione che
cammini pi spedita, con un passo pi sciolto. Ma ormai non si distingue, nelloscurit, che il luccichio
dei galloni dorati sul copricapo delle guardie. Per strada non c anima viva. Una foschia sottile
trattiene le fiamme dei lampioni ma la luna, gialla, rotonda, si  sganciata e corre libera verso lalto.
A presto, sussurro anchio.
Hyacinthe
e alla fine lhanno arrestata, che altro ci si poteva aspettare?
La manina umida di Jean-Hlie cerca la mia mentre la carrozza oscilla sui sassi della
carreggiata e io penso a ogni girar di ruota: Parigi!, Parigi si sta avvicinando, e non ho finito di pensarlo
che mi ritrovo in bocca lamaro di quellinutile domanda che batte e ribatte con insistenza ossessiva.
Che altro ci si poteva aspettare?
Lhanno presa e segregata in una cella del municipio per pi di una settimana, prima di
trasferirla allAbbaye, luogo odioso, se possibile, quanto la Bastiglia al tempo della monarchia.
E immediatamente dopo larresto, non pu essere una coincidenza, Pierre viene sospeso dalle
sue funzioni, il che significa che non abbiamo pi n denaro n casa, poich il nostro alloggio 
destinato ai militari in servizio. Cos non abbiamo avuto scelta, ci siamo dovuti infilare tutti quanti in
una berlina dellesercito e ripigliare la strada per Parigi.
Parigi Mille e mille volte ho riempito il vuoto delle mie notti con la festa del nostro ritorno.
Ora la festa  dietro di noi, si  persa dentro quel soffio di caligine che allalba, prima della partenza, ho
visto galleggiare sulle acque di Tours.
No, non c contentezza nel mio rientro, ma ansia e pena.
Tutto mi avvilisce. La modestia del bagaglio, gli scarpini scomodi che a ogni ora aumentano la
loro stretta attorno alle caviglie, la stanchezza di Jean-Hlie, il pianto di Anacharsis e Pierre, soprattutto
Pierre, che si sforza allallegria dinanzi agli ufficiali che viaggiano con noi. Due ufficialetti da niente,
in li cenza trimestrale, che sanno dei suoi dissidi con lamministrazione dellIndre-et-Loire, ma non
molto di pi.
Questo , daltronde, il motivo addotto nel provvedimento con cui  stato sospeso dallincarico:
dissidi con lamministrazione.
O, meglio, con lamministratore in persona, perch Pierre ha lo stesso carattere impulsivo di sua
madre, nemmeno lui sa contenersi e di fronte a un torto, supposto o reale, si indigna e si agita pi di
quanto richiederebbero le circostanze.
La carrozza si  fermata al cambio dei cavalli e gli ufficiali porgono il collo sudato al vento che
entra e gioca con le nappe delle loro spalline.
La sosta  breve. Il viaggio riprende.
Jean-Hlie abbandona la testa sulle mie ginocchia.
Attraverso la mussola mi raggiunge il calore delle sue gote e Pierre si toglie i guanti, inumidisce
una pezzuola alla fiasca di cuoio e gli rinfresca le tempie con la cautela maldestra degli uomini che non
sono abituati e mai si abitueranno ai gesti della cura. Qualche goccia dacqua scivola sul mio grembo e
le sue mani nude la spazzano via, si attardano un istante sulla mia gonna.
Con lui sono partita, con lui ritorno. In un modo, per, in un modo
C del vero nella motivazione con cui lhanno sospeso, non si pu negarlo: in effetti, una
mattina qualsiasi, per un motivo qualsiasi, a cui n lui n io sul momento abbiamo attribuito il giusto
rilievo, ha litigato con lamministratore.
Ma poi, a neanche due giorni di distanza, sullEcho de la libert compare una denuncia
anonima: Abbiamo a Tours come generale il figlio di Olympe de Gouges, antico servitore di
Versailles.
Questa no,  una calunnia, non posso accettarla. Pierre non ha mai servito a Versailles. A meno
che non lo si voglia accusare di aver prestato la sua opera, molti anni fa, ancor prima che ci
conoscessimo, nel corpo degli ingegneri di Philippe dOrlans. Limpiego cost a sua madre,
nonostante allora fos se molto amica del duca, ben millecinquecento franchi. Ma che male c in un
impiego ottenuto regolarmente e che Pierre non ha esitato a lasciare per difendere la Francia e la
Rivoluzione?
Insomma, prima il diverbio, poi la denuncia anonima e infine il corriere che ci consegna la
lettera di Olympe con la notizia del suo arresto e un plico. Dentro, una copia delle Tre Urne.
Te la mando per tranquillizzarti, per farti comprendere linconsistenza dei capi daccusa
Ma bastava la lettera per metterci al corrente e farci capire la sostanza delle imputazioni, perch
aggiungervi anche Le Tre Urne? Un gesto incauto che potrebbe comprometterci e avviare una catena
infinita di sospetti. E, di sospetto in sospetto,
Pierre potrebbe perfino essere accusato di complicit. Lo capisco io, possibile che non lo
capisca lei?
Ho un bel ripetermi: lintenzione  buona te la mando per tranquillizzarti non si pu
fraintendere,  il gesto spontaneo di una madre. Per quanto, qualche riga pi sotto, scriva con la sua
calligrafia aspra, lunga, puntuta:
niente mi far tradire la mia coscienza, nemmeno lamore che provo per te 
Un risentimento imprevisto divampa in fondo al mio stomaco, brucia rabbioso e non vuole
cedere.
Che donna  questa, mi chiedo mentre la carrozza corre verso Parigi e Pierre di nuovo scherza
con i due ufficiali e i bambini piangono a turno, che madre  questa che sostiene di non poter tradire la
sua coscienza nemmeno per amore di un figlio?
Una polvere secca entra dallalto, dal basso, da ogni sconnessura, come se il sole di questa
estate nuovamente torrida, dopo i grandi temporali di fine luglio, avesse ridotto in frantumi tutto il
mondo l fuori.
*
Siamo a Parigi?
Guardo in su e in gi, ma vedo solo il gran vorticare di polvere che mi  entrato fin dentro
lanima. Con difficolt, metto a fuoco le figure che riprendono forma un po alla volta nel cortile della
stazione di posta: gli scaricatori che si passano i bagagli, una signora che scende dalla portantina e
scopre il piede per montare sulla carrozza in partenza, un ragazzetto che solleva con le braccia ad arco
una gabbia protetta da un panno verde. Misuro lombra delle case e ancora non mi convinco.
E la mia citt? Sono a Parigi?
Ed eccoli davanti a me. Mia madre e mio padre.
La mamma non riesce a trattenere il pianto non appena scorge i bambini, Anacharsis che non
conosce e Jean-Hlie, che ormai bisticcia con le parole. Dal suo modo di soffiarsi il naso, fragoroso,
espansivo, in un fazzolettone gi pronto tra le mani dalle nocche gonfie, intuisco che  venuta in pace:
almeno per qualche giorno non dar battaglia. Il piccolo la fissa sconcertato, finch dun tratto si decide
e batte laria con le braccine festose e la saluta scoprendo le gengive rosee nel suo sorriso pi
accattivante. Come se anche lui sapesse quanto  difficile per mia madre arrendersi allidea che non
avr mai un marito e nemmeno lindispensabile, a suo giudizio, per una vita civile. Come si pu vivere
da persone civili senza una carrozza, un portiere e un maggiordomo?
Nellabbraccio rigido di mio padre sento, al contrario, un biasimo che non si lascia ammansire,
anche se ha rinunciato a tradursi in parole. Due anni di lontananza per ritrovarmi con lo stesso
identico batticuore e lanimo diviso di fronte al suo cipiglio.
Eppure mio padre non si  mai opposto alla nostra unione.
Non avanz divieti quando decisi di unirmi a Pierre: seguivamo la nostra inclinazione e ci
meritava il suo consenso. Pap  un uomo che crede nella forza del sentimento e nei diritti naturali
dellamore, a patto, beninteso, che questi diritti siano onorati dal matrimonio.
Il punto  sempre quello: il matrimonio.
Ricordo che allora mi fece chiamare e mi tenne in piedi.
Fu un lungo sermone.
Il matrimonio  un debito verso la famiglia e la societ.
Ognuno lo contrae nascendo, non ci si pu sottrarre.
Lasciai che parlasse. Poi: il matrimonio, cosa da ancien regime, pregiudizio di unaltra epoca,
padre mio. A occhi bassi.
Con accento rispettoso ma fermo. Se diamo retta al pregiudizio, padre mio, come pu la natura
riprendersi tutti i suoi diritti?
E lui, levando in alto la mano per intimarmi il silenzio: Non farmi pentire di averti insegnato a
leggere! Avrebbe potuto imporre la sua volont. Invece alla fine mi aveva congedato con un sospiro di
rassegnazione. A ripensarci in seguito, la facilit della conquista mi  parsa pi una punizione che una
vittoria.
E dopo quasi due anni di assenza torno a Parigi, scendo dalla berlina e mio padre eccolo l, con
la stessa parrucca antiquata che si alza in due spessi rotoli sopra le orecchie e ormai gli sta un po larga,
gli da unaria da vecchio che mi stringe il cuore.
Mia madre che singhiozza nel fazzoletto, mio padre con la parrucca che gli balla in testa, i
bagagli, lo sfinimento, la falsa disinvoltura di Pierre, il pensiero di Olympe chiusa allAbbaye
Ho un senso di malessere, come se invece di arrivare stessi partendo.
E poi, per colmo, la casa nuova.
Non puoi certo riprendere il filo della vita da dove lhai appuntato prima di andartene, mi dico
seguendo i facchini che, nel salire, sbattono le casse contro il muro della scala. Lintonaco si sgretola e
loro salgono lasciandosi dietro una coda fine fine di polvere bianca.
Lo conosco bene, tuttavia, questo sapore di latte cagliato che mi riempie la bocca, so di cosa si
tratta.  il sapore della delusione e devo deglutirlo prima di ringraziare mio padre con lentusiasmo che
merita, prima di convenire con lui che s,  una fortuna che uno dei suoi inquilini se ne sia andato e
abbia lasciato libero, tutto per noi, questo appartamento sul lungosenna.
Grande, ammobiliato, in un palazzo di sobria eleganza: una sistemazione degna per Pierre, per i
bambini e, naturalmente, anche per me.
Ma io mi ero immaginata tuttaltro. La mia immaginazione aveva preso una strada tutta sua e,
passo dopo passo, mi aveva riportato nella mia stanza di giovinetta dalla tappezzeria azzurra e il
clavicembalo nellangolo. Una fantasia dai contorni vaghi, pi che altro una specie di nenia
consolatoria e rassicurante che mi ero cantata in silenzio lungo la via del ritorno.
Non mi aveva nemmeno sfiorato lidea che di l a poco avrei dovuto calcolare i miei passi nello
spazio sconosciuto di una casa nuova.
Questa volta mi abituer presto, penso aprendo la porta e correndo alle finestre con il piccolo
appeso al collo, sono a Parigi!
Per continuo a pensare: casa nuova, fatica nuova.
Ti piace? chiede ansiosa mia madre.
Poltrone immense, caminetti in tutte le stanze.
Almeno avessi potuto portare con me Pauline! Le mie orecchie si erano abituate al suono dei
suoi zoccoli che andavano svelti da una camera allaltra e mi rammentavano le mie responsabilit di
donna adulta. S, lavrei portata volentieri con noi. E Pauline, oh, come sarebbe stata contenta di venire
a Parigi, Pauline! Per loccasione teneva da parte una cuffia speciale, molto civettuola, a cui aveva
aggiunto dei nastri azzurri che le avevo regalato.
Ma Pierre  stato irremovibile.
Mia cara, ragiona Cercava di convincermi e intanto giocava con le mie dita, le intrecciava
alle sue, le carezzava a una a una con suadente lentezza. So che ti sei affezionata a lei e lei a te. E
anche a me piace vedere come ti obbedisce. Quieta.
Tranquilla. Ma rifletti.  troppo graziosa per farla venire a Parigi, pensa che dolore se
dovesse con la sua ingenuit!
No, Parigi  un pericolo per le giovani donne. Sarebbe una preoccupazione sia per me che per
te. Non ci darebbe che dispiaceri.
Sei troppo ragionevole per non capirlo.
Di preoccupazioni, in effetti, ne avevamo e ne abbiamo pi che a sufficienza senza aggiungerne
altre.
Ogni mattina Justine mi porta le ultime notizie.
Arriva con laria risoluta, i cani al guinzaglio e la fronte divisa da quel taglio dentro cui
sprofondano tutte le sue emozioni.
Ma  il naso a tradirla. Il suo grosso naso che trema, si arrossa o impallidisce.
Viene dallAbbaye, dove ha affidato al custode il cestino con il pranzo per Olympe.
Mah! Speriamo che arrivi alla sua pancia che non si perda per strada 
Lo stato offre ai detenuti una porzione di fagioli e una libbra e mezzo di pane al giorno, chi
vuole un pasto pi abbondante e variato deve pagarselo, come pure il letto e le sedie e le candele, tutto
insomma.
Tranne le mura, quelle sono gratuite, mugugna Justine.
Lombra che si nasconde dentro la ruga incisa sulla sua fronte mi inquieta.
Anche gli angoli di questa casa sono pieni di ombre. Ho tentato di scacciarle spostando i mobili
e comprando qualche ninnolo da un rigattiere, cose a buon mercato, perch il denaro scarseggia ora che
Pierre rischia di non avere una carriera e forse neanche un posto se non verr reintegrato nel suo, e io
non voglio chiedere niente a mia madre e a mio padre che gi ci danno pi di quanto vorrei.
Per ero contenta ugualmente mentre frugavo nelle botteghe dei robivecchi, scegliendo qualche
vaso, uno specchietto, un candelabro. Piccoli oggetti deliziosi, senza pretese, scoperti dame.
Ho smesso quando Justine mi ha spiegato che, meno costano, pi  facile che siano stati
trafugati dalle case dei detenuti.
La notte inizia quando la venditrice di rossoli e acquavite accende la sua lucerna sotto la tettoia
addossata al palazzo di fronte e canta: La vita, la vita a un soldo il bicchierino, e i sanculotti di
ritorno dalle sezioni si fermano a riprendere fiato e a rafforzarsi lentusiasmo con lacqua che brucia
scendendo in gola.
Dopo, non passa pi nessuno.
Il duplice lume di una carrozza che si allontana, il bagliore di un fal sulle rive della Senna.
Trovo sempre una luce quando cedo allinsofferenza e al desiderio di alzarmi, anche se la pendola ha
battuto la mezzanotte.  il momento del silenzio pi assoluto.
Ma Parigi  come me, ha il sonno agitato.
La pendola ha per lappunto finito di battere luna, in sincronia con lorologio della chiesa,
quando improvvisamente al silenzio succede un rumorio immenso e confuso che si allarga di strada in
strada: sono cominciate le ispezioni domiciliari.
Ieri sera hanno bussato a tutte le case del vicolo di fianco.
Una pattuglia di sessanta volontari, tutti con la picca e il berretto rosso, entrava da una parte e
usciva dallaltra alla ricerca di fuoriusciti rientrati clandestinamente. Le picche scintillavano rompendo
loscurit e gli uomini si muovevano rapidi tra le sagome lunghe delle case, come lupi mannari
risvegliati dalla luna. Dalla finestra aperta io sentivo la voce del commissario che interrogava, il pianto
di un bambino, la risata di una donna, le grida delle sentinelle che ordinavano di illuminare le finestre.
Pierre, vestito di tutto punto, dormiva buttato sopra una poltrona aspettando il nostro turno. Ma
lispezione  finita prima di arrivare a noi.
 tornato il silenzio.
Pierre sudava e smaniava senza svegliarsi. Io guardavo le finestre ancora illuminate. Le case,
nella via buia e di nuovo calma, avevano laspetto di immensi catafalchi punteggiati da mille e mille
fuochi e ognuno di quei fuochi faceva vibrare la punta della fiamma solitria che la notte accende
dentro la mia testa.
 Parigi,  la mia citt, continuavo a ripetermi. Ma questo pensiero rendeva la solitudine ancora
pi definitiva. Allora mi sono avvicinata a Pierre e ho cercato di scuoterlo. Lui  balzato in piedi.
Sono alla porta? Strizzava gli occhi come Jean-Hlie quando non vuole che il sonno lo vinca.
Se ne sono andati, ho risposto in un bisbiglio colpevole. Dormi.
Lui  ripiombato sulla poltrona, il mento contro il petto, la testa che dondolava come spezzata.
Lolio nella lampada era quasi esaurito, la luce languiva e quando si  spenta del tutto sono rimasta sola
a vegliare.
Olympe
Sono pronta.
Ho attorno al collo un fisci immacolato, fresco di stiro, ai piedi un paio di calze nuove e mi
sono lavata nel catino che tutte le mattine Louise, la moglie del custode, mi riempie dacqua pulita.
La cittadina Louise. Grossa di busto e gialla di capelli.
Viene da un paese della Bassa Bretagna e, nonostante viva da dieci anni a Parigi con un marito
nato nel quartiere di Saint-Marcel, parla il francese peggio di un indiano del Bengala.
Ma ho limpressione che si tratti, almeno in parte, di unastuzia.
Un pretesto. Ottimo per interpretare a comodo suo gli ordini del commissario. In questo caso,
largheggiando in mio favore. Del resto non esistono ordini scritti, per quanto mi riguarda: mi hanno
prelevato e trasferito dal municipio allAbbaye per una semplice questione amministrativa. Non
essendoci ordini scritti ma solo disposizioni verbali, ogni interpretazione  valida: perci Louise non si
fa scrupoli e ogni mattina viene a versarmi lacqua pulita nel catino.
Oggi  entrata, mi ha squadrato da capo a piedi e, con un cenno dintesa, ha estratto una
scheggia di sapone dalle pieghe dello scialle. Non sapendo come ripagarla, le ho regalato un vasetto di
confettura, una bionda marmellata di arance che Justine ha aggiunto al solito cestello del pranzo.
Cos sono pulita, grazie alla cittadina Louise.
E pronta per linterrogatorio. Il primo davanti al Tribunale Rivoluzionario.
 il sei di agosto, piena estate, ma ho le mani fredde.
Anche laula  fredda.
Il caldo  rimasto fuori da questa sala immensa, rivestita di marmi, popolata soltanto dai busti di
Bruto e di Marat. Saranno loro il mio pubblico. Occhi bianchi dentro orbite di pietra.
Le tribune sono deserte: ludienza si terr a porte chiuse.
Buon segno? Cattivo segno? Non so valutarlo.
Il pubblico vuole lo spettacolo, mi dico serrando le mani luna contro laltra per riscaldarle e per
fermare un tremito interno.
Ma lo spettacolo restringe lo spazio della giustizia. Forse questaula vuota  un buon segno: mi
si vuol giudicare mettendo da parte ogni prevenzione. Se cos fosse, allora allora il verdetto non 
scontato. Non  gi stato scritto.
Per il pubblico si commuove se riconosce linnocenza. Se linnocenza  palese il pubblico
reclama limparzialit del giudizio, e questo rende pi difficile un verdetto prestabilito.
Forse lassenza del pubblico  un cattivo segno.
Prendo posto davanti al podio del presidente. Nel camminare mi accorgo che sto trascinando la
gamba sinistra. Il dolore al ginocchio si  risvegliato, ma non saprei dire quando, prima non cera,
adesso c.
Un taglio di luce cade dallalto e palpita sul cappello piumato del giudice, riverbera sulla
cravatta bianca che occhieggia dal vestito nero e per un attimo cancella i suoi lineamenti che
riemergono sbiaditi, tratto dopo tratto.
Lo riconosco:  Ardouin. Un giudice moderato, se mai questa definizione ha un senso per chi
accetta un tale incarico presso il Tribunale Rivoluzionario.
In ogni caso, non  con lui che mi dovr misurare.
FouquierTinville  l, seduto al tavolo della pubblica accusa.
Argo, lo chiamava Sbastien, il mio perduto amico. Per quegli occhi sgusciati a fior di testa, per
quelle orecchie mobili: limmagine stessa dellinquisizione poliziesca. Un uomo che ha venduto la
carica di procuratore al tribunale dello Chtelet per pagarsi i debiti e che oggi ha riscoperto il suo vero
talento: lo zelo freddo e pedante del Grande Accusatore. Ma se  vero, come sostengono alcuni, che
ogni tratto della fisionomia rivela un segreto dellanima, costui lascia indovinare segreti molto
meschini dietro la maschera: taverne, a quanto dicono, e vino grosso alla fine di ogni giornata.
Ardouin appoggia le mani sul ripiano del tavolo e allarga le dita, come a conquistare spazio.
Linterrogatorio comincia.
Siete voi lautrice del manifesto denominato Le Tre Urne?
S, sono io.
Riconoscete dunque di esserne lautrice?
Lo riconosco.
Le stesse domande rituali che Baudrais mi aveva rivolto il giorno del mio arresto, in municipio.
Perch allora sul testo non figura la vostra firma?
Un impulso beffardo mi serpeggia sotto la lingua. Senza trattenerlo, rispondo: Per modestia.
La modestia, questa cavezza imposta ai sogni delle donne
Ardouin ha uno scatto dinsofferenza, ma il Grande Accusatore resta imperturbabile, non sente
lironia, probabilmente non la sa distinguere in una voce femminile.
 lui adesso a riassumere i capi daccusa: Signora, il giorno venti di luglio, alle sette della sera,
la cittadina Meunier ha presentato denuncia contro di voi, per affissione clandestina di un manifesto
controrivoluzionario.
Il manifesto non  stato affisso, gli ricordo. E la cittadina Meunier ha avuto torto ad
anticipare il giudizio del Comitato di Salute Pubblica. Solo al Comitato spetta il compito di decidere
cosa  o cosa non  controrivoluzionario.
Non  questo il problema, mi interrompe con impazienza. Un anno fa, il venticinque
settembre del 1792, i rappresentanti del popolo hanno dichiarato la Repubblica una e indivisibile.
Lo sapete?
Lo so.
Ogni proposta che non tiene conto dellunit e indivisibilit della patria  contro la legge.
Non  la mia proposta che attenta alla Repubblica una e indivisibile.
La gamba ha ripreso a pulsare e a lanciarmi segnali di avvertimento, ma cerco di ignorarla e di
mantenere la voce alta e chiara.  la lotta dei partiti in seno alla Convenzione, spiego, che semina il
sospetto e la discordia nei dipartimenti. Mentre scrivevo Le Tre Urne, Bordeaux, Lione, Marsiglia,
Tolosa, il Calvados parlavano di marciare su Parigi.
A quel punto mi sono chiesta: che succederebbe se i dipartimenti prendessero davvero le armi
per difendere lautonomia dei loro deputati? La guerra civile, questa s che segnerebbe la fine della
Repubblica una e indivisibile.
Con un breve gesto della mano, FouquierTinville allontana e annulla le mie ragioni.  il
ricorso alle urne, replica, che potrebbe provocare unesplosione. Mentre parla, flette in avanti il
corpo. Per il resto,  contenuto nei movimenti, controllato nella voce. Solo le orecchie ogni tanto si
muovono in maniera scoordinata, quasi volessero annuire per conto proprio.
Ora mi sta fissando con le grosse sopracciglia alzate e un lieve brillio di scherno negli occhi
sporgenti. Che immaginazione, signora! Voi sostenete che uomini, i quali la pensano in modo diverso
luno dallaltro, possano ritrovarsi insieme, in un unico posto, per mettere il loro voto in unurna. Come
potete credere che ci avvenga in modo pacifico? Non vi sembra unidea pericolosa?
Le urne sono lalternativa alla rivolta armata.
Le urne sanciscono la differenza delle opinioni.  il vostro manifesto, signora, che potrebbe far
nascere la guerra civile.
Nel suo modo di argomentare e scandire le accuse sento una lontananza irraggiungibile. La sua
passione fredda di funzionario modello mi fa pi paura dellodio o della rabbia gridata di Marino.
Ne sono certa: non mi lascer andare.
Rosalie
Dopo avermi registrato nel libro dei prigionieri, alla cancelleria, la guardia perquisisce il poco
bagaglio che ho avuto il permesso di radunare in fretta al momento dellarresto, e mentre fruga ed
esplora, ecco che le sue mani inciampano nelle mie posate. Ah!, esclama guardandomi. E le requisisce.
Le belle posate dargento che mia madre si era portata da Palermo e mi aveva lasciato in eredit. In
cambio, ricevo un biglietto con un numero. Se uscirete di qui, dice la guardia, e dice se e non quando,
potrete riaverle indietro. Dopodich mi consegna a un secondino.
Passiamo attraverso una camera piena di fumo, di uomini, di confusione, saliamo per una scala
scomoda e sporca, quindi attraversiamo un corridoio deserto fino alla porta di una cella chiusa da una
serratura enorme. Il secondino apre con le sue chiavi, di grandezza proporzionata alla serratura, e io
entro.
La mia compagna di prigionia  in piedi davanti alla doppia grata della finestra. Mi da le spalle
e non accenna a muoversi.
Le dita avvinte alla griglia, una forte tensione che le torce il busto verso lesterno. Tutta la sua
alta figura  concentrata su qualcosa l fuori che a me, da questo angolo visuale, non  dato scorgere.
Saluto con voce mio malgrado esitante, ma lei ancora non si muove, come se non mi avesse
nemmeno sentito entrare, cosa peraltro impossibile visto il suono assai poco discreto delle chiavi in
queste serrature. Resto accanto alla porta senza saper che fare, sentendomi unintrusa, importuna e
sfacciata al pari di certe borghesucce che non sanno rispettare le regole della convenienza bench se ne
vadano in giro con il seno ben coperto.
Un sole immenso entra di prepotenza dalla finestra priva di ripari, investe quella figura dalla
chioma abbondante, rialzata in una quantit di riccioli, squarcia la stanza dove a fatica trovano posto
due lettini da campo, due sedie e un tavolo. Sul tavolo vedo dei libri ben impilati, della carta, il
necessario per scrivere e in un canto, un po in disparte sopra una tovaglia bianca, due piatti, un brutto
cucchiaio e una forchetta da galera, con le punte smussate per allontanare qualsiasi tentazione,
immagino, ed  un pensiero che mi arriva come una scoperta.
Le posate di mia madre, povera me
Su uno dei due letti, quello pi vicino alla finestra, sono poggiate delle bende, accuratamente
ripiegate, e uno scialle dai colori che brillano al sole. Uno spillone per capelli, piantato in una crepa del
muro, serve da attaccapanni. Lo squallore dellinsieme  temperato da una sorta di cura meticolosa,
unattenzione allordine che  molto pi di unattenzione: un dispiegamento di forza. Di vitalit.
Qualcosa che rivaleggia con la violenza di questa luce dagosto che entra in tutto il suo strapotere.
Poich non ho ricevuto risposta al mio saluto, muovo qualche passo e poso il bagaglio sul letto
libero. Esito ancora, poi mi faccio animo e mi avvicino alla finestra. Langolo del tavolo mi fa da
barriera ma, sporgendomi di lato, vedo anchio quello che la mia sconosciuta compagna sta
contemplando tanto intensamente.
Qualcuno nella corte, sul muro dirimpetto, ha tracciato la scritta pi popolare di Parigi: Libert,
Fraternit, Uguaglianza o Morte. Per le piogge lhanno slavata e le lettere non sono che fantasmi
esangui, allungati, frastagliati nel chiarore del muro.
Peccato, sospira la sconosciuta, voltando il profilo verso di me.
Signora?
 sparita. Una parola cos bella da vedere! Uguaglianza
Cos dolce allorecchio Soprattutto allorecchio di una donna, non trovate anche voi?
Ciocche scure le scendono sulla guancia e lasciano scoperta la linea del collo. Ancora non
distinguo lespressione del viso, ma colgo nel suo tono un interesse compassionevole quando,
finalmente, mormora: Mi dispiace dovervi dare il benvenuto allAbbaye.
Non lho riconosciuta subito, anzi solo al momento in cui si  presentata e ha pronunciato il suo
nome: Olympe de Gouges.
E io ho pensato: il destino!
Fra tutte le possibili compagne di prigionia,  ben singolare che a me sia toccata proprio lei, una
donna che, senza saperlo, ha gi incrociato la mia strada in unaltra circostanza molto significativa per
la mia vita. Mi ci  voluto un po di tempo per riconoscerla, ma daltronde  comprensibile, lavevo
vista una volta soltanto e da lontano.
Adesso invece non ci separa che un lettuccio da campo. Se allungo una mano posso quasi
toccarla, in questa cella invasa dal sole e dalle mosche.
Una carcerata. Con i capelli raccolti sulle tempie e priva di ornamenti. Ben diversa dalla dama
con la gonna voluminosa e il cappello fiorito che in un palco della Comdie Francaise, appena
ribattezzata Teatro della Nazione, batteva con impazienza il ventaglio sul bordo della balaustra. Le
grandi stecche mandavano sfolgorii di madreperla, mentre lei aspettava che la sala si calmasse e che gli
attori riprendessero a recitare il dramma che portava la sua firma.
Destino, sorte, fatalit Che importa?
S, cero anchio quella sera ed ero ben lungi dallimmaginare che ci saremmo incontrate di
nuovo, e in un simile luogo, per di pi.
Lei batteva il ventaglio sulla balaustra del suo palco e io se devo in basso, perch da quando la
Comdie Francaise ha lasciato le Tuileries per il moderno edificio del quartiere SaintGermain e gli
attori hanno deciso, fra le altre novit, di raddoppiare i prezzi della platea ma di far,, sedere il pubblico,
anche le donne vengono ammesse in sala, a scambiare con i vicini le stesse cortesie che  possibile
scambiare nei palchi.
Cos cero anchio, quel lontano ventotto dicembre dellottantanove, e sedevo per lappunto in
sala e giocavo con il canocchiale, puntandolo ogni tanto su di lei ma di sfuggita, come per caso. Non mi
sembrava educato mettermi a spiarla anche se questo era lintento, condiviso peraltro da tutta la platea:
una curiosit inevitabile, dopo le polemiche scatenate dallannuncio della rappresentazione.
Lopera era incendiaria gi nel titolo: La schiavit dei neri, e ricordo che molti giornali avevano
deplorato il fatto che una dama mai uscita da Parigi, le cui letture si presumevano limitate a qualche
romanzetto inglese, si permettesse di portare a teatro una rapsodia sul Congo. Quella mattina stessa, su
Les Actes des aptres, un giornalista di cui mi sfugge il nome aveva scritto: Ed ecco che si mettono in
scena i negri al Teatro della Nazione! Io non vado mai agli spettacoli ma questo, per la miseria, non me
lo perder.
Era un luned, giorno non molto propizio alle scene, chi va a teatro di luned?, e inoltre pioveva
a dirotto. Ci nonostante, pi di mille persone si accalcavano nei palchi e nella sala e tutte e mille
litigavano, gridavano, ridevano, fischiavano, applaudivano.
Lintero partito dei coloni si era mobilitato per affossare lopera. Avevano regalato biglietti e
assoldato agitatori, insomma avevano montato una vera e propria cabala, per niente difficile da montare
neppure nellottantanove, quando ancora lo spirito della libert trionfava ed era stata abolita la censura,
oggi tornata a gran richiesta.
Dunque fuori pioveva e dentro il teatro regnava un umore di feccia. S, lo ricordo bene.
Rammento ogni particolare di quella sera e di quello spettacolo, anche il pi insignificante, perch fu
proprio in quelloccasione che conobbi Antoine Lon.
Destino Devo credere al destino? Mia madre, che era unattrice, ci credeva.
In ogni modo, caso o destino che fosse, chi mi capita quella sera nella sedia a fianco? Un
giovane dalla faccia larga e la pelle brunita, il colore tipico dei francesi nati nelle isole. E quando tutti
si alzarono in piedi e si misero a gridare per interrompere lo spettacolo o inveire contro quelli che
volevano interromperlo, lui rimase seduto. Per questo gli venne naturale, mi rivel in seguito, rivolgersi
a me, lunica che come lui non si agitasse e non urlasse.
Sul serio, disse, credono che una commedia di Parigi abbia il potere di provocare
uninsurrezione nelle Antille? Sul serio i coloni, il potente partito dei coloni ha paura di unopera
teatrale, per di pi scritta da una donna?
Hanno paura, cercai di spiegargli, che la libert concessa ai negri spopoli i campi di cotone.
In Francia la troppa libert accordata ai contadini ha spopolato le campagne, spingendo i villani come
unonda in piena contro i bastioni delle citt. Non potrebbe succedere lo stesso nelle colonie?
Ma i negri dove potrebbero andare? chiese lui, talmente stupefatto che dimentic di
presentarsi.
Bene o male, a dispetto delle continue interruzioni, gli attori riuscirono a portare a termine lo
spettacolo che non saprei dire se mi persuase o no.
Tanto per cominciare Zamor, il protagonista, non solo era negro ma, oltretutto, assassino.
Aveva ucciso il bianco che insidiava la sua amata,  vero, ma assassino e negro! Anche se allultimo
momento, per le proteste degli attori che si rifiutavano di recitare con la faccia sporca di nerofumo, si
era trasformato in indiano, nelle intenzioni dellautrice restava pur tuttavia negro e assassino. Mai si era
visto in teatro un protagonista della sua specie. Pi che coraggio ci voleva temerariet per
uninvenzione del genere.
Di nuovo avevo puntato il canocchiale sul palco dellautrice, ma era gi vuoto.
Sar il destino, come diceva mia madre
Fatto sta che lo spettacolo era finito ma il destino, quel ventotto dicembre dellottantanove, era
ancora allopera.
Avevo cominciato a muovermi verso luscita del teatro e una volta fuori, mentre il mio
domestico cercava invano di fermare un fiacre in quella calca indescrivibile, chi mi ritrovo
miracolosamente a fianco? Il mio vicino di sala. Che stavolta si presenta nel modo pi corretto e si
offre di riaccompagnarmi con il suo cabriolet.
Durante il tragitto, sullo stretto sedile del carrozzino che procedeva a rilento, Antoine-Lon si
mise a raccontarmi di s con una franchezza non comune. Mi raccont di essere nato a Santo Domingo
e di essere figlio di un proprietario di campi di cotone. Era ricco, per lavorava e la Rivoluzione, che
misura gli uomini dal loro lavoro, gli aveva aperto gli occhi.  bene, disse, che tutti siano ridotti a
guadagnarsi la vita. E questo a me, che la vita me la guadagno da sempre malgrado sia una donna,
questo mi piacque.
Il lavoro del mio nuovo amico consisteva nello scrivere articoli per il Corriere delle Isole, era
insomma un giornalista. E a teatro non ci andava, tenne a precisare, per ammirare le attrici come tutti
gli uomini della sua et, ma per trarne argomenti per il suo giornale. Mi chinai, fingendo di cercare il
fazzoletto, per nascondere un sorriso.
Era franco fino allingenuit. Ma quando gli chiesi lo scopo del suo viaggio a Parigi, mi parve
che si ritraesse con un certo imbarazzo, esitando. Alla fine confess che era venuto a cercare una
moglie. Il suo pi grande desiderio era sposare una francese autentica, nata nella madrepatria.
Immediatamente, a quella risposta, mi guizz in cuore un interrogativo: io che avevo una madre
italiana, io potevo fregiarmi del titolo di francese autentica?
Si trattava di un quesito spontaneo, disinteressato, perch, a essere sincera, non so se
Antoine-Lon mi piacque subito.
So per certo che la sua pronuncia, quel suo modo curioso di parlare, mi sedusse. Era qualcosa
che aveva a che fare con il mio lavoro, con il fatto che da molti anni insegno il francese agli attori del
Thtre Italien, unimpresa che mi  valsa la lode del signor Goldoni: ho anchio la mia piccola fama.
Ma non ho cominciato per amore del successo. No di certo.
Ho cominciato dopo la morte di mia madre, quando mi sono ritrovata con un bel servizio di
posate dargento e poco altro.
Del resto non si pu dire che lei non mi avesse avvertito: chi ben canta e ben danza fa un
mestier che poco avanza, era la sua litania.
E pazienza, ho imparato presto a cavarmela da sola. Daltronde ho una reale propensione per
questo tipo di lavoro.
Forse per compensare le carenze di mia madre, che era attrice, unattrice celebre ma italiana,
appunto, e il francese non lha mai imparato. Tutti gli attori italiani, veramente, non solo mia madre,
quando recitano in francese fanno venire la pelle doca.
Per questo vengono da me e io gli insegno come ci si muove tra le parole straniere, come si
adattano a un corpo abitato da altri suoni: cose che si possono apprendere solo alla mia scuola.
Dove altrimenti si pu imparare larte della parola multipla?
Nessuna universit si degnerebbe mai di insegnare una materia vile come una lingua straniera.
Ecco lutilit del mio lavoro.
E dunque quella sera, sul cabriolet che procedeva lentamente, ascoltando Antoine-Lon che mi
raccontava di s, scoprii che il suo accento mi apriva un mondo nuovo di possibilit sonore: mi
conquist.
Destino. S, destino. Perch se la sua pronuncia non mi avesse sedotto e non lavessi infine
sposato, le guardie non sarebbero venute a bussare alla mia porta e non mi avrebbero portata via con
laccusa di cospirazione contro il popolo francese.
AllAbbaye lo spazio si restringe, le celle non bastano e i nuovi venuti vengono ammassati su
pagliericci in ogni angolo, perfino sopra la fogna. Saremo ormai pi di trecento e ogni giorno ne
entrano a decine.
Posso ritenermi fortunata a dividere la cella con una sola persona. E non con una qualsiasi, ma
con una donna che ha il mio stesso amore per le parole e lo stesso gusto per il teatro, che  il luogo
dove la scrittura diventa voce e il corpo non  mai semplicemente un corpo. Questo almeno  quanto
diceva mia madre.
La cella  angusta e non  facile condividerla, ma noi abbiamo stretto un patto per tenere fuori
la sporcizia e il disordine che chiamano le malattie.
Tener fede al nostro accordo  un duro esercizio.
Gesti elementari che si trasformano in fatiche estenuanti: spazzare senza una scopa, pettinarsi
senza uno specchio, inventare un paravento dietro cui nascondere lorinale  una battaglia. Ma la
mia compagna la combatte con tutta lostinazione del suo carattere.
Siamo vive, dice. E non possono impedirci di vivere al meglio fino allultimo istante.
Questo meglio comporta ordine e pulizia.
I nostri pochi averi sono disposti con lamorevolezza attenta di un Robinson Crusoe quando non
spera pi di veder spuntare una vela allorizzonte. E in cambio di un po di tabacco e qualche
confettura, Louise, la moglie del custode, non ci fa mancare lacqua pulita nel catino e nemmeno un
sorso di acquavite per sciacquare i denti e tenerli sani.
Viviamo al meglio, in questa cella che ci rende compagne.
E anche se mi sento assediata dalla puzza del carcere, dalle esalazioni delle celle sovraffollate,
dal fetore della cloaca, almeno non mi ammalo di disperazione come i nuovi venuti che, mattina e sera,
passano davanti alla nostra cella.
Quanti ne passano! E quanti ne sono passati. Anche Charlotte Corday  passata di qui prima che
il rasoio nazionale tagliasse quella sua testa bionda di vergine normanna, ma se non altro lei aveva un
motivo, buono o cattivo che fosse, per morire.
Ma io? Non ho mai cospirato, non mi sono mai interessata alla controrivoluzione. Non ho
motivo di cercare la morte. Sono viva e voglio vivere, io. Ne ho il diritto: un anno di matrimonio 
troppo poco.
Un solo anno di matrimonio effettivo e goduto, proprio cos.
Da aprile ad aprile. Poi lui  tornato a Santo Domingo per difendere il cotone di suo padre. Ha
dovuto farlo perch, in fin dei conti, non si vive con qualche articolo per il Corriere delle Isole.
Lui  partito e io sono rimasta.
Come posso spiegare questa assurdit, questa sconsideratezza alla mia compagna che mi guarda
e tace?
Avevo preso un impegno con gli attori della Comdie Italienne e mi sentivo in dovere di
portarlo a termine: un impegno  un impegno, per questo sono rimasta.
La mia compagna annuisce.
Per limpegno preso e s, anche per timore di patire il mare: la traversata delloceano non 
precisamente come una gita in barca sulla Senna. Ma era deciso che lavrei raggiunto di l a poco, in
fondo non si trattava che di un rinvio, breve, brevissimo, giusto il tempo di abituarmi allidea.
Intanto la situazione a Santo Domingo peggiorava di settimana in settimana. Il governo francese
aveva un bel mandare commissari con poteri dittatoriali: negri, creoli, grands blancs e petits blancs
continuavano ad ammazzarsi con sistematica sollecitudine.
Senza contare che a est siamo in guerra con gli spagnoli, scriveva Antoine-Lon, a occidente
e sulle coste meridionali con gli inglesi. Peggio che in Francia. Per avevo deciso di partire
ugualmente, anche se mi rendevo conto che sarebbe stato un cadere da Scilla a Cariddi, come usava
dire mia madre, litaliana.
Tenevamo un carteggio regolare, allinizio. Lui mi scriveva tutti i giorni e io conservavo le sue
lettere dentro una vecchia scatola di sigari che gli era appartenuta. Quando laprivo, da quella lontana
fragranza mi veniva incontro un bisbiglo di dolci confidenze alitate al mio orecchio. Avevo nostalgia
della sua voce o, meglio, del suo accento dalla patina straniera. Ma un giorno, per paura che qualcuno
potesse leggerle con intenzione malevola, tirai fuori le lettere e le accostai, una dopo laltra, alla
fiamma di una candela. Le bruciai, che Dio mi perdoni.
Una chiaroveggenza che, ahim, purtroppo si  mostrata del tutto insufficiente.
Nel frattempo le lettere andavano diradandosi. La posta per le isole diventava sempre pi lenta,
sembrava lontanissima lepoca in cui mille e cento navi facevano regolarmente la spola da una parte
allaltra delloceano. Un giorno ho capito che se non mi fossi decisa non sarei partita pi. Per un po ho
temuto che fosse gi troppo tardi, perch le comunicazioni con lestero si erano interrotte, in tutti i porti
della Francia vigeva lembargo e cerano navi che imputridivano alla fonda da oltre un anno, senza
poter levare lancora. Ma alla fine ho scovato un brigantino americano che aveva ottenuto dal ministro
della marina il permesso di salpare. Dopo aver comprato il biglietto, stavo cercando di risolvere tutti i
miei affari e di recuperare il denaro che molti attori mi dovevano. Questo  stato il mio errore.
Perch qualcuno, e credo di sapere chi, ha preferito mandare le guardie a perquisire il mio
appartamento piuttosto che pagarmi il dovuto per le lezioni di un intero anno.
Le guardie non sapevano neppure cosa cercare, ma, quando si vuole, una magagna non 
difficile scoprirla, e infatti lhanno scoperta. Una lettera che non avevo ancora avuto mo do di spedire
ad Antoine-Lon, quella dove dicevo che a Parigi si organizzano feste ma non si trova pane e che si fa
tacere la fame con la Carmagnola.
Mi hanno arrestato per corrispondenza controrivoluzionaria, aggravata dal fatto che sono
italiana per parte di madre. E la controrivoluzione, si sa, parla italiano.
Ogni giorno la carrozza con il berretto frigio dipinto sugli sportelli entra nel cortile dellAbbaye
a prelevare i condannati.
La grande porta si apre. Il fragore delle ruote rintrona nelle celle. Vorrei tapparmi le orecchie,
premerci sopra con forza il palmo delle mani e correre a nascondermi, sorda e cieca, in un angolo buio.
Non vedere, non sentire Ma sottrarsi  impossibile.
Lo zoccolio dei cavalli. Il rimbombo che dal cortile troppo stretto si irradia nei camminamenti e
attraversa il carcere da cima a fondo. Un frastuono incessante.
Ogni giorno gli uscieri del Tribunale Rivoluzionario scendono dalla carrozza, ogni giorno
percorrono il corridoio con le braccia cariche degli atti daccusa o di condanna, ogni giorno chiamano
quelli che devono lasciare lAbbaye e non gli concedono che un quarto dora per prepararsi.
E mentre gli uscieri passano per lappello quotidiano, la mia compagna scrive. Con dedizione.
A lungo. Alzando a malapena uno sguardo assente. La scrittura assorbe e rende meno fragoroso il
rumore di quelle ruote che alle ore pi impensate irrompono sullacciottolato.
Io pure vorrei prendere la penna e scrivere almeno una lettera ad Antoine-Lon, ma non ci
riesco, come se alla cancelleria, insieme alle posate di mia madre, avessero sequestrato anche le mie
parole.
Mi rannicchio sul letto. Il fruscio costante della penna sui fogli a lungo andare diventa
sgradevole, si fa sottile come un sibilo. Serro le braccia ficcando le mani sotto le ascelle. Un pensiero
mi si accampa in testa: scrivere  pericoloso. Che pensiero assurdo E forse non lho soltanto pensato,
perch la mia compagna ferma la penna, mi lancia uno sguardo interrogativo e aggrotta la fronte.
No, mai pi riuscir a scrivere una lettera
Daltronde com possibile farlo in questa cella infuocata dove il sole entra, con una brutalit
senza argini, a squarciare il bianco delle pareti?
A Olympe sembra che non dia fastidio. Di nuovo china sulle sue carte, scrive immersa in un
turbinio di mosche, dentro una corona di luce furibonda che a lei scioglie i colori e a me fa venire
lemicrania. Scrive, scrive e il sole s impigliato alla nostra grata e non scende mai e le mosche
sinferociscono sul mio collo
Non si poteva resistere, alla fine abbiamo provveduto.  stata lei, questa donna che un tempo ho
ammirato da lontano per la sua figura elegante e che adesso mi mette soggezione con il suo viso
disadorno, a comprare dalla moglie del custode un po di carta oleata, simile a quella che i contadini
usano al posto del vetro. Con questi fogli abbiamo schermato le griglie della finestra, restituendo alla
luce la sua discrezione.
Ora il sole si fa strada in silenzio, le mosche riposano placate nella penombra e anchio mi do
pace. Tanto che una guardia, una di quelle che si divertono a fare lo sgambetto ai prigionieri mentre
montano in carrozza, mi ha elogiato per la mia serenit. Brava, ha detto, sono certo che manterrete un
buon comportamento anche sulla carretta di Sanson.
Oh, Antoine-Lon, perch non sono partita con te?
Olympe
Unattivit pericolosa! esclama di punto in bianco Rosalie, e io fermo la penna. Ma dalle sue
labbra non sta uscendo un avvertimento, bens la constatazione di un dato di fatto: scrivere  unattivit
pericolosa. Unattivit che ci ha portato entrambe allAbbaye, dato che di questi tempi una lettera
imprudente pesa quanto un manifesto politico e nessuno riesce ancora a capacitarsene, nemmeno io,
che pure ho previsto e deprecato il ritorno della censura, di quellantica volont di controllo che
comincia con il tagliare il pensiero e le parole e finisce per tagliare le teste.
 fragile, Rosalie. Il sole che entrava senza schermi dalla finestra lha fatta quasi impazzire.
Adesso  quieta, rannicchiata sul suo letto, le braccia attorno alle ginocchia. Dalla svasatura
delle maniche le spuntano i gomiti, tondi e bianchi da incantare. Ha la testa avvolta in un fazzoletto di
Madras. Qui  impossibile aver cura dei nostri capelli, e lei li nasconde sotto un turbante dai colori
orientali.
Fra noi si  creata unintimit che non nasce dallamicizia o dalla consuetudine che matura,
come certi frutti di serra, nella condivisione forzata di uno spazio e, pi ancora, di una situazione.
La nostra intimit ha messo radici perch Rosalie conosce le mie opere e io le sono grata di
questo regalo inatteso.
In cambio volevo offrirle qualcosa, un pegno che attestasse la mia riconoscenza e la distraesse
dalle sue angosce, cos le ho dato la mia lingua, quellidioma del Quercy che Parigi tanto disprezza e
che Rosalie apprende con una facilit miracolosa.
Non si stancherebbe mai di travasarlo dalla mia anima alla sua, il suono, il ritmo, le parole
saporite della cucina e quelle malinconiche degli anonimi trovatori di un tempo che fu.
Qu vai viure ses amor?
Sedute faccia a faccia, ci scambiamo la dolce asprezza delloccitano.
 un buon modo di impiegare il giorno, in un luogo dov fin troppo facile non scorgere pi il
bordo del tempo, smarrire il limite delle ore che scorrono in un modo diverso quando non sai
cosaccadr di te domani. Qui pi che altrove il tempo ha bisogno di un ordine.
Ordine dello spazio e delle cose dentro lo spazio.
Ordine del corpo e dello spirito.
E allora faccio zampillare dal passato la lingua della mia infanzia o scrivo, come in questo
momento, un braccio sul tavolo, le spalle contro le traverse scheggiate di una sedia dalle gambe
malcerte, mentre con le labbra saggio le piume di un cannello color latte.
Piume morbide, intiepidite dalla mia mano. Mi  costata cara questa penna e la carta e il
prezioso cilindretto di polvere dinchiostro. La cittadina Louise! Pretende cifre esorbitanti, neanche mi
vendesse polvere da sparo sottratta a quei cantieri nazionali che il governo sta piantando, al posto degli
alberi, nei giardini del Lussemburgo.
Eppure, in qualche modo,  proprio cos.
La scrittura  la mia tribuna, la cittadina Louise lo sa e cerca di trarne il suo profitto. Io alzo la
voce e lei alza il prezzo.
Sapete cosa rimpiango di pi? chiedo lisciando con il pollice unarricciatura della carta.
Rosalie appoggia il mento sulle ginocchia.
La tipografia, ecco cosa rimpiango. Mi mancano i giorni passati nellofficina del tipografo, mi
manca il grembiule nero dello stampatore e la fragranza pungente delle bozze da correggere.
Spesso arrivavo senza manoscritto, dettavo direttamente al compositore e non lo lasciavo finch
non sentivo il gemito dei torchi.
Forse  per questo che ora scrivo con una lentezza pari a quella che rimproveravo al mio
giovane segretario
Claude.
Studente in medicina e scrivano inesperto.
Ero impaziente con il giovane Claude, ma non pi di quanto non lo sia adesso con me stessa.
La mia mano, sospiro.
Com lenta la mia mano. E la testa. Soprattutto la testa. Di solito le parole mi si affollano in
punta di lingua e io devo trattenerle, stavolta sono loro a trattenere me.
Ma forse  soltanto perch sono abituata a dettare i miei scritti.
Come i grandi signori, approva Rosalie.
S con una differenza.
I grandi signori hanno un tentourier personale che abbellisce, corregge, agghinda a dovere.
Detesto la povert infiocchettata delle opere che escono dalle loro penne. Preferisco il mio stile diretto,
la sua semplicit.
Semplicit? sinfiamma lei disserrando le braccia. Le maniche scivolano e le nascondono i
gomiti. Voi la fama ve la siete ben conquistata!
I suoi occhi blu scintillano in un modo che mi fa comprendere appieno laffezione del suo ricco
marito doltremare. Non mi meraviglia che tra una folla di francesi autentiche alla fine abbia scelto la
figlia di unattrice italiana, che ha paura delloceano ma non delle parole che suonano straniere.
Con uno solo dei vostri drammi, I voti forzati, ricordo bene?, avete avuto pi di ottanta
repliche.
Ah, questo no.
Non vorrei, protesto, davvero non vorrei valutare il mio lavoro dal numero di biglietti venduti!
Da cosa, allora? si stupisce Rosalie, strofinando una guancia contro la mussola tesa sulle
ginocchia.
Dal talento, potrebbe essere la risposta. Se dal mio talento non scaturissero opere fuori misura.
Le fantasie politiche, linvenzione scenica, la scelta dei personaggi e dei loro caratteri, perfino il
romanzo che racconta la mia vita, tutto ci che scrivo  fuori misura, per i grandi signori e i loro
tentourier. Le regole della loro arte non si applicano alla mia. Io non ho maestri.
Sono una donna senza Pigmalioni, e perci senza norme e senza stile. Del resto anchio non
posso fare a meno di chiedermi, nei momenti di sconforto:  davvero questa la mia misura?, la mia
propria misura?, e non mi so rispondere.
Anche lAbbaye ha un salotto, per cos dire. Un cortile interno, oscurato dalle due torri dangolo
e chiuso fra mura molto spesse che trattengono il caldo e il lezzo della cucina e del corpo di guardia, un
misto di cavolo, tabacco e giacche sudate.
Ma  il nostro salotto allaperto dove, passeggiando, possiamo incontrare gli altri inquilini
dellAbbaye e ascoltare le notizie che portano da fuori i nuovi arrivati.
 un tardo pomeriggio, con macchie di sole che strisciano lente tra le pietre.
Il custode, piantato sulla soglia della cucina, sta parlamentando con alcuni detenuti che
vogliono alzare un albero della libert. Domani ricorre il dieci di agosto, un anno dalla caduta del re, e
anche fra noi c chi intende festeggiare. Non me ne stupisco. Da tempo ai primi prigionieri, per la
maggior parte realisti, si sono aggiunti uomini di tutti i partiti. O donne come me, che hanno sofferto e
combattuto e perci non si rassegnano a passare dal dominio di un monarca alla dittatura di un
Robespierre.
Ma il custode sindigna, strappandosi dal collo un gran bavaglio unto: Un albero della libert
allAbbaye? Vi pare il caso, cittadini?
Io interrompo la mia passeggiata, un triste andirivieni da un muro allaltro, per ascoltare.
Nello stesso momento qualcuno mi tocca la spalla. Un tocco misurato ma carico di urgenza. Mi
volto e Baculard mi si para davanti con la faccia sconvolta.
Lo conosco da anni, Baculard dArnaud. Sotto il suo aspetto selvatico si cela un poeta e uno
spirito forte: era repubblicano gi nellottantanove, quando in tutta la Francia non si contavano pi di
dodici apostoli che predicassero la Repubblica.
Sua moglie  la padrona di casa di Costard e ritrovarli entrambi allAbbaye, tre celle pi avanti
della mia,  stato un dolore ma anche un conforto. Ogni nostro incontro si trasforma in uno scambio di
piccole premure, tavolette di cioccolato, filo da cucire, informazioni. E non solo.
A lui, qualche giorno fa, ho consegnato segretamente il frutto di quasi un mese di prigionia: un
manifesto indirizzato ai cittadini francesi. Lho scritto partendo dallillegalit della mia detenzione, che
si protrae senza un atto ufficiale daccusa, ma poi sono andata lontano, molto lontano. Fino agli arbitri
di Robespierre, alla demagogia di chi pretende di governare e non rispetta le leggi repubblicane, alla
follia di quanti intendono trarre dalla violenza di un giorno unidea permanente di governo, fino ai
pericoli che minacciano la Repubblica dentro i suoi stessi confini. Un manifesto che vorrei leggesse la
Francia intera e che invece rester per sempre, temo, lettura privata.
La mano di Baculard poggia tuttora sulla mia spalla e insiste, come se un caso estremo avesse
fatto perdere al mio bravo amico la memoria delle buone maniere.  talmente eccitato che balbetta frasi
sconnesse, parole smozzicate. Finch non si decide a mostrarmi una carta: lordine di scarcerazione per
lui e la moglie.
La sua esultanza a questo punto diventa la mia. Si salveranno, penso, e lodore del cavolo che
sintensifica nel cortile perde la sua sgradevolezza, non  che lodore di una qualsiasi portineria di
Parigi, di una vita che riprende il suo corso normale.
Un albero della libert, non ve lo posso permettere, continua intanto a vociare il custode.
Ci allontaniamo. Baculard si passa due dita nervose sotto il collarino della camicia. Ha qualcosa
da dirmi. Una supplica da avanzare.
Vi prego s, mi prega di restarmene tranquilla, di non scrivere pi cose compromettenti
adesso che lui esce da uomo libero e si pu occupare della mia vicenda, di distruggere anzi, per carit,
tutto quello che ho scritto finora e le sopracciglia arruffate gli diventano rovi spinti in su a graffiare la
stretta spianata della fronte.
Non  che una petizione, mi difendo, anche se non ha senso minimizzare con lui.
Petizione? Che dite! Distruggere, distruggere!
E si affanna a giurare che non mi abbandoner mai e poi mai, inventa piani, azzarda, progetti:
Gli amici deputati, ci sono anche loro. Li costringer a intervenire in vostro favore.
Mi fermo di colpo nel mezzo del cortile: ho capito che la Provvidenza esiste e mi regala una
possibilit. Io non posso farlo ma il mio testo s, pu uscire dallAbbaye e arrivare a Costard, pu
essere stampato e vivere sui muri di Parigi.
Baculard impallidisce. Dietro il velo mobile delle sopracciglia, i suoi occhi prendono a saettare
scappando a destra e sinistra.
Ogni lineamento del viso spezzato  unimplorazione: Vi coster la ghigliottina.
Per alla fine non mi dice di no. Un respiro profondo si allarga nel mio petto e diventa sollievo.
Dopo il sollievo, la debolezza.
Il caldo mi schiaccia. Non mi reggo in piedi e il mio stesso alito mi arroventa le labbra mentre
sto acquattata nellumidit del letto come un rospo. Mi  tornata la febbre.
E pensare che mi vantavo della mia salute di ferro, mi lamento con Rosalie, che  rifiorita da
quando ha messo da parte le sue angosce per prendersi cura delle mie. Le sue braccia sottili
nascondono una forza imprevedibile e il suo animo, ah, il suo animo possiede lo spirito naturale di certi
guaritori, ca paci di far sorridere un agonizzante. Nel nodo di un fazzoletto custodisce qualche grano
danice, mendicato, strappato alla compassione interessata della cittadina Louise. Li ripesca uno per
uno, li va a cercare dentro le pieghe del cotone e me li mette in bocca, forzando con un tocco deciso le
mie labbra. Una lenta freschezza, sulla lingua.
Ma  il carcere la mia febbre. La mia malattia. Ha aperto una ferita che sanguina nella mia testa,
che goccia dentro leternit del muro di fronte.
Non mi alzo da giorni. Ho incubi e visioni.
La tenda di carta mangiata dalla luce lascia trasparire silhouette evanescenti, sagome pingui,
profili di persone o di fantasmi che si librano in altri tempi e in altri spazi. Uno ritorna a intervalli
regolari, con soave insistenza. Dietro la lucentezza opaca della carta scopro lesilit nervosa del collo, il
disegno familiare delle spalle, il piede civettuolo:  lei. Mia madre.
Sbircio il suo profilo imbronciato attraverso lo schermo delle ciglia socchiuse e mi chiedo: le
sono stata fedele?
Era questo che voleva. Da me e da nessun altro. La mia vita  marchiata dal segreto orgoglio e
dal peso di questa parzialit, proclamata e ribadita fino allultimo istante, fino allultima lettera: Non ho
che te al mondo. Addio, mia unica figlia.
E allora Jeanton? E Jeanne? E Marie Jeanne?
So come mi avrebbe risposto se avesse avuto la mia impudenza.
Loro, mi avrebbe detto, sono figli di Pierre Gouze, il macellaio.
Il macellaio non c, non lo trovo fra questi spettri che appaiono e scompaiono dietro la tenda di
luce. Non ho memoria di quelluomo morto troppo presto. Per ringraziarlo di avermi riconosciuto ho
dato il suo nome a mio figlio, ma di lui non esiste traccia nella mia memoria.
Dellaltro invece ho ricordi molto precisi.
La sua ombra, grande e confortevole, quando il sole brucia va sulle rive del Tarn. La sua mano
che mi aiutava a montare a cavallo. I guanti italiani, aromatizzati al frangipane. La sera, nel mio letto,
cercavo sulle mie dita il profumo delle sue.
Quando la febbre se ne va, arriva il medico. Anzi, i medici.
Sono in due, uno vecchio e uno giovane, azzimati, cappello a cilindro e abito con fodera. Forse
perch lAbbaye rigurgita di malati e si teme lo scoppio di unepidemia, forse per non dover pi
ascoltare le mie lagnanze, perch io le faccio sentire, eccome!, fatto sta che adesso dispongo di ben due
medici.
 il giovane che mi tasta mollemente il polso con la punta delle dita, guarda senza dar segno
dinteresse il lenzuolo sporco, scambia qualche frase incomprensibile con il vecchio. Davvero i medici
non hanno il talento della parola, me nero gi convinta a casa di mio cognato. Le distillano, le parole.
Il giovane lascia andare il mio polso. Il vecchio si gratta il naso con un lungo indice: salasso,
annuncia.
Sembra che in Francia non si conosca niente di meglio. Salasso!
Il rimedio universale.
Non ho pi febbre, protesto. Il salasso  utile per la febbre e anche in questo caso non sempre,
non quando si hanno i miei nervi delicati e il sangue sottile.
So io cosa conviene alla mia salute.
Ho bisogno di pulizia, e indico il lenzuolo. Di un bagno.
Nello sguardo dei due medici compare la stessa perplessit lievemente inorridita che in tanti
anni non sono riuscita a cancellare dagli occhi di Justine.
Non faccio il bagno da un mese. Ero abituata a farlo una volta al giorno, specifico, giusto per
vederli inorridire ancora di pi. Magari anche loro sono del parere che lacqua danneggi la vista, guasti
i denti e provochi il catarro.
Come dice Voltaire, che fu compagno di studi di mio padre, nessuna superstizione ha mai fatto
del bene e parecchie hanno prodotto grandi mali.
La febbre non torna, ma i ricordi s, nellarsura del giorno come nellafa della notte.
Ancora il Tarn. Ancora mio padre. E Voltaire che lo disprezza: quel bigotto
Voltaire si sbagliava.
Forse non era un filosofo illuminato, Jean-Jacques Lefranc de Caix, de Lisle, de Pompignan,
fondatore di unAccademia delle Scienze, ma nemmeno era incline a oscurantismi e menzogne.
Non poteva riconoscermi e tuttavia era disposto a tenermi con s, a darmi una dote e
listruzione che spetta alla figlia di un marchese. Se mia madre avesse detto di s, se avesse consentito,
quanto sarebbe stata pi facile la mia vita! E la mia scrittura pi corretta, pi forbito il mio francese.
Ma lei non volle cedermi. Per non avvalorare ineguaglianze tra i figli. E di mio padre mi rimase solo
il ricordo delle cavalcate lungo il Tarn e il profumo del frangipane custodito nel palmo della mano.
Mi ha sempre chiesto una difficile fedelt, mia madre.
Ma non  quello che chiedono tutte le madri?
Rosalie
Mia madre?
S, lei era una leggenda.
Io, lombra fedele della sua leggenda.
E certo  un destino, perch anche mia madre ha conosciuto il carcere.
Me lo raccontava con le guance accese dal serkis, che non  un semplice belletto, ma il
nutrimento delle uri celesti. Mentre sincipriava il collo bianco e la scollatura profonda, mi raccontava
di quando venne arrestata a Palermo, perch sera rifiutata di cantare a comando per il vicer. E il
vicer la fece rinchiudere.
E lei tutti i giorni, in prigione - allepoca i suoi guadagni non erano ancora evaporati - diede
magnifici concerti, imband cene sontuose e pag i debiti dei prigionieri poveri.
Come mi appariva eroico il carcere di mia madre!
Non triste e senza vanto come questo che  toccato a noi.
Sono sveglia quando la luce comincia a schiarire le pietre del cortile, calando dallalto delle
mura verso il basso. Tra poco raggiunger la pietra dangolo e quelle di noi che hanno avuto il
permesso dal guardiano usciranno dalla cella e si metteranno in fila:  lora del bucato.
Avanziamo lungo i corridoi, un silenzioso corteo di donne.
In prima linea marcia la Gruot, una cameriera. Non ha voluto abbandonare la sua signora e
continua a servirla allAbbaye con la stessa devozione con cui la serviva a palazzo. Segue Angele, una
biondina che lavorava alla filanda dei giacobini, e dopo di lei Martin, un bambinetto che sbadiglia con
due occhi sonnacchiosi, trascinato dalla mano impaziente della madre, e poi tante altre che non
conosco, nuovi arrivi o signore che escono per la prima volta a questora.
Io sono in coda alla fila, accanto alla mia compagna che da qualche giorno non ha febbre e
cammina a passo normale.
Nello scendere cerca il mio braccio, ma  pi un gesto di confidenza che una richiesta di aiuto.
Attorno alla fontana, nella corte, si forma rapidamente una piccola folla, ogni donna stretta al
suo fagottello. Una guardia con una tazza in mano si affaccia, fa due passi al sole morbido del primo
mattino, torna indietro. Le scritte sui muri quasi non si leggono. Lacqua scorre e le voci, via via che
cresce il sole, crescono anchesse. Mani bianche e mani ruvide, mani abituate al lavoro e mani novizie
si affannano nella stessa misura a strizzare, strofinare, sciacquare. La Gruot, in attesa del suo turno,
sbuffa. Vestitucci di bambini, fazzoletti, biancheria intima, pezzuole di cotone che tingono lacqua di
rosso e mandano un odore ferroso. Gli occhi si abbassano per limbarazzo e le voci si alzano pi forti,
una barriera levata a proteggere il segreto delle donne.
Mi chino sotto il getto della fontanella e lavo le mie calze nella conca di pietra, una posizione
scomoda, ma lacqua  piacevole, mi bagna i polsi.
Ho le braccia completamente immerse quando minvade il frastuono della grande porta esterna
che si apre e delle ruote che saltano sullacciottolato.
Non erano mai venuti cos presto.
Un cocchiere entra nella corte con un foglio in mano. Si piazza davanti a noi, gambe larghe,
falde scure che battono sui polpacci. Ci misura con lo sguardo, poi spiega il foglio e, a braccia tese,
comincia a leggere una lista di nomi. La fronte gli sincrespa nella fatica della lettura.
Chanteloup
Desortiaux
Alcuni nomi gli escono storpiati e lui li ripete pi volte, sillabando.
Kuscinski
Kuscinski
A una a una, le donne che vengono chiamate si staccano dal gruppo. Ogni abbandono lascia un
vuoto. I piedi si muovono pian piano, si ravvicinano e il vuoto viene subito colmato da un nuovo
stringersi luna accosto allaltra. Lacqua dalle mani scivola sulle gonne e le imbratta. Sopra di noi,
dietro le grate delle finestre, un improvviso biancheggiare di volti.
Duvet
Lass in alto, un uomo con un gran berretto da notte calato fin quasi agli occhi getta un grido.
De Gouges
Questa volta sono io a lanciare un grido. La mia compagna!
Si stacca anche lei dal gruppo, allontanandosi dal mio fianco. Non avverto pi il tepore del suo
braccio contro il mio.
Di slancio le afferro una manica, la trattengo. Ma lei si libera con gentilezza e mi fissa: Per
favore e io ho belle capito.
Non c tempo, corro di sopra, io sono pi svelta, raccolgo le sue cose, sono cos poche!, torno.
Quando le nostre dita sincontrano, sento il sudore sul palmo delle sue mani.
Attraversa, dritta, senza zoppicare, larco della porta che da sul cortile delle carrozze.
Vorrei gridare: dove?, dove portate la mia compagna? Ditemelo, ditemi dove la portate!
Il grido mi resta in gola e gi lo strepito delle ruote e lo zoccolio dei cavalli si perdono dietro la
grande porta.
Le donne si scuotono. Dapprima con gesti molli, poi sempre pi svelti e rabbiosi, riprendono a
lavare. Martin corre in tondo, le braccia larghe, ad ali, e il volto rovesciato verso lalto a sorbire
avidamente il sole.
Francoise Modeste
Ecco che ricominciano.
Eravamo ben democratici, allinizio.
Questa  la voce di mia madre. Acida. Con linflessione condiscendente di chi  convinto e
vuole convincere della bont delle proprie idee.
Diamo tempo.
Questo  mio padre.
Se dicono che godremo sotto la Repubblica, diamo il tempo di provarlo.
Non si fa zittire.
Di nuovo lei: Eh, come se non gliene avessimo dato abbastanza!
Lo sai come si dice, chi vuol far presto semina il campo a ravanelli e mangia radici, chi vuole
mangiare pane semina a grano e aspetta un anno. Aspettiamo.
Non sto origliando. D fatto  che dormo in unanticamera, in realt un sottoscala che mi
costringe a riporre il letto la mattina per risistemarlo la sera. Solo unimpannata, sul lato opposto del
corridoio, mi divide da mamma e pap, cos non  colpa mia se sento tutto quello che si dicono quando
sinfilano la camicia da notte. In pi mia madre ha un tono da banditrice, se vendesse giornali ai
crocevia farebbe fortuna, come potrei non sentirla? Una voce che ti trapassa da parte a parte. Tranne
quando parla di noi, di me o di Suzanne. Allora le si assottiglia in un sospiro, un nulla. Non sarebbe
meglio se abbassasse i toni, piuttosto, quando tocca argomenti che non dovrebbe toccare?
Che dolore sentirla dire certe cose! Non so come mio padre possa sopportarlo. Io non lo
sopporto.
Ma  per via delle sue amiche
Mamma al principio, lo potrei testimoniare, era una buona democratica, si entusiasmava ed era
la prima a scendere in strada al rintocco della campana. Poi c stata la faccenda della coccarda e le sue
amiche, la merciaia, la ricamatrice, la mamma di Martine che fa la sarta, le sue amiche insomma, tutte
l a lamentarsi che la coccarda allontana le clienti e certo non  il caso di disgustare le poche signore
che continuano a ordinare mussoline e merletti e danno lavoro alla povera gente.
E con ci?, dico io, non  vendere lamor di patria per un piatto di lenticchie? Invece dessere
noi a piegare la testa, bisognerebbe togliere alle signore il vezzo di storcere il naso davanti ai
contrassegni della Rivoluzione. Ha fatto bene la Comune a vietare il passeggio sulla pubblica via alle
donne che non portano la coccarda. E la Convenzione dovrebbe seguirne lesempio e pure le Societ
popolari dovrebbero vietare lingresso a quelle smorfiose che non la mettono bene in vista e magari la
nascondono sotto il fisci o dentro il corpino. Una brutta abitudine. La coccarda  il fiore della libert e
gli uomini dovrebbero rispettare le donne che la portano.
Peccato che non siano tutti come mio padre. O come Nicolas.
Ieri me ne sono ben accorta
Il tempo era cupo, cupissimo. Il cielo si era coperto di colpo, gi nel primo pomeriggio in casa
non ci si vedeva e il giorno era entrato nella notte. Sono uscita a cercare un po di olio per la lampada.
Correvo svelta svelta quando un tale mi ha fermato al volo, mi ha preso per un braccio e mi ha chiesto
un bacio fraterno. Aveva certe labbra umide e rosse di vino, pi rosse del suo berretto rosso. Ho
cercato di divincolarmi e con la mia espressione pi severa lho guardato dritto negli occhi: Vergogna,
cittadino! Ma lui non mi mollava e allora,  stato giocoforza, gli ho appioppato un colpo secco sulle
dita con il mio ombrello, che ha le stecche molto dure. Lui mi ha lasciato il braccio, ma non se ne
andava e biascicava con aria torva tutto un suo discorso, che questi non sono pi tempi di minuetti e
inchini a distanza e se uomini e donne ballano allacciati, che male c in un bacio repubblicano?
A mia madre non lho raccontato, altrimenti sono certa che comincerebbe a contare i passi che
muovo fuori casa.
Eccola,  di nuovo la sua voce.
 quella de Gouges, si  saputo niente?
No! Non voglio ascoltare! Lei che chiude le finestre appena sente in strada un passo pi
affrettato, che non simpiccia mai n del dritto n del rovescio, perch deve occuparsi proprio della de
Gouges? Sempre con questa storia, sempre a tornarci sopra, a insistere, come se volesse accusarmi
ma di che cosa, poi? Io ho fatto solo il mio dovere.
La voce di mio padre si sovrappone alla sua. Pacata, ragionevole.
 lo sapremo al processo.
Un altro po e i processi si terranno direttamente sul palco di Sanson.
Moglie!
S, va bene, aspettiamo, aspettiamo
Una pausa. Dentro il silenzio, il mio cuore batte forte.
Quasi non me ne accorgo quando mia madre riprende a parlare, questa volta piano piano. Un
mormorio sommesso. Il soffio sottile dei segreti.
Scivolo gi dal letto e a piedi scalzi mi avvicino allimpannata, non per spiare, no, per carit,
solo per accertarmi se per caso non stia davvero parlando di me o di mia sorella. E lei, come per farmi
dispetto, abbassa ancor pi la voce. Non tanto per da impedirmi di afferrare qualche parola, lalito di
una frase: Una storditella, la nostra Francoise.
Non  donna ma non  pi bambina, deve imparare le regole della buona creanza, sussurra, ma
che bisogno ha di sussurrare?  una specie di ritornello, ormai. Sventata. Storditella.
Non capisco cosa voglia provare chiamandomi in questo modo, lei s senza ritegno, davanti a
tutti. Anche a Nicolas.
Nicolas! Com bello con quelle spalle alte nelluniforme!
Dalla sera dei funerali di Marat frequenta regolarmente casa nostra. Un giorno ci porta il
biglietto per una seduta della Convenzione e il giorno dopo ne ha un altro per il Club dei Giacobini - io
lo preferisco, soprattutto quando  previsto un intervento di Robespierre.
Ci procura gli inviti e si offre di accompagnarci.
Suzanne non si fa pregare. Andiamo? e si liscia sulle braccia i lunghi guanti di maglia fine
tagliati in punta che mamma le ha regalato. Da qualche tempo le fa una quantit di doni. A me niente,
invece. Ma non mimporta, ho altro a cui pensare. I guanti di Suzanne mi piacciono,  vero, le mettono
in risalto la mano affusolata, con quei polpastrelli rosei, un po rovinati dallago ma tondi e rosei, che
spuntano dalla maglia bianca. Ma se dovessi preoccuparmi, come fa lei, di queste vanit
Anche Nicolas, daltronde, lha detto chiaro e tondo: purtroppo ci sono ancora donne a cui piace
stare alla toletta, ma una repubblicana, ah!, una repubblicana dovrebbe avere altri piaceri.
Nicolas! Sempre cos austero, con i suoi occhi scuri scuri.
Con me ragiona di tutto. Degli inglesi che sono entrati a Tolone, della condanna a morte del
generale Custine, della chiusura dei teatri che mettono in scena quelle disgustose commedie di
Neufchteau, che se non sono realiste poco ci manca, dei deputati che hanno chiesto di mettere
allordine del giorno il Terrore e perfino, una volta, dei compiti delle spose repubblicane.
Santuari domestici, virt materne Ne parlava con quella sua voce dolcemente autoritaria e
Suzanne di botto  arrossita, neanche stesse conversando con lei!, e per la confusione si  messa a
sgranocchiare le mandorle zuccherate, invece di offrirle, come se fosse lei lospite e non Nicolas. Mia
madre ha annuito, seguitando a orlare un grembiulegi, i compiti delle spose repubblicane ma da l
in avanti non ha pi aperto bocca.
Se non ci fossi io ad avere il gusto della conversazione! Che poi non  il piacere del discorso
per il discorso.  unaltra cosa.  che io non ho paura di sostenere le mie idee.
Lho dimostrato, no? Dinanzi a un giudice.
Non  stato facile. Le gambe mi tremavano perch non volevo sbagliare. Sar sventata, come
dice mamma, ma sentivo il peso della mia responsabilit. Di fronte al giudice e a Marino, che  un eroe
della Repubblica, e perfino di fronte a quella de Gouges che non  una donna qualsiasi, proprio per
niente, e sa usare le parole.
S, mi tremavano le gambe ed ero debole debole. Per mi sono fatta coraggio e ho detto quello
che dovevo. Non sono un lacch che manda lettere anonime per non affrontare lavversario.
Io mi sono confrontata con lei, faccia a faccia, e ho risposto senza esitare a tutte le domande.
Era mio dovere. Sarebbe terribile se la giustizia rivoluzionaria mandasse in galera una persona senza
che se ne sappia il perch, queste sono indegnit da ancien regime.
Ho testimoniato e poi  caduto il silenzio.
I giorni, le settimane continuano a passare inutilmente. Dal tribunale non arrivano pi
convocazioni e il processo tarda troppo,  vero, su questo punto mamma ha ragione.
Ma solo su questo, sugli altri punti no, il torto  suo.
Mi dispiace moltissimo che non abbia voluto accompagnarmi, quando sono andata a deporre
davanti al giudice. Lho fatto per il bene comune, per amor di patria. Lei per non lha apprezzato.
Chiss se c una cosa, una qualsiasi, che apprezzi di me
A parte i capelli.
Che erano lunghi e lisci e con bei riflessi, ma io non li soffrivo pi. Quelle tolette eterne! Ma
sono pur sempre i miei capelli, anche se ora sono tagliati corti alla giacobina sono sem pre i miei
capelli, con gli stessi riflessi e la stessa consistenza, e dunque perch strillare tanto?
Quanto ha strillato! E si rifiutava di pagare il garzone parrucchiere, rimasto l a sudare
dimbarazzo nella sua giacca rossa, le braccia ciondoloni e le forbici in punta di dita, come se
scottassero.  dovuta intervenire Suzanne per riportare la calma.
Ma le sue urla mi hanno fatto dimenticare il mio spavento.
Perch anchio, lo confesso, quando il garzone parrucchiere ha legato alle due estremit i miei
capelli sciolti e ha avvicinato le forbici, mi sono sentita mancare.
Ho abbassato gli occhi, li ho sollevati lentamente es, quella ragazza dallonda piatta sulla
guancia, quella ero io.
Ho pensato: la vecchia pantalonaia, loste, la mamma di Martine e Martine stessa, la mia amica
con le sue trecce da bambina, tutti in questa strada adesso mi vedranno.  per questo che ho voluto i
capelli corti e la coccarda sul nastro, perch tutti mi vedano e sappiano chi sono: Francoise-Modeste, la
giacobina di rue Huchette.
Olympe
Non so dove mi portano. Ignoro se il viaggio sar lungo o breve e che cosa mi aspetta alla fine
del tragitto. I finestrini sono oscurati, la carrozza si muove nel buio persistente di una notte artificiale.
Non posso vedere n essere vista.
Delle grida, al nostro passaggio. Il vetturino schiocca la lingua contro il palato e i cavalli
accelerano il trotto.
La morbidezza del velluto dietro la mia schiena.
La carrozza attraversa dei ponti, passa per molte strade, gira e si ferma. Scendiamo in rue
Pave.
DalTAbbaye mi hanno trasferito alla PetiteForce. Per nessun motivo apparente.
Sono seduta in cancelleria ad aspettare che decidano dove mettermi, le celle sono piene, si
prevedono ulteriori trasferimenti, si preannunciano trasbordi di prigionieri.
La stanza  pi unanticamera di passaggio che una cancelleria.
Gente che entra, gente che esce diretta alla GrandForce, lala maschile. Le guardie sbadigliano,
bevono acquavite e ruttano.
Vedo passare secondini, serve con grembiuli lunghi rialzati e annodati sulle caviglie, sguattere,
custodi che camminano facendo tintinnare le chiavi appese in cintura, borghesi con abiti dai risvolti
corti, uomini in uniforme, con le spalline frangiate e il bavero scarlatto.
Passando, un tale mi lancia unocchiata di riconoscimento.
Un istante troppo tardi lo riconosco anchio: il commissario Marino. Mal rasato, la camicia
aperta sul collo, gli occhi rossi da bestia insonne. Una metamorfosi che impressiona.
 in queste condizioni, minforma una guardia, da quando ha assunto lincarico di
amministratore delle carceri.  lui che provvede a tutto, che organizza e distribuisce i detenuti, che
controlla e ordina i trasferimenti da un luogo allaltro, che da da mangiare a questa folla che singrossa,
singrossa, singrossa e divora le risorse dello Stato. Fra poco mancheranno i soldi anche per il piatto di
fagioli regolamentare. Ma lui trover il modo di sfamare tutti, garantisce il mio informatore:  un uomo
giusto. E questuomo giusto ha preso in disparte i prigionieri ricchi e gli ha detto con quei suoi occhi
rossi e laria insonne: Voi possedete molti beni, cittadini, e i vostri compagni non hanno niente. Voi
pagherete per loro, avete capito?
S, cittadino.
Pagherete la cucina. Il cuoco far la lista della spesa e voi darete i soldi.
Abbiamo capito, cittadino.
Lamministratore lavora con passione, ammette a mezza bocca la guardia, e si gratta
scrupolosamente sotto il cappello, come se volesse raschiare dalla sua testa, e magari anche dalla mia,
il bench minimo dubbio.
Ma io non ho dubbi: glieli ho letti in viso, i segni della passione.
Chi pu riconoscerli con pi sicurezza di me? Quei segni che al commissario regalano la
reputazione di uomo giusto e a me, invece, una fama di creatura sospetta.
Arrivo in cella stanchissima, come se avessi attraversato a piedi tutta Parigi.
Che senso ha?, mi chiedo.
Da un carcere a un altro, simile in tutto e per tutto al primo, sia nella rigidit della detenzione
che nellaffollamento.
Un passaggio che avviene quando ancora non mi  stata notifi cata laccusa, non si conosce la
data del processo e qualsiasi sentenza  di l da venire.
Che significato, che utilit pu avere questo trasferimento?
Un soprassalto, nel cuore della notte: oggi  il ventinove di agosto e mio figlio compie
ventisette anni.
Caro Pierre, sei bello. Poso la penna, apro il medaglione e ti ho qui, davanti a me. Pronte da
filosofo, occhi grigi da sognatore.
Occhi che mal si adattano alluniforme, dovresti riconoscerlo anche tu.
Ma se penso allostinazione con cui lhai voluta, questa uniforme da ufficiale! Forse per paura
della povert, che  dura prigione, lo so. E tuttavia lesercito, la disciplina, la guerra non  anche
questa una prigione? Valore, genio militare, sono doti che non ti mancano, figlio mio, non sto mettendo
in dubbio le tue capacit. Il fatto  che, in altre circostanze, saresti stato un perfetto uomo di teatro,
lasciatelo dire.
Questo avrei voluto per te: la libert del talento.
Avresti potuto scrivere buone commedie e drammi altrettanto buoni, saresti stato un ottimo
autore, e non  illusione di madre: ne ho le prove, Pierre. Non a caso ti ho fatto fare pratica e ho voluto
che prendessi confidenza con le regole e i meccanismi del mondo del teatro, un tirocinio che ti poteva
tornare utile.
Adesso, per esempio, non commetteresti pi le ingenuit che hai commesso allinizio.
Ricordi laffare Labreux? Ero andata in campagna e ti avevo dato mano libera per contrattare
luscita di una mia commedia.
E tu, per farmi una sorpresa e accelerare il debutto, accettasti che insieme al mio nome
comparisse anche quello del direttore del teatro. Io torno e vedo affisso un manifesto: Commedia di
madame de Gouges e monsieur Labreux Monsieur Labreux! Autore!
Della mia commedia! Mi misi a gridare come una pazza.
S, una pazza.  cos che mi chiami spesso e volentieri, quando parli con Hyacinthe, credi che
non me ne sia accorta? Mia madre, quella pazza.
Pu darsi che tu abbia ragione, in un certo senso. A volte guardo le mie dita macchiate
dinchiostro e mi chiedo: chi sei?, tu che pretendi di dire ai francesi ci che  giusto o sbagliato, che ti
permetti di consigliare provvedimenti e linee di condotta a uomini di governo, ad ambasciatori e
deputati, che tinventi una Parigi con le strade pulite e un tribunale con dei giudici in gonnella, tu che
scrivi che le donne nascono libere e uguali in diritto agli uomini, chi sei?, da dove ti vengono questi
sogni pazzi?, e lunica risposta che mi viene in mente  che, infondo, non sono che un animale anfibio,
con tutto il coraggio che viene attribuito alluomo e tutte le debolezze che vengono imputate alla
donna. Un essere senza precedenti, ho scritto tanto tempo fa.
Credimi, ci vuole una grande forza o una grande disperazione, figlio mio, per resistere a tanta
solitudine. Per reggere alle critiche del proprio sesso e allodio dellaltro. Alle beffe.
Eppure io sono al di l di tutto questo. Al di l anche del ridicolo, grazie alla conoscenza che ho
dei miei difetti. Di pi: li so ammettere, a differenza degli uomini.
Ma non intendo giustificarmi, Pierre. Vorrei soltanto provare a dirti, in questa lettera
faticosamente pensata e faticosamente scritta, quanto sia terribile per una donna sola non avere gli
stessi vantaggi degli uomini per la riuscita dei figli. E quanto  terribile che le donne, per sostentarsi,
siano costrette il pi delle volte a ricorrere a mezzi vili. La finzione  dobbligo quando la vita stessa
dipende dal capriccio, dalla condiscendenza, dallarbitrio di un uomo. Quando non puoi rivendicare
diritti ma soltanto favori, ha vera disgrazia, come dice il nostro Voltaire, non  tanto lineguaglianza
quanto il suo inevitabile frutto, la dipendenza.
E io, tua madre, sono una donna sola.
Ma questa donna, malgrado le difficolt, ti ha dato una buona educazione. Non  cos, Pierre?
Dei bravi istitutori. Matema tica, disegno, storia, geografia, esercizi fisici, equitazione, musica
Il maestro di musica, te lo ricordi? Era il pi scrupoloso. Il pi puntuale. Arrivava a mezza
mattina, cavava dal fondo della livrea nera profilata dargento gli strumenti da tasca e si metteva in
posizione. Avevo scelto quellometto basso e lindo per un motivo preciso: veniva da Vienna e aveva
partecipato alle riunioni musicali di Gluck, un musicista che sbalordiva il mondo con le sue melodie
chiare e naturali, particolarmente adatte alla tua voce, figlio mio.
E ora sei un soldato, anzi un generale.
Ti guardo. S, sei bello. Grande, bruno. Non  compiacenza di pittore, anche se nel ritratto non
si notano i segni leggeri che il vaiolo ha lasciato sulle tue guance. Quel morbo feroce che ha
risparmiato te e portato via Julie, avvolta da capo a piedi come una mummia in bende che puzzavano di
acido. La mia bambina.
Attenta, mi sono detta fin dal momento in cui lho sentita muoversi dentro la pancia, attenta,
Olympe, a non ripetere lerrore di tua madre. Questo figlio non appartiene solo a te,  anche di Jacques.
Jacques che la prende in braccio, Jacques che ride ai suoi primi passi, Jacques che scuote in alto un
sonaglino dargento mentre lei si sforza di acchiapparlo e la vestina le sale sui minuscoli piedi calzati
da pantofoline ricamate.
Era sua figlia. Apparteneva anche a lui.
Oh, Viene, e tu ci osservavi con quella specie di sdegno Ma ascoltami. Conosco bene la voce
popolare che dice che il figlio dellamante  sempre il pi amato, che per questo figlio la madre
sacrificher senza esitare tutti gli altri.  una voce sciocca. Falsa come tutto ci che semplifica la realt.
Tu, Pierre, eri il mio piccolo orfano. Tu eri mio e di nessun altro.
E lo vedi, del resto, che cosa  successo a me, come, per vendicarsi dellamante, mia madre mi
abbia privato dei miei diritti naturali, come ha impedito che crescessi nellambiente che mi spet tava.
Senza una lacrima di compassione, quando ancora non avevo sedici anni, mi ha data in moglie 
Come potevo amare tuo padre, un uomo tanto rozzo da sposarmi senza il mio consenso?
Tu impallidisci quando rammento questa verit. A te sembra la profanazione di una memoria e
invece  solo il racconto di uningiustizia che non voglio nascondere.
Jacques lho amato, lui s, anche se non ho voluto sposarlo: la mortificazione del matrimonio
lavevo gi sperimentata. Ma a Parigi ci sono venuta per amor suo. E perch aspettavo Julie. E dove
possono cercare rifugio le donne che si ritrovano nella condizione in cui mi trovavo io se non a Parigi?
Parigi pu essere infinitamente misericordiosa o infinitamente crudele con le donne.
Con me ha usato la misericordia.
S, ho amato Jacques, il profumo alla citronella dei suoi abiti, leleganza dei suoi modi.  stata
la scomparsa di Julie che ci ha diviso. Perci non devi giudicarlo, Pierre. Tutto quello che  accaduto
dopo la morte della bambina, gli imbrogli a mio danno presso il notaio, limpegno che non ha onorato e
che  la causa prima dei miei debiti, tutto questo io credo che nasca da l, da quel dolore che ci ha
separati.
Non so andare avanti, Pierre. La penna gratta sul foglio, lo strappa, devo gettarlo e ricominciare
daccapo. Ho perso la facilit della scrittura. Io!, io che mi vantavo di essere in grado di comporre un
testo teatrale in cinque giorni! Sono una donna, dicevo, ma non una dilettante. Adesso la mia mano
pesa anche nello scrivere un solo rigo.
E colpa del passato, che mi fa soffrire. Mentre il presente, malgrado i suoi pericoli e la sua
miseria, mi chiede forza e io sono una donna forte. Dalla natura ho ricevuto coraggio e ragione.
Oltre a uneccessiva petulanza che lingiustizia eccita troppo sovente, come ben sai.
Ma di quale presente posso parlare a te, che mi sei figlio?
Di questa cella e della sua sporcizia che si deposita sul mio corpo e mi fascia le gambe con
calze di polvere? Un tempo era il profumo della mia carne a proteggermi dallo stesso passare degli
anni.
No, non ti posso scrivere di questo presente.
Di che cosa, allora? Dei sogni che hanno occupato la mia anima e mi hanno dettato quelle
pagine che ti procurano tanto imbarazzo? Diresti ancora una volta: mia madre, quella pazza.
No, non dei sogni ti posso parlare ma di un sogno, forse, dellunico che ricordo di aver fatto da
quando mi hanno chiuso in cella.
Prendilo come un dono, Viene. Il mio regalo per i tuoi ventisette anni. Un sogno semplice,
domestico, che non ti far inquietare.
Eravamo nel magazzino delluniverso, alle Halles. Io e Justine.
Compravo qua un po di frutta, l un po di verdura. Quindi mi fermavo ad ammirare il gesto
rapido, quasi impercettibile, con cui le sgusciatrici di piselli fanno la cernita dei grani. Da una parte i
pi piccoli, teneri e saporiti, dallaltra i medi e i grossi.
Nel sogno, questi ultimi occupavano due interi sacchi, mentre i grani piccoli ricoprivano a
malapena un fondo. Ver un qualche motivo la cosa mi dava una grande tristezza. Ascoltavo quei grani
che risuonavano, nel sacco vuoto, come parole damore disperse in una profondit senza memoria e mi
disperavo. Anche Justine era triste e mi tirava per la manica: Questanno, ahim, sono rimasti solo i
grani grossi. La zuppa non verr bene.
Justine
 presto, sono suonate da poco le cinque e graziaddio nella portineria del nostro palazzo fanno i
signori, alle cinque del mattino si dorme, non c sorveglianza.
Il generale Alessandro mi strattona a destra, Montesquieu a sinistra. Dai guinzagli tesi la loro
impazienza si trasmette ai muscoli delle mie braccia. Irrigidisco la schiena, mi bilancio sui tacchi
cercando un equilibrio.
Le scale sono buie. Dalla finestra in fondo alla rampa un barlume sinerpica a stento su per i
gradini, luccica sulla ringhiera.
Un appoggio per gli occhi pi che per le mani, impegnate a guidare e trattenere. Ha fretta, il
generale. E anche Montesquieu ansima e strappa.
Scendere con i cani sta diventando un problema per le mie povere gambe.
Non solo per loro, in verit.
Con questi due angeli custodi come potrei scivolare inosservata sotto gli occhi di Victor e di sua
moglie? Non potrei, se la portineria fosse aperta. Ma graziaddio dormono, i signori, e almeno per oggi
mi sono risparmiata la scena di Victor che mi aspetta al varco con i pollici infilati nelle bretelle.
Ha pi fiuto del generale, il nostro portinaio. Ogni volta che esco, non ho ancora messo il piede
sullultimo gradino e dove lo trovo?, piazzato davanti alla porta, immancabilmente, a ostruire il
passaggio con il suo pancione. Io arrivo e lui si sposta adagio, senza salutare. Cara te, che ti credi, mi
vuol dire con quella sua aria di sopportazione, per me  dobbligo salutare gli inquilini che pagano
puntuali, pagano e hanno diritto a essere riveriti, e che mimporta se magari sono dei briganti.
Questa s che si chiama uguaglianza, basta pagare alla scadenza esatta e qualsiasi disgraziata
diventa la donna pi onesta del circondario, basta tirar fuori la moneta quattro volte lanno, a gennaio,
aprile, luglio, ottobre, cos usa a Parigi, e mettere il gruzzolo in mano al padrone di casa per essere
ossequiata e riverita.
Ma luglio  passato da un bel po, noi non abbiamo pagato e Victor si piazza sulla soglia con la
sua pancia che fa da sbarramento e mi squadra per bene, da capo a piedi, mi tasta con i suoi occhiacci
incanagliti, pi sospettoso di una sentinella alla barriera dei Sergenti.
Guarda, guarda pure! Non crederai che possa nascondere una cassapanca dentro la manica o
una poltrona fra le pieghe della gonna! Quella zucca vuota ha paura che me la svigni senza dargli il
tempo di sequestrarci i mobili.  successo la settimana scorsa con gli inquilini dellappartamento di
fronte al nostro. Zitti zitti, di nascosto, hanno fatto trasloco e lui se l dovuta vedere con il padrone di
casa. Che poi  la vera sanguisuga.
Con tutta la sua boria, Victor non  che un cane da guardia.
Ma un po di rispetto, santo cielo, me lo merito o no, anche se sono una serva senza padrona?
Con un bel serraglio di cani, gatti e pappagalli, ma senza padrona. Una serva sola. Che si pu trattare
da miserabile e magari prendere a calci nel deretano, se capita loccasione.
Ci fosse stata Olympe, il solerte Victor non si sarebbe mai presentato a inventariare i mobili di
nostra propriet. Unarroganza!
Neanche fosse lui il padrone di casa.
Un altro buono, quello. Pierre Bourg. Il signor Bourg.
Un orafo con lo stomaco pi gonfio di un vinaio. Un bel duetto, non c che dire, fra la pancia
sanculotta di Victor e lo stomaco gaudente del signor Bourg. Che gi una volta  stato nostro padrone
di casa, a Auteuil, e dovrebbe sapere che labbiamo sempre pagato per primo.  logico. C un criterio,
una regola nei pagamenti. Anzitutto il padrone di casa, poi la modista, quindi il candelaio ultimo il
parrucchiere, si sa che il poveruomo viene per ultimo. Ma questo Pierre Bourg
Metteva su la faccia da amico quando si incontravano a discutere e a prendere il t nel giardino
della signora di Condorcet, un ritrovo veramente filosofico. E lui, in quel giardino, sinchinava e diceva
grazie signora mia, perch Olympe  generosa e gli procurava i biglietti per il teatro. Adesso manda a
dire che gli dispiace ma che  rovinato, che gli affari vanno male, che non ha pi lavoro, che la
ghigliottina ha tagliato la testa a tutti i suoi clienti. Non mi sembra un buon motivo per prendersi lo
stipo cinese che tornava cos utile alla mia Babichette.
La mia Babichette Ma verr, verr il momento in cui dovranno rilasciarla! Se ancora non le
hanno fatto il processo, qualcosa vorr pur dire. Che non sanno proprio di che accusarla, per esempio.
E intanto io non funziono, in sua assenza. Cado a pezzi, come una vecchia sedia in disuso. La
ruggine mi incrosta le ossa e faccio fatica a tener dietro al generale, per non parlare di Montesquieu.
Eh s, la fatica la sento, ho pi di mezzo secolo, non sono una giovinetta come quando arrivai a
Parigi.
Tanto giovinetta neanche allora, a essere sincera. Avevo venticinque anni e non sapevo pi di
nove parole di francese, giusto quelle che avevo imparato nellosteria del signor Aubry buonanima,
quando aiutavo a sistemare a tavola i militari di passaggio. La mia Babichette protestava, non voleva
che servissi in bottega, ogni volta era un litigio. Lei mi ha sempre trattato con la giusta considerazione.
Non ho mai dovuto dividere il letto con altre serve, in casa sua.
Farla sposare a un oste! La figlia di un marchese, la nipote di un arcivescovo!
Ma cera chi ci guadagnava e la macelleria del signor fratello, eh gi, dopo quel bel
matrimonio poteva contare su un cliente fidato. Daltronde, chi avrebbe potuto opporsi? Il marchese
aveva rinunciato a esserle padre.
Questo  il guaio della mia Babichette: ha avuto troppi padri.
Io invece nessuno. Sono cresciuta servendo lei. Da l vengo, da quasi mezzo secolo passato
insieme, dormendo sotto lo stesso tetto, camminando per le stesse strade, un giorno dopo laltro, una
notte dopo laltra, unora dopo laltra. Tutta la mia vita sintreccia alla sua e perfino la memoria si
mescola e si confonde, tanto che a volte mi chiedo: ma di chi sono questi ricordi, sono davvero miei, mi
appartengono sul serio?
Mah!
Se non altro, graziaddio, anche oggi siamo arrivati in fondo alla rampa, sei soddisfatto,
generale?
Lalba  quieta, senza vento, la citt  bella a questora, sembra di poterci respirare in pace, ma
a me gi dolgono le piante dei piedi, cos evito di attraversare il Pont Neuf, giro attorno a piazza
Dauphine lasciandomi portare dai cani, torno indietro e mi metto in coda davanti alla bottega del
fornaio, il luogo pi affollato dellintero quartiere.
La fila  lunga e la bottega chiusa, ci vuole pazienza. Ma quando laria  ancora fresca la
pazienza non fa difetto. E fra starmene qua o sola in casa
Sola, s, ma non ho perso la speranza di rivederla presto, la mia Babichette.  riuscita a
scampare la Bastiglia sotto il regno di Luigi, a sfuggire allarresto dopo la lite con gli attori della
Comdie, possibile che non ce la faccia ora, sotto la sua Repubblica?
La fila ormai va da una parte allaltra della strada, un fiume di donne in cuffie bianche o
fazzoletti scuri, la mano stretta, per tenere il turno, alla corda che parte dal batacchio del forno.
Tengo il mio posto e me ne sto tranquilla, i cani al fianco, nella tasca del grembiule la carta
giusta, quella che indica lesatta quantit di pane a cui ho diritto. Sto molto attenta a non sbagliare, con
queste carte che si moltiplicano di giorno in giorno non ci si raccapezza pi, e quella per il pane e
quella per la carne e la carta di sicurezza e quella di fede civica Gli scrivani hanno un gran daffare in
sezione.
Povero governo, ragiona intanto a voce alta la mia vicina di cordata. Costretto a vedere tutto,
fa sgranando gli occhi che le diventano pi tondi delle ruote di una diligenza, quante famiglie ci sono
in una strada e quante persone in una famiglia e quanto pane mangia ogni persona Deve vedere
tutto per regolare i prezzi e, assieme ai prezzi, la quantit e, dopo la quantit, anche lora e il metodo
delle compere. E lultimo fatto risulta dal primo e il primo  inevitabile quanto la Rivoluzione: bisogna
regolare il prezzo del pane se si vuole sfamare Parigi e la Francia intera.
Ci sfama, come no, romba la voce di un donnone sopra la mia testa, ma  acido, santa Maria
se  acido. Ha perso lanima, il pane del governo, brontola unaltra. Il tuo zelo patriottico non
riesce a digerirlo?, sghignazza il donnone.
Sento un alito umido sul collo e un petto imbustato che preme contro la mia schiena.
Ordine, tenete lordine, grida il fornaio aprendo finalmente bottega, oggi ce n per tutte.
La fila si ricompatta e allimprovviso si serra in uno strusciar di ciabatte.
I cani, allarmati, minterrogano con un ringhio. Buoni, dico, buoni, non vogliamo perdere il
posto proprio adesso!
Ma il sole comincia a battere, le donne a lamentarsi e le mie ginocchia a cedere.
Si avanza a rilento, il tempo passa e la fila non si assottiglia.
Il sole sta diventando cattivo, brucia in un cielo di bronzo e le mie spalle scottano sotto il fisci.
Tenete lordine, torna a gridare il fornaio. Pi grida e pi le donne si spingono, si accalcano,
fanno massa. Soffoco tra braccia che sincrociano, sottane che si accavallano. Il fornaio impreca mentre
i suoi garzoni si schierano a difesa della botte ga. Uno strappo mi ferisce il palmo. La corda si rompe.
Una mano furiosa la raccoglie e la butta nel canale di scolo in mezzo alla strada. Il generale corre a
fiutarla e Montesquieu approfitta della mia distrazione per ficcare il naso sotto la coda di una cagnetta,
che si rivolta e gli mostra i denti.
Non so che fare, se tornarmene a casa rinunciando al pane o entrare anchio di forza e prendere
quello che mi spetta.
Conquisto aria a gomitate, richiamo i cani e nel frattempo mi asciugo il sudore dietro le
orecchie. Dallestremit opposta della via compaiono le Guardie Nazionali. E io ancora non so
decidermi.
Olympe
La mia finestra da sul corpo di guardia. Chi va l? Brigadiere!
Pattuglia! Il grido delle sentinelle mi tiene compagnia. Lass il cielo, nascosto da un gran
tappeto di nuvole, schiuma una luce nera. Chi va l? Pattuglia! Il grido entra nel sonno. Apro gli occhi.
La luce nera  sempre lass. Mi volto sul fianco e mi riaddormento.
Presto o tardi le notizie arrivano anche allinterno del carcere.
Questa  volata di bocca in bocca con spaventosa celerit: Robespierre  stato eletto presidente
della Convenzione. Carica che si somma a quella di membro del Comitato di Salute Pubblica.
Fra mille pensieri confusi, uno mi si presenta subito chiaro: fin dal trentun maggio la Montagna
trionfante non conosceva ostacoli alla Convenzione, ora  successo qualcosa di diverso e pi grave, ora
il trionfo non  della Montagna, bens del solo Robespierre e della sua cricca. Un demagogo senza
genio e senza anima  diventato il personaggio pi importante della Repubblica.
Ho nuovamente una compagna di cella.
Avrei preferito mantenere il lusso della solitudine che, almeno, non mi porta troppo lontano da
me stessa e non mi costringe a misurare i discorsi. Ma le carceri di Parigi sono pi affollate di una
bottega del Palais-Royal e la mia cella  abba stanza grande da contenere un secondo letto, motivo per
cui mi sono ritrovata a dividerla con Madeleine-Francoise-Josphine Rabec de Kolly. Una ricca
signora, figlia del direttore della Compagnia delle Indie e moglie di un esattore generale, a sua volta
ricco come pu esserlo un esattore.
Ma la ricchezza non le giover granch, temo.
La signora de Kolly ha gi subito il suo processo e da molti mesi il tribunale ha emesso la
sentenza che la condanna a morte, anche se la pena  stata sospesa per qualche tempo:
Madeleine porta in grembo un figlio e sar questo figlio, nascendo, a rendere esecutiva la
condanna a morte della madre.
Dio mio, come si  fatta opprimente la cella e laria greve, langoscia palpabile.
 faticosa la convivenza con questa donna ossessionata dalla propria sorte, che di notte grida
nel sonno e di giorno singinocchia a leggere la preghiera degli agonizzanti nel suo libro dore, quindi
torna a stendersi sul pagliericcio, la mano abbandonata sulla coperta, gli occhi fissi sul ventre che
cresce, cresce.
Mancano due mesi al parto.
Eppure, a dispetto della sua attuale miseria, la signora de Kolly conserva un modo imperioso di
sollevare il capo, come fosse sempre sul punto di chiamare una cameriera o un cavalier servente. Ha
narici larghe, che palpitano di affanno. La sua agitazione si calma soltanto con loppio nascosto nei
bottoni della veste. La guardo mentre cerca sollievo con mani tremanti e mi torna nel cuore Rosalie,
quella nostra confidenza troncata brutalmente, quel rapido precipitare dalla dolcezza di unaffezione al
dolore di un distacco forzato.
Ho paura che sar sempre cos, dora in avanti. Trasferimenti ingiustificati. E a ogni
trasferimento altre celle, altre compagne. In ogni caso, ho deciso che mai, mai pi ci saranno altre
confidenze.
Ma, dopo questa decisione, ho scoperto che non esiste di stanza o riserbo sufficiente a evitare i
segreti di una compagna di cella.
Passata la prima notte, gi so che Madeleine de Kolly ha perso sul palco della ghigliottina il
marito, e non solo lui. Sullo stesso palco, nello stesso giorno,  salito qualcun altro, a lei forse pi caro:
un giovane nato a Costantinopoli, amico e intendente del consorte e, soprattutto, padre naturale di quel
figlio che le duole in seno. Un segreto che non  pi un segreto, dopo il processo.
Il giorno segue alla notte e io ascolto lei e lei ascolta me, ma non andiamo oltre. Nessuna delle
due ha lanimo che occorre per concedersi una maggiore intimit. A lei restano due mesi, e a me?
Non per questo, tuttavia, le negher la mia compassione.
Mi sono offerta di scrivere le sue lettere, dato che non  in grado di stare a lungo n in piedi n
seduta, ogni movimento la stanca e la dieta del carcere, fagioli e aringhe affumicate, non giova a
migliorarle la salute.
Vuol dire che, invece di dettare i miei lavori, questa volta sar io a provare i tormenti di chi
scrive sotto dettatura.
A fatica ho ritrovato il mio spirito, ma invano cerco di strappare un sorriso alle sue labbra
serrate con ferocia.
Cara cugina
La cugina vive a Lione e ha adottato il pi piccolo dei suoi tre figli. A lei la signora de Kolly
spiega, pesando le parole, tornando indietro a pi riprese e rendendo difficile la mia scrittura, che  per
i figli, esclusivamente per loro, che ha cercato di prolungare unesistenza tanto crudele e rivelato una
gravidanza che non avrebbe dovuto rivelare mai.
Sta scendendo la sera e le zanzare infestano la nostra cella, volano cieche contro il muro e si
trasformano in sottili lacrime di sangue.
Sentite? Con composta gravit, la figlia del direttore del la Compagnia delle Indie, la moglie
del ricco esattore, lamante sfortunata del giovane turco, alza stancamente la mano a indicare una
parete. Lovale del suo viso galleggia, livido e sperduto, nelle prime ombre del crepuscolo. Sentite?
Porgo lorecchio ai suoni che vengono dalla cella di fianco alla nostra.
Tutto un mondo sembra essersi riunito l dentro. Esclamazioni.
Richiami. Voci di donne frammiste alla voce di un uomo.
Unallegrezza strana da scoprire in questo luogo. Rumore di cucchiai che grattano la scodella.
Sono le inquiline del bordello di place de Grve che banchettano. Stamani sono uscite sotto scorta
perch un giudice doveva mettere i sigilli alle loro stanze e perci era necessario che fossero presenti.
Le ho viste rientrare poco fa, accompagnate dal giudice in persona, che evidentemente si  fermato a
cenare in loro compagnia.
Un uomo nellala femminile?
 un giudice. Giudici e avvocati hanno libero accesso.
Una risata sensuale, di gola, si fa largo pian piano, attraversa il muro, si adagia sui nostri letti e
mi carezza il cuore.
Qualcuno che ride, una consolazione.
Ma la signora de Kolly sindigna: Ci hanno messo accanto a delle sciagurate!
Ahi, Madeleine! Dondolo la testa, stringo le labbra, mi rimprovero daver dimenticato quanto,
per le ricche dame della societ, lonore dipenda dalle gonne che le altre devono alzare.
Perch disprezzarle? dissento a mezza voce, stornando lo sguardo. Mi imbarazza vedere la
brutta espressione di disgusto che incrina lovale del suo viso.
Dio mio, penso, com facile, per una donna, odiare le donne e la loro fragilit.
Madeleine
Mi hai voluto punire e mi hai ben punito, Signore Iddio.
Farmi finire cos, confusa tra donne ignobili, costretta ad ascoltare le loro risate e i loro discorsi!
Che cosa ho fatto per meritare un simile supplizio?
Posso sopportare qualsiasi cosa, le pulci, la nausea, il puzzo dellaringa e il secchio degli
escrementi che non viene vuotato pi di una volta al giorno da una vecchia con un grembiale fetido,
lorlo zuppo dei liquami di tutto il carcere. Posso sopportare perfino la duplice attesa di una nascita e di
una morte, qualsiasi cosa, ma non questa vicinanza che mi agita il polso e mi corrompe i sensi.
Ridono. E a me manca laria, cerco il respiro mentre la signora de Gouges mi strofina le tempie
con lultima goccia della sua acqua di Colonia.  generosa, per quanto di fede repubblicana.
Sentite? mi sollevo sul letto respingendo la sua mano. Sentite?
Le inquiline di place de Grve mi perseguitano. Si sono calmate, mormora la mia compagna,
ma io continuo a sentirle.
Voci sgraziate, volgari, incivili. Entrano da ogni dove, dalle fessure della porta, dalle crepe del
muro, dal taglio degli angoli, balenano dentro ogni soffio di luce, esplodono in ogni folata daria. Non
c riparo. Maledetta Parigi! La citt dove tutto  superiore, diceva mio marito, la vita, larte, il
commercio e il divertimento. A me  sempre parsa una citt di voci rabbiose.
Perfino nella nostra casa, perfino nelle nostre stanze pi segrete ci inseguivano le grida e gli
applausi degli Amici del popolo.
Il loro club confinava con il nostro giardino e tutte le sere, quando le sedute si animavano, io
udivo il furore sanguinoso di quelle voci che arrivava a lambire la soglia della mia camera da letto.
Una citt regicida. Lho capito fin dal primo momento in cui vi ho messo piede.
Ero abituata a uno spettacolo ben diverso, ai colori, ai suoni della natura. Non il chiasso dei
caff, ma il grande fiato delle maree di Saint-Malo, il precipitare delle onde, il vento che si spezza tra i
flutti erano i compagni delle mie giornate. Sono nata davanti alle acque del golfo e per istinto amo ci
che  semplice e grandioso. Anche il mio primo marito era un uomo semplice, un negoziante, e se non
fossi rimasta vedova a ventanni la semplicit sarebbe stata la mia regola di vita. Le cose sono andate
diversamente, Signore Iddio, lhai voluto tu.
Che ho fatto, io, se non ubbidire alla tua volont e a quella di mio padre, che desiderava riparare
le mie ferite e credeva che lunico modo fosse un secondo matrimonio. Con un uomo che aveva i suoi
stessi anni ma il doppio dei suoi beni, peraltro gi notevoli.
Per ubbidienza mi sono piegata, andando contro le mie naturali propensioni.
Ma Pierre-Paul de Kolly, tu lo sai, Signore Iddio, era unanima nobile e n allora n poi ha
preteso pi di quanto gli potessi dare. E io ho fatto il mio dovere e lho seguito a Parigi.
Lusso, ricchezze, teatro, balli Non siete felice?, mi chiedeva.
I balli erano un patimento con quelle pettinature alte un piede in bilico sulla testa e la polvere e
la pomata a libbre che alla fine mi colava sulle spalle. E al mio cuore mancava un trasporto.
Uno slancio.
Fino a quando lui stesso non mi present il suo nuovo intendente, il bel Regnault che veniva da
Costantinopoli e mi consolava con la sua sola presenza.
Del resto, in quale altro modo una donna pu consolarsi dei mali della vita? In questo stesso
modo si era consolata mia madre, Signore Iddio.
E allora perch mi vuoi punire? Con queste voci che si alzano sguaiate, si accavallano,
sinseguono e non si stancano mai. Le risate battono contro le pareti. Provo a gridare: fate silenzio!
Ma la mia lingua  gonfia, mingombra il palato. Annaspo aggrappandomi al braccio della
signora de Gouges, le affido la mia debolezza e lei mi tiene alta la testa, mi slaccia il corpetto. Devo
respirare. Ho un dovere, s, da portare a termine.
Un compito. Far crescere la mia pancia e guidare il bambino, condurlo al giorno della sua
nascita.  per questo che mi si lascia sulla terra. Io sono la conchiglia fedele, che verr svuotata e
spezzata.
Mi lasceranno qualche minuto per guardarlo sgambettare quando sar nato? Il tempo di sentirlo
piangere, non chiedo di pi. E chi verr dopo di me a cullare il pianto di mio figlio?
Una nutrice giacobina?
Io non la volevo questa duplice attesa. Una nascita, una morte.  stato mio marito,  stato lui, il
signor de Kolly, a insistere, a supplicarmi di dichiarare il mio stato, di cercare la salvezza anche a costo
della reputazione. Nove mesi di vita e nel frattempo la Repubblica pu crollare, ben pi velocemente di
quanto  crollato il regno, diceva per convincermi.
Gli ho ubbidito. Non dovevo ubbidirgli, Signore Iddio?
Maledetta Parigi! Il luogo dove tutto  superiore Dove le donne si mostrano nude alle finestre
e gli uomini cercano la compagnia delle negre portate dalle Indie Occidentali.
Il buio inghiotte pezzo a pezzo la nostra cella. Il suono di un acciarino. La fiamma di una
candela. Il viso della signora de Gouges mi ricompare di fianco, il suo lungo collo si piega verso di me
con un movimento elegante. Tutti i suoi movimenti sono aggraziati, nonostante la statura.
Perch disprezzarle?
La carit trema nella sua gola. Ha buon cuore, per quanto repubblicana. Una repubblicana assai
singolare, se  vero quel che dicono, che si era offerta di difendere il re al processo.
Nientemeno! Una donna per difensore, povero Luigi. Non ha il senso dello scandalo, questa de
Gouges. In fin dei conti, non  che una donna di teatro dalle maniere raffinate. Ma le maniere raffinate,
in queste donne, mascherano spesso una morale imperfetta. Se non fosse cos, con che coraggio
potrebbe dire certe assurdit?
Non sono loro a corrompere i costumi
Che ne sa, lei? Le conosce, forse? Conosce lanimo doppio delle commercianti di Citer?
Creature votate al tradimento e allinganno.
Ma sono troppo stanca per discutere e raccontare come una di loro ha ingannato anche me,
ingannando il signor de Kolly. Lo ha abbindolato, lo ha tradito e ha consegnato tutti noi, anche il mio
intendente dai begli occhi turchi, al tribunale di FouquierTinville.
Eppure era con lei che mio marito prendeva i suoi piaceri.
E forse qualche volta s, ogni tanto i begli occhi del mio amico si facevano distratti, lontani,
chiss dove migravano.
Ma che mimporta del piacere che gli uomini si prendono con una donna indegna? Con
disgraziate come quelle che ridono dietro la parete della nostra cella? Ridono e scherzano e alzano la
gonna. E questa pazza che insiste: non sono le donne pubbliche a corrompere i costumi Chi, allora?
Chi, vorrei sapere.
Alexandrine
Signore, gli dico, siete stato fin troppo cortese a riaccompagnarci in carrozza.
E lui: Le guardie camminano a passo di marcia, signorina.
Non posso permettere che facciano stancare i vostri teneri piedini con quelle deliziose fossette
che ricordo, oh s, ricordo perfettamente.
Signore, gli dico, sono lusingata. Voi, un giudice, un funzionario della Repubblica, un uomo di
tanto rispetto, vi ricordate di me.
E lui: Signorina, ununica volta ho avuto il piacere di frequentarvi, ma vi assicuro che conservo
un ricordo molto preciso della vostra bont.
Ssst, voialtre, dico, fate piano e smettetela di ridere. Il signore ci prender per stupide. E poi ci
sono delle dame nella cella accanto.
Dame?, fa lui.
E io: S, due dame. Una non lho mai vista, ma laltra! Pensate che mi sono lamentata della mia
emicrania mentre passeggiavamo nella corte, lei mi ha sentito, si  fermata e mi ha offerto una presa
dalla sua tabacchiera, un gingillo grazioso con un dipinto sul coperchio. Io lho ringraziata, non volevo
profittare, ma lei ha insistito e ne ho dovuto prendere un pizzico.
Il mal di testa non  sparito, ma la sua gentilezza merita pi del mio grazie.
Davvero molto premurosa. Come si chiama questa gentildonna?, mi fa.
De Gouges, gli dico.
E lui: Signorina, la de Gouges non  una dama, ma una svergognata. Via! Una dama! A quanto
dicono ha perfino il suo bidet personale, come certe vostre colleghe, se mi permettete, di place de
Grve. Si  mai vista una dama con un bidet personale? O che fa il pediluvio mattina e sera? Mangiate,
mangiate, signorina, e non state a preoccuparvi della de Gouges o delle vostre amiche, che mi
piacciono quando ridono.
E io: Perdonate se ve lo chiedo, signore. Ma ununica volta.
.. Non mi state adulando? Sul serio vi ricordate di me?
E lui: Ho dei buoni motivi per ricordarmene, motivi un po dovreste capirlo da sola, un po
particolari.
E io: Qualcosa che vi ha colpito, signore?
Colpito  la parola giusta, mi fa, sapevo che avreste compreso.
La mia frusta di seta nera, signore?
E lui: Che cosa, altrimenti? La frusta di seta nera che esulta, perfida e delicata, nelle vostre belle
manine. Forse un po troppo delicata, se ci tenete alla verit. Con lo scudiscio da cocchiere che ho
comprato al Trait Galant, la bottega pi fornita di Parigi, potete credermi, con quella correggia di cuoio
brillante, con quella s che sareste una meraviglia.
Signore, gli dico,  un peccato che non vi abbia visto pi spesso a place de Grve.
Signorina, mi dice, purtroppo i miei impegni. I tribunali sono subissati di lavoro, in questo
periodo.
Signore, gli dico, mi sembra per che vogliate rifarvi del tempo perduto.
E lui: Non siate impertinente, signorina. Ricordatevi che qui non avete la frusta. E che io ho il
vostro fascicolo e quello delle vostre amiche.
Oh, signore, gli dico, com crudele da parte vostra rammentarlo.
Signorina, mi dice,  da voi che mi aspetto una dolce crudelt.
Signore, gli dico, lo vedete anche voi, queste briccone non ci lasciano in pace.
Perch dovrebbero?, mi fa. In place de Grve pagavo perch non ci lasciassero in pace.
E qui, gli dico, qui non pagherete?
Cara signorina, mi dice, sapeste quanti fascicoli si perdono in questa confusione!
Ho capito.  pi che giusto. Mi fido di voi, signore.
E allora perch non vi avvicinate?
Signore, gli dico, vorreste farmi intendere che siete pronto a giocare a birib?
Qua, signorina, giudicate voi.
Oh, signore!, gli dico.
E lui: Vi siete spaventata?
Se avessi una sferza, non mi spaventerei.
E lui: Allora vi siete spaventata.
Quelle che si spaventano facilmente, gli dico, facilmente si rassicurano.
Che lingua snodata, signorina!
 il mio polso, gli dico, che  snodato. Flessibile e vigoroso come un nerbo di bue, ve ne siete
accorto? E le unghie
Graffiano, mi dice, s, graffiano.
E tagliano. E scavano. E bruciano, gli dico.
E simbrattano di sangue, mi dice.
E io: Di sangue, se volete.
Ah! Signorina!, mi dice.
Settembre 1793
Hyacinthe
e se qualcuno me lo chiedesse, no, non saprei cosa rispondergli.
Sono contenta o disperata? Un po delluno e un po dellaltro, travolta come mi sento da un
avvicendarsi di emozioni, da unaltalena di stati danimo che non si arresta e oscilla senza tregua: una
condanna.
Ma poi mi dico che  la vita ad avere un risvolto doppio, sono gli avvenimenti, i fatti, a essere
confusi, non io.
Ecco qua: ad agosto, eravamo tornati da poco a Parigi, quando veniamo a sapere che la colonna
di Pierre, a Tours, era stata sorpresa dai ribelli, sconfitta e massacrata. Rabbrividendo, ho nascosto il
mio viso contro la sua spalla, bench non fossimo soli. Una notizia terribile. Ma lui era con me. Al
riparo dai mali della guerra. Di fronte a questo miracolo poco importavano le beghe con
lamministratore, le lettere anonime, perfino la perdita dellincarico cambiava segno e diventava quasi
una benevolenza del destino.
Era salvo e la contentezza mi si fondeva in bocca.
S, io ero contenta. Ma quando guardavo Pierre lo vedevo umiliato, avvilito come un negro che
aspetti dessere venduto sulla piazza del mercato di Santo Domingo (ah, potr mai dimenticare i
racconti impressionanti della signora de Guillebon?).
Finch un giorno il generale Ronsin, che si  schierato con la fazione degli ultrarivoluzionari ed
 perci pi arrabbiato di un giacobino e forse dello stesso Robespierre, prende le sue difese e, in
pubblico, lo definisce patriota ardente e vero repubblicano.
Sul momento ho ringraziato il cielo e, per la soddisfazione di veder riconosciute le sue ragioni,
ho accettato anche un invito a cena, il primo dal nostro rientro.
Poi le cose vanno una di seguito allaltra: Ronsin riabilita Pierre, Pierre viene reintegrato,
prende di nuovo servizio e viene spedito allarmata del Reno. Al fronte. Pi lontano da me di quanto lo
sia mai stato. Posso rallegrarmi? Gli uomini lasciano le famiglie per andare al macello e in citt si
canta, si balla e si inneggia alla guerra e al valor militare. Ragazzi di quindici anni che riescono a
malapena a reggere un fucile, gi si credono altrettanti Cesari. E io dovrei ballare in questaria di
bufera?
Pierre parte dunque per il fronte e, appena lui  partito,
Anacharsis si ammala.
Povero bambino mio, non  abituato allacqua della Senna.
Spessa, melmosa. Troppo pesante per il suo stomaco avvezzo ad acque pi leggere. Fa
ammalare di dissenteria certi omacci robusti che vengono dalla campagna, figuriamoci un bambino.
Filtrala con la sabbia, ho ordinato a Mignonne, una camerierina scovata non so dove da mia
madre. Non  stato difficile trovarla, in realt, perch ormai a Parigi i servitori si affittano, come le
carrozze. Mia madre me lha messa davanti e io ho detto: sta bene. Ma lho detto per rassegnazione.
Mignonne  graziosa, piena di buona volont e va daccordo con i bambini che appena hanno capito il
suo temperamento remissivo, pronto a farsi tiranneggiare, si sono affezionati, ma  una camerierina di
citt, abituata a infilare le pantofole alla sua signora e a poco altro, non  avveduta come Pauline. Con
lei mi sarei sentita molto pi tranquilla.
Adesso sto esagerando, anche Mignonne ha i suoi pregi e le preoccupazioni mi rendono
ingiusta.  brutto vivere in questo modo, in unansia che non conosce soste. A un certo punto vien
voglia di arrendersi, il cuore si ferma e non batte pi n per lamore n per la paura.
Che cosa orribile, un cuore che si ferma e tu che continui a vivere!
Ma basta una novit positiva perch di nuovo laltalena dei miei sentimenti si rimetta in moto.
Questa volta la buona notizia  che lamministratore del carcere mi ha rilasciato il permesso:
posso far visita a Olympe, finalmente.
Non la vedo dai tempi di Tours, cio da luglio: neanche due mesi e mi sembra che sia passata
una vita intera. La sola idea di sentire la sua voce mi commuove. Eppure incontrarla nel luogo della sua
costrizione, lei che vive con un piede sempre in strada, che non sopporta il chiuso, nemmeno quello
della vita domestica Il carcere  innaturale per lei pi che per qualsiasi altra donna.
Incontrarla l dentro, prigioniera di venti porte di ferro, mi fa spavento.
Mi sono organizzata bene e per tempo.
Ho portato Jean-Hlie, che pi cresce e pi diventa vivace, da mia madre. Gli ho messo il suo
cappelletto di paglia e, per farlo stare buono, ho promesso di passare per il Louvre, al ritorno, e di
comprargli, se li trovo, quei dolci con figure che vendono sotto il padiglione Froid-Manteau. Ho fatto
male a prometterlo, anche Jean-Hlie ha sofferto per via dellacqua e non si  ancora ristabilito del
tutto, ma qualcosa dovevo pur offrirgli in cambio della sua docilit.
Un bacio, una carezza e sono fuori, diretta alla PetiteForce, ben camuffata sotto il mantello
preso a prestito da Mignonne, il cappuccio rialzato sulla testa nonostante il caldo, il lembo raccolto nel
pugno chiuso, stretto contro il cuore che rimbomba nel petto.  la prima volta che mi spingo a piedi e
da sola, senza neppure la scorta di una domestica, cos lontano da casa. E non si tratta di una
passeggiata. Non  come a Tours, con Olympe al mio fianco e Justine che ci insegue bran dendo il
parasole giallo che, sotto gli olmi, dava pi fastidio che ristoro.
Sono sola e cammino tra effluvi di cipolle arrostite, per vicoli che si restringono come fenditure,
tra case che mordono il cielo con la loro altezza. Ma camminando scopro distinto una disinvoltura, un
ritmo sciolto che giaceva sopito dentro di me, mi basta seguirlo per muovermi con agilit. I miei occhi
da gufo notturno guardano curiosi, affamati, vogliono vedere tutto quello che dalle carrozze non  dato
vedere: un moccioso che raccoglie a mani nude lo sterco per ingrassare gli orti, un soldato che ne ha
bevuti due di troppo e vomita appoggiato a un muretto, un giudice di pace che avanza tra la folla
aprendosi il varco con il suo corto bastone bianco. Cammino come non ho camminato mai, spingendo
quelli che mi si parano davanti e spinta, a mia volta, da gente che mi avrebbe fatto largo se fossi uscita
con il mio bel vestito da signora invece che con il mantello di una serva.
Un tanghero sopraggiunge da dietro e mi urta, per poco non mi fa cadere. Immediatamente
sento la voce di mia madre che avverte:  cos che i ladri usano indicare le loro vittime, segnandole
sulla schiena con il gesso o con uno sputo. Per un attimo, ma solo per un attimo, penso di fermarmi a
controllare.
Via, mi rimprovero, non succeder niente. Mi rassetto il cappuccio intorno al viso, stringo lorlo
con maggior decisione dentro il pugno e proseguo, mentre una nuova titubanza modera il mio passo.
Ma non  pi il timore della strada, non  questo che mi turba.  che non so come Olympe
accoglier la mia proposta.
La nostra proposta, dovrei dire.
Non vado da lei a mani vuote.
Suo cognato, il bravo dottor Reynard, come lo chiama Justine,  tornato apposta dalla campagna
per cercare di aprirle in qualche modo uno spiraglio di salvezza. Gi entrare a Parigi non gli  stato
facile. Le porte erano chiuse, ma dopo vari tentativi, rischiando pi volte di farsi arrestare alla barriera
dalle pattuglie miste di borghesi e soldati,  riuscito a passare dalla porta di Vaugirard. Quindi si 
messo in contatto con un suo collega che dirige una casa di cura e, successivamente, con un certo
Delainville, che  un avvocato dufficio, ma ben accetto al Tribunale Rivoluzionario. Un avvoltoio, uno
strozzino, non c dubbio, per in grado di ottenere il trasferimento di Olympe nella casa di cura della
cittadina Mahaye, diretta, per lappunto, dallamico di Reynard.
Uscire di galera e forse, chiss, farsi dimenticare
Non le porto la salvezza, ma una speranza molto concreta, molto vicina. Eppure non so
immaginarmi la sua reazione.
Cos cammino e prego: Dio mio fa che accetti, fa che non scelga il martirio il martirio,
purch il mondo sappia che Olympe de Gouges, una donna, non manca di carattere no, non pu
farmi questo. Deve lasciar perdere Tronson-Ducondray.
Perch ostinarsi a tenere come difensore un avvocato che non si  mai presentato a un
colloquio, nemmeno una volta?
Con ci non voglio insinuare che sia un cattivo avvocato o un vigliacco. A suo tempo, ebbe il
coraggio di offrirsi per difendere il re ed  per questo motivo, per questa consonanza di opinioni, che lei
lha scelto. Olympe ha sempre temuto la morte del re. Ricordo che diceva: io sono repubblicana e credo
Luigi colpevole come re, ma, spogliato del suo titolo, egli cessa di essere colpevole agli occhi della
Repubblica. Tanto pi, aggiungeva, che non  sufficiente far cadere la testa di un re per ucciderlo: un re
muore veramente quando sopravvive alla sua caduta. Un argomento che comprendo, non sono una
sciocca.
Anche mio padre, del resto, sostiene una cosa del genere quando afferma che gli inglesi si sono
disonorati con il supplizio di Carlo I mentre i Romani hanno raggiunto una fama immortale esiliando
Tarquinio. Perci capisco. Ma la scelta dellavvocato  troppo importante, decisiva E Tronson non
pu aiutarla. Non  in condizione di aiutare nessuno. Quel povero generale, quel Philippe Custine che
hanno declassato senza batter ciglio da eroe dellindipendenza americana a traditore, lha difeso lui. E
il risultato labbiamo visto. Meglio lasciar perdere Tronson, che non ha le relazioni giuste, e affidare
tutto al cittadino Delainville.
Un primo passo verso la salvezza, pu dirmi di no?
Una crosta allangolo della bocca  la traccia pi evidente della febbre che lha spossata. Il
seno, che non ha mai avuto molto florido, ormai le sparisce del tutto dentro il corpino.
Provo un forte bisogno di toccarla, di sentire il calore vivo della sua pelle. Le prendo la mano e
lei preme il suo palmo contro il mio. Un gesto buono, di affettuoso ringraziamento, ma lo sguardo
esprime qualcosa di pi sottile, che non riesco ad afferrare. Forse una stanca indulgenza: per me, per i
miei sforzi, per il mondo intero. Unincredulit scettica. Un distacco che non le conoscevo.
Il direttore  un amico di Reynard, insisto, di vostro cognato.
Lei sospira, temporeggia.
Va bene, proviamo, decide alla fine e ritrova in un colpo il suo tono spiccio. Le spese?, chiede.
Perch una tale sistemazione comporta di certo molte spese.
Gliele elenco; lonorario di Delainville, lanticipo alla casa di cura Prezzi esagerati. Enormi.
Ma contrattare, naturalmente,  fuori questione.
Assorta, si concentra grattando con ununghia il bordo del tavolo, fa i suoi calcoli: per
lavvocato,  sufficiente il denaro in deposito presso lo studio del notaio Perrouteau, in rue Montmartre.
Quanto al resto, Justine  stata pi volte al Monte di Piet. Sa quello che deve fare.
Allimprovviso si rianima, negli occhi ha un lampo di interesse:
Che tipo  questo Delainville?
Cerco dentro di me una leggerezza capace di trattenere quel lampo che restituisce al suo viso
lantica vitalit. Povere noi, rispondo con una mimica che vorrebbe essere buffa, non ha una fisionomia
molto attraente, luomo della speranza. Pelle smorta. Capelli smorti. Un aspetto polveroso, da uccello
impagliato, con le ali secche come spiedi.
Lei ride e, mentre ride, la ferita allangolo della bocca le si arrossa di sangue.
Justine
Non le conto pi le volte che sono entrata al Monte di Piet. Venti, trenta? Dovrei averci fatto
labitudine. Mi  fin troppo familiare questa luce da lazzaretto e ogni singola mattonella di questatrio e
ogni scheggia dei finestroni chiusi in estate e in inverno per non far passare le grida dei venditori di rue
Blancs-Manteaux.
Sulla scalinata che porta ai botteghini, la solita folla che sale a mani piene e scende a mani
vuote. La solita calca davanti al banco dei pegni. Mi siedo in punta a una pancaccia poggiata contro il
muro. Una ragazza con un fagotto sulle ginocchia raccoglie la gonna e si stringe per farmi posto.
Mentre riprendo fiato e controllo senza parere che la tasca interna del grembiale dove ho ficcato
lorologio di Olympe sia sempre bella gonfia, ruoto unocchiata attorno.
Eh s, la conosco a menadito questa sala che si stende lunga, vasta e desolata. Meglio per
questa desolazione di quelle stanzucce che frequentavo un tempo, con il crocifisso nero sulla
tappezzeria sudicia. Meglio il Monte dellusuraio. Se non altro, il denaro degli interessi va agli ospedali
e torna, in un certo senso, alla povera gente. Non serve a comprare galloni dorati e calessini per chi
singrassa sulle disgrazie altrui. Lho detto e lo ripeto: non sono amici del popolo quei signori deputati
che chiedono di sopprimere il Monte. Per farci tornare nelle stanzucce di piazza Maubert?, begli amici!
Butto un sospiro che cade nel silenzio.
In questo luogo si parla solo a comando, ahim. Come nelle chiese.  logico, alla bottega del
fornaio tutti litigano per ch spendono del loro e si sentono in diritto di questionare, al Monte di Piet la
gente cala il cappuccio sulla fronte e cerca il silenzio. Nessuno alza la voce, nemmeno per contrattare.
Del resto, che vuoi contrattare quando sei l che impegni un cucchiaio, come quel tipo dal mento
rincagnato e locchio ballerino?
Eh, sei ridotto proprio male, vecchio mio! Peggio della mia vicina, che non si azzarda a posare
per terra il suo fagotto e lo sposta da un ginocchio allaltro e, intanto, dalle cocche allentate va
perdendo orlature di lenzuola.
Mah! Non tutti hanno la mia fortuna. Non tutti possono portare al Monte i regali del signor
Jacques.
Tasto il rigonfio allinterno del grembiule. Le mie dita seguono con piacere gli angoli stondati:
un bellorologio doro con la cassa lavorata, il quadrante limpido Eravamo appena arrivate a Parigi:
il primo dei suoi regali.
Generoso, chi dice di no?
Pi conveniente di un marito.
E guarda poi com andata a finire!, davanti a un giudice di pace. Se fosse stato sincero, se
avesse confessato alla mia Babichette: sono pieno di debiti, lamministrazione mi ha levato il
monopolio dei trasporti militari, dora in avanti non potr pagare le tue rendite, non sarebbe successo
tutto quel putiferio. Invece che fa? Come se niente fosse, smette di versare il dovuto e alle nostre
proteste, voil, miracolo, esibisce delle ricevute di quietanza. False.
Unidea del notaio, ci giurerei, era troppo rispettoso il signor Jacques, ma il notaio, che era lo
stesso di Olympe, forse pensava di poter favorire luno senza che laltra se ne accorgesse.
Anche perch lei, benedetta!, non faceva che negoziare e rinegoziare le sue rendite, le vendeva,
le riscattava e le rivendeva a questo e a questaltro, e allora forse, chiss, il notaio e il signor Jacques
speravano che si confondesse fra una transazione e laltra.
Invece sono finiti in giudizio.
E lei dapprima ha pianto e poi gli ha chiesto quarantamila franchi di indennizzo.
Be, s, laveva fatta grossa. Quietanze false! Una furfanteria.
Ma si trattava pur sempre del signor Jacques, la mia Babichette non voleva rovinarlo, che
diamine. A gennaio si sono accordati. Per diciottomilaseicento franchi. Tremila sono finiti direttamente
nelle tasche degli stampatori, tremila un po da una parte e un po dallaltra per saldare vari debiti, poi
la casa del fondo Figuier il tempo di andare dalla mano alla bocca svaniti! Cos, quando bussa alla
porta questo avvocato, questo Delainville con il codino polveroso sulla giacca nera, che altro posso fare
se non scegliere fra i regali del signor Jacques, fra quei pochi che ci sono avanzati, e camminare fino a
rue Blancs-Manteaux? La piccola signora poteva risparmiarselo, il fiato. Fa questo, fa quello, tutta
affannata a darmi istruzioni con quei due marmocchi che le scalpitavano ai fianchi. Signora mia, ho
protestato, lo so da me cosa devo fare, non  mica la prima volta. No davvero.
Luomo dietro il banco invece  nuovo, mai visto in precedenza.
Ha un modo di afferrare le cose, di avvicinarle Afferra anche il mio pacchetto. Apre,
controlla, valuta. Ci gronda sopra a mo di salice piangente e lo fa sparire. Quindi mi allunga una
polizza grigia e mi conta, una moneta sullaltra, centodue franchi.
Metto in salvo carta e denaro facendoli sparire a mia volta dentro il grembiale, e gli volto le
spalle.
Salute, cittadino. Appena le cose si aggiusteranno lo riavr indietro, sta sicuro, il nostro
bellissimo, prezioso orologio. Da solo ha fruttato quanto serve per lanticipo alla casa di cura che costa
molto, molto cara  inevitabile, daltronde: pi di quattrocento franchi al mese. Dove li prenderemo,
santa pazienza?
Ma di questo ora non voglio preoccuparmi, un passo alla volta. Intanto il denaro che ci occorre
per il suo trasferimento  qua, nella mia tasca. Labbiamo finita con il carcere duro, con le visite
contate. Non  la libert ma qualcosa che le assomiglia, come va ripetendo la piccola signora, che  pi
giudiziosa di quanto mi sembrasse allinizio.
Per quattrocento franchi! Una fortuna.
Basta, non  il caso di angustiarsi. Il denaro riesce sempre a inventarselo, la mia Babichette. Il
trasloco, piuttosto, penso mentre mi avvio verso luscita e ripercorro in senso inverso il tragitto che
separa il banco dalle scale. Il signor Bourg s impuntato e io me laspettavo, eppure ci sono rimasta
male ugualmente quando  arrivata lingiunzione di sfratto. Niente pi dilazioni. Dobbiamo sloggiare.
E ce ne andremo, non aver paura, caro signor Bourg che tinchinavi con la faccia da amico. Ma
s! Ce ne andremo anche dalla tua casa.
Traslochi ne ho fatti tanti.
Una quindicina, da quando siamo a Parigi.
E cio?
Cio da venticinque anni, pi o meno.
Rene piega le garze, i fisci guarniti di merletti, le gonne di broccato, le mussole e i nastri e li
ripone, in bellordine, dentro i bauli che fra qualche giorno porteremo via, a casa della piccola signora,
che mi ha raccomandato: non pi di tre. Tre bauli! Bastano appena per una scampagnata. La signora
non si rende conto.
Rene allunga le labbra in unimitazione di sorriso. Si  offerta di aiutarmi senza pretendere
niente, a parte qualche abito smesso. Ha avuto una bella batosta, poveraccia, non c che dire. Il suo
battello si  scontrato con il legname in discesa sul fiume, quei legni del Morvan che arrivano a Parigi
affidati alla corrente e intasano la Senna, a meno che i ladri, benedetti loro, non li rubino deviandoli
verso lisola Saint-Louis. Il battello si  sfasciato e le lavandaie hanno perso il lavoro insieme ai ferri,
alle spazzole e agli scaldini. Cos adesso Rene mette da un lato abiti stinti, vecchi cappelli o anche
piccole inezie, un nastro, una nappa, tutto quello che si pu rivendere alla fiera di Saint-Esprit, dove va
chi non si pu permettere nemmeno il lusso modesto di un rigattiere.
Sceglie e butta in un canto oppure ripiega e adagia nel baule.
Precisa, svelta.
Anchio ero svelta, venticinque anni fa.
Non ci credi?
Ero giovane e veloce eppure mi confondevano, i traslochi.
Cambiare, cambiare, protestavo, che bisogno c di cambiare al minimo giro di vento?
E invece si cambiava rue Ventadour, rue Poissonnire e di seguito rue de Cond, rue Molire,
rue de Courcelles, rue Saint-Honor, che era la pi comoda ed elegante, con le lampade appese al
soffitto in ogni stanza, e poi la casa di campagna a Auteuil, vicino al marchese di Condorcet e a sua
moglie Sophie, unindole spirituale ma tanto malinconica. Senza contare lappartamento in boulevard
du Roi a Versailles, nellottantanove, dove ci siamo trattenute per pochi mesi, dalla prima riunione
degli Stati Generali al giorno in cui Capeto buonanima venne riportato a Parigi dalle venditrici delle
Halles.
E potrei continuare lelenco.
Case ammobiliate, perlopi. Da abbellire con qualche vaso, qualche tappeto e lo stipo cinese
che ci ha seguito ovunque finch i facchini, agli ordini di un brigante assoldato dal padrone di casa, non
lhanno calato gi dalla finestra.
La sua ombra, la vedi?,  rimasta l, sulla tappezzeria.
Una bella agitazione, commenta Rene.
Era una questione di praticit, ribatto. Ancora non lha perso il vizio di criticare?
Versailles, per esempio.
Per stare vicini allAssemblea, le spiego, ci voleva per forza una casa a Versailles. La strada per
Parigi anche alle tre del mattino era fitta di carrozze che si muovevano a stento, torce davanti e dietro,
come a una passeggiata. Che doveva fare, la mia Babichette? Sprecare tutto il suo tempo correndo su e
gi e buttando il denaro in vetture pubbliche? Ce ne volevano di soldi! I vetturini sapprofittavano della
situazione, sapprofittano di ogni goccia che cade,  nella loro natura.
Rene ripiega, arrotola, spinge con forza, prova a chiudere il primo baule, si rialza per asciugare
il sudore.
Quando rimbocca le maniche, sulle sue braccia lentigginose spuntano lividi dantica data,
grandi come rose gialle. I fiori che le regala il padre dei suoi figli.
Si passa il dorso della mano sulla fronte: Venticinque anni di traslochi!
Mi stringo nelle spalle e mi chino a raccattare un paio di pantofole.
Questo  niente, vorrei dirle. Fino a oggi non mi era mai successo di dover cambiare casa per
via di uno sfratto e di dovermi arrangiare da sola, oltretutto.
E da sola rester, malgrado le proteste di Olympe, che vuol dire la sua anche quando non  il
caso e dovrebbe lasciar fare a me, che ci sono per questo. Possibile che non riesca a starsene calma e
zitta almeno per un po? Proprio ora che le carte per il trasferimento sono quasi pronte, proprio adesso
doveva mettersi a scrivere a FouquierTinville? E per chiedergli cosa?, di provvedere al trasloco di
persona. Sotto custodia delle guardie, ma personalmente. A sentir lei, ne ha diritto.
Non c verso, ha questa mania, sempre l a misurare quello che le spetta, i suoi diritti, dice,
come se fossero cose reali, che si toccano, che so, un rotolo di lino o di mussola.
I suoi diritti! Far tutto da sola, questo  certo, e me ne andr a stare dalla piccola signora e mi
prender cura di lei e del signor Pierre e di quei due marmocchi e non avr rimpianti, perch questa
casa non mi  mai piaciuta. Non mi piace lIle de la Cit con lacqua che serra le sponde a destra e a
sinistra e le linee cupe del Palazzo di giustizia che mi seguono, senza scampo, dallalba al tramonto.
Non mi piace nemmeno lo studio su allultimo piano.
Era l, in quella stanza dalle finestre lunghe e strette, che lei si chiudeva tutto il santo giorno e
io non potevo pi sentirla quando dettava le sue commedie o componeva i suoi discorsi.
Prima, era diverso. La sua voce mi raggiungeva in ogni angolo della casa. Lei dettava e io
sbrigavo i miei lavori. Quando avevo finito, mi sedevo in un cantuccio dietro la porta a rammendare e
ascoltavo lei che, dettando, sinfervorava, correva avanti, tornava indietro a riprendere la storia.
Recitava. Era pi brava della signorina Candeille, che pure sulle scene  tanto brava da far piangere il
comandante di un battaglione.
Ma erano i discorsi ah, i suoi discorsi s che mi entusiasmavano!
Pi delle commedie, pi di tutto.
Li ho ancora qua, dentro la testa, come se fossero pitturati di fresco.
Le barriere doganali non servono pi, dettava la mia Babichette e io afferravo le sue parole e le
tiravo verso di me a gugliate, le barriere non servono e le mura e gli edifici costruiti per ospitare i
commessi andranno in rovina. Che si far di tutte quelle pietre?
Che si far?, mi chiedevo.
Bene, e io fermavo lago e tendevo le orecchie, ne reclamo qualcuna a favore delle donne;
verranno utilizzate per costruire qualcosa di utile, finalmente: un ospedale femminile, il cui unico lusso
sar la pulizia. Basta con la promiscuit dellHtelDieu.
Era bello star l a sentire la mia Babichette che parlava dellospedale delle donne.
Olympe
Il vento passa tra gli alberi e io respiro, dopo la costrizione soffocante dellAbbaye e della
PetiteForce.
Non avrei mai immaginato che un gesto semplice come aprire unimposta potesse regalare agli
occhi e al cuore una tale felicit. Eppure  questo che ho provato quando ho aperto la mia finestra, una
finestra senza sbarre, e mi sono affacciata sul grande giardino della casa di cura diretta dal dottor
Lescourbiac: un sussulto di felicit.
Ledificio ha laspetto approssimativo ma decoroso di una residenza di campagna, con stanze
ampie che danno su vialetti ombrosi. Molti alberi. Tanto verde. Aria. E libert di movimento.
Libert di lettura. Posso ordinare tutti i libri che desidero e perfino i giornali della sera: il
mondo  di nuovo a portata di mano. Il sentimento dellesistenza, che io lo voglia o no, torna
impetuoso a riempirmi lanimo in questo posto che  difficile chiamare carcere. Un poco ne godo e
un poco mi ritraggo.
Vi trovate bene? mi ha chiesto Hyacinthe che, da quando non sono pi soggetta alle
restrizioni di una rigida prigionia, non lascia tramontare un giorno senza venire in visita. Ha perso
quellaria di fanciulla sorpresa dalla vita che aveva a Tours, e inalbera sotto il cappuccio da servetta
unespressione intrepida che alla fine mi ha commosso.
E sia, le ho detto, vi pagher il mio debito.
Se questo vi rassicura, non scriver pi a FouquierTinville, non chieder di essere processata,
non pretender che si rispettino le leggi e che si ascoltino le mie ragioni. La resistenza alloppressione 
un diritto costituzionale, ma io non aprir bocca. Me ne star muta e mansueta per tutto il tempo che
sar necessario a farmi dimenticare.
E per dimenticare, a mia volta.
Bench troppe siano le cose e le parole che dovrei far scomparire, come per un tocco magico,
dalla memoria. In fondo non  passato molto tempo da quando, in un club femminile, ho raccolto la
veste e sono salita sopra una sedia per vantarmi dessere una donna che si preoccupa pi degli affari
pubblici che degli affari di cuore. In verit i miei affari di cuore, ho proclamato con la necessaria enfasi
davanti a un uditorio chiassoso di cittadine, sono gli affari di Stato.
Ma voi mi chiedete di dimenticare e io lo far per voi.
Lei mi ha cercato la mano e lha stretta in silenzio fra le sue, come fa immancabilmente quando
si emoziona e le parole ritornano al suo corpo, diventando gesto e fisionomia.
Il tepore del giardino si posa con tranquilla dolcezza sulle mie spalle, sulla nuca scoperta,
acquista una punta di calore pi insistente quando il sole riscalda loro dei miei orecchini. Potrei
passeggiare fino al tramonto, se volessi. Nessuno verr a riportarmi in cella, fino a quel momento. E la
cella non  una cella, ma una stanza ampia con un comodo letto a baldacchino.
In questa casa-prigione, nellasprezza tollerante dei suoi ritmi, ritrovo uno strano gusto perduto:
lagrodolce della disciplina, assaporato insieme al francese e ai primi rudimenti della scrittura nel
collegio delle orsoline, a Montauban.
Anche il giardino  simile a quello del collegio.
Viali, crocicchi, pergole, tutto  costruito con la riga e la squadra. Si percepisce la mano
dellarchitetto che ama rinserrare, chiudere, estirpare, dare una regola umana alla natura.
Ma siamo in un luogo di contenzione e allora piante e fiori vengono lasciati un poco a se stessi
e ai capricci del terreno.
Un misto di civilt e di natura. Ordine nel disordine.
 cos, penso con improvvisa malinconia, che avrei voluto il giardino del fondo Figuier. Siepi
vive, formate da arbusti di specie diverse. E niente tappetini derba inglese o tassi potati a forma di
pagoda. Nonsopporto i giardini che ambiscono a perfezionare il volto della natura. Il mistero di
unasimmetria, un rigoglio spontaneo che nasconde molte possibilit di trasformazione, quanto  pi
affascinante tutto ci di un lindo viale allitaliana!
Un rumore lieve, quasi impercettibile.
I tralci dedera che ricoprono una pergola si muovono, si alzano e compare il visetto di una
bambina. Thrse. Lospite pi giovane di questa casa-prigione.
Che fate? indaga girandomi attorno.
Qualcosa nel suo modo di atteggiarsi e di curiosare, animoso e tuttavia guardingo, come
trattenuto da un invisibile guinzaglio, mi ricorda Julie. Ha la stessa et che aveva lei prima che le febbri
del vaiolo la stroncassero. Sette anni. Unet in cui  difficile difendersi.  troppo piccola, Thrse.
Troppo bambina per potersi slegare dalla sorte della madre, che  bella, aggraziata e bionda, ed  finita
nei guai, a quanto ne so, per essere moglie di un baro che spacciava assegnati falsi. Lui  fuggito in
Inghilterra, anzi emigrato, come ormai si usa dire per tutti, nobili fuorusciti o bari che siano, e lei 
stata arrestata al posto suo. Vantaggi del matrimonio.
Che fate? incalza Thrse, fissandomi con un minuscolo cipiglio.
Le sorrido: Penso.
E ne avete ancora per molto?
No, possiamo conversare, se preferisci.
Lei si mette al mio fianco e mi accompagna con fervida gravit.
Da quando le ho offerto una ciambella, miracolo di Justine che riesce a confezionare un dolce
con uninezia di farina e un pizzico di zucchero, da allora mi ha preso sotto la sua protezione.
Il viale che porta al primo rond sincurva leggermente, regalando lillusione di uno spazio
senza confini che si perde tra gli alberi. Questo  il punto che mi piace di pi. Da qui non si vede la
garitta davanti al cancello, non si nota alcun segno di chiusura o di prigionia. Tranne la recinzione, a
cui per si addossano fitti alberelli e un immenso, sorprendente leccio che contribuisce a occultare il
muro e a ristabilire unapparenza di normalit: ci si pu fingere liberi in un parco sterminato.
Anche il cane da guardia corre libero, senza catene, e il viale risuona del suo ansito roco. Sento
la mano di Thrse che si aggrappa convulsa alla mia gonna.
Che c? Hai paura?
Nega con un cenno coraggioso ma lenergia con cui si tiene stretta la smentisce.
Ho un cane proprio uguale a lui. Pi sono grandi e grossi, pi sono buoni.
In effetti questo danese a pelo raso, muso tozzo e corti mozziconi di orecchie, di terribile ha
solo il nome: Devastazione.
Ma la bambina si  fermata, cos mi fermo anchio. Il tepore del sole di settembre, un istante
prima cos gradevole, ora mi da un senso di spossatezza, evoca il languore di una convalescenza.
Un tremito mi attraversa e mi piega il ginocchio: due mesi di carcere mi hanno disabituato
allaria aperta, alla libert delle gambe se non ancora del pensiero.
Mi aiuti a rientrare? chiedo a Thrse, e lei sallunga in tutta la sua breve statura e fa due
occhioni solenni per la responsabilit del compito.
Da qualche parte, in qualche remota regione del mio essere, continua a vivere limmagine di
quellaltra bambina.
Avrebbe cambiato la mia esistenza, Julie? Se fosse vissuta, mi chiedo, sarei rimasta accanto a
Jacques? Un uomo comprensivo, il benessere al posto della libert.
Passiamo davanti alla portineria e alle stanze del direttore, che abita in questala delledificio
insieme alla famiglia e ai domestici.
Il tremito si  sciolto nelle vene e la mia pelle gusta di nuovo il sole temperato di settembre.
Parigi  lontana, nella parte scura del mondo.
 allora di cena che Parigi torna tra noi.
Se la casa del dottor Lescourbiac, con la sua atmosfera campestre,  singolare, ben pi singolari
mi appaiono gli ospiti (questa  leufemistica espressione in uso) che allora di cena scendono a
pianterreno, pronti a esercitare le virt richieste dalla conversazione.
Ospiti dei pi diversi ceti sociali.
AllAbbaye o alla PetiteForce, ognuno cercava la compagnia del suo simile e con gli altri si
sforzava di mantenere il giusto distacco. Nella casa del dottor Lescourbiac avvengono, al contrario, le
pi strane mescolanze.
Abati, banchieri e dame che, in altri tempi, non avrebbero mai ricevuto un uomo che arrivasse a
piedi e senza merletti ai polsi, non esitano a confondersi con patrioti e rivoluzionari ben conosciuti.
Come Pierre Augustin Hulin, che avevo gi incontrato, prima del mio trasferimento, nel cortile
dellAbbaye.
Questuomo che nellottantanove ha distrutto la Bastiglia, il carcere emblema della monarchia,
 diventato, per contrappasso, ospite abituale delle carceri repubblicane.
Lo ritrovo sofferente. Porta ancora al collo il braccio destro, un ricordo della battaglia di
Neerwinden. Ma la vera sofferenza, scherza sottovoce,  lesser ridotto ogni sera a far conversazione
con una duchessa che, nel suo velo nero, ostenta il lutto per il re.
 lattrazione della casa questa vecchia aristocratica, che tutti corteggiano con una sollecitudine
riservata di solito alle giovinette.
In questo, motteggia Hulin, aveva ragione Philippe dOrlans: per un borghese una duchessa
ha sempre trentanni.
A me invece la duchessa non rivolge pi la parola. Subito dopo il mio arrivo, mi aveva
avvicinato in gran segreto per ringraziarmi.
Si ricordava di me, del mio coraggio per aver difeso in pubblico un nobile ucciso dal furore
della folla. La nobilt non mi deve niente, le avevo risposto. Lho difeso perch non trovo meritorio
che mille persone sgozzino un cittadino solo e indifeso. E con questa replica ho sancito la mia
inesistenza.
Ma non ho ritrovato solo Hulin, qua dentro.
Era la prima sera. Appena scesa dalla mia stanza, cercavo di ambientarmi nella nuova
compagnia quando sento una voce che si leva alta, come scintillando in mezzo allo sciame delle
signore.
Una voce che riconosco immediatamente.
Hanno arrestato il ragazzo?, mi sono spaventata.
Dovevo avere questa paura negli occhi quando gli sono arrivata davanti. Lui  ammutolito di
colpo e quel lento rossore che ricordavo cos bene gli ha invaso le guance. Alla mia domanda ha
risposto, quasi fosse una spiegazione: Sono uno studente di medicina, rammentate? E ha aggiunto,
perch ancora non capivo: Lavoro per Lescourbiac. Meglio che scrivere i discorsi di qualche deputato
di provincia, non siete daccordo?
La tavola  imbandita con una certa raffinatezza. Ai lati del piatto, forchetta e coltello. In questa
casa-prigione non vige la legge dellAbbaye e della PetiteForce: abbiamo diritto alle posate.
Il cuoco  bravo. Un tempo lavorava come aiuto nelle cucine del principe di Cond ma, da
quando non esistono pi privilegi di bocca,  stato ingaggiato dal dottor Lescourbiac perch con la sua
abilit rimedi allinadeguatezza delle provviste.
Finora non ha deluso le aspettative. Anche il vino non scarseggia.
Certo non siamo alla mensa del grande Mot, il principe dei cuochi e dei ristoratori, che offre
una scelta tra ventidue rossi e ventisette bianchi, ma qualche bottiglia nella glacette non manca mai,
soprattutto grazie al banchiere Lasnier, che ne fa omaggio alle signore e in particolare a Charlotte
Narbonne, la bionda madre di Thrse.
Tavola imbandita, dame in deshabill. E, alla mia destra, il giovane Claude.
Destino, direbbe Rosalie, la mia amabile compagna di cella di cui non ho e forse non avr mai
pi notizie.
 cambiato, Claude. Ha un piglio sicuro e non veste raffazzonando abiti usati come al tempo,
non troppo lontano, in cui sedeva pazientemente al mio scrittoio. Solo i capelli hanno lo stesso taglio
corto, a parte una lunga ciocca ribalda che va ad attorcigliarsi attorno allanello che gli fora il lobo.
Siamo seduti vicini, molto pi vicini di quando cercava invano con la penna di tener dietro alla
mia immaginazione.
Anche Lescourbiac  elegante nel suo vestito di camoscio con il gilet bianco e la cravatta grigia.
Si sporge attraverso la tavola per indicarmi le mani di Claude che escono da due polsini candidi e
riposano sulla tovaglia. Mani preziose.
E non per semplice virt medica, precisa. Ci sono abilit che si acquistano normalmente,
nellesercizio stesso della professione.
A un cantiniere basta percuotere con le nocche una botte per sapere la quantit precisa di alcol e
di zucchero che si trova in quel vino. A un medico  sufficiente un tocco per sapere tutto dei polmoni di
un malato. Che c di straordinario in questo? Le mani di Claude sono preziose per un motivo ben
diverso: sono mani che sanno governare la malattia, che riportano lequilibrio negli organismi alterati e
allontanano quel dolore che nessun farmaco riesce a curare. Sono mani che possiedono la magia del
fluido magnetico.
La cidevant duchessa fa tintinnare la forchetta nel piatto:
Anche mio marito aveva il dono del magnetismo.
Non ne faceva gran cosa, ammette. Passava le giornate a magnetizzare i domestici.
Claude si piega verso di me. La sua giacca sfiora la mia spalla. Non  una magia, protesta
sottovoce per non con traddire apertamente il suo direttore. Non esiste fenomeno che non sia
spiegabile con le leggi della natura. Le leggi che governano luniverso governano infatti anche il
corpo umano e cos la malattia se non una perturbazione, uno squilibrio fra lindividuo e il tutto? Il
fluido magnetico  ci che unisce il micro al macrocosmo: non una magia, ma un agente universale.
Siete un seguace di Mesmer, mi stupisco scostandomi un poco per fissarlo in viso.
Anche voi pensate che Mesmer sia uno stregone? No, sinfervora Claude, non  colpa di
Mesmer se c chi usa male il magnetismo, se ci sono ciarlatani che vantano miracoli e trasformano i
sonnambuli in profeti. Mesmer non  uno strego| ne ma un medico.
Un grande medico, se i suoi stessi nemici hanno dovuto riconoscerne leccellenza, compresi
quelli che vorrebbero mettere fuori legge il magnetismo e lo condannano per principio e per interesse.
Non dimentichiamo linteresse C forse bisogno di menzionare il dottor Guillotin? Guillotin
difende luguaglianza degli uomini di fronte alla pena di morte. Mesmer sostiene luguaglianza di
fronte al dolore. Perci si fa pagare soltanto dai ricchi. E a nessuno, duchessa o canaglia, ha mai
negato le sue cure.
Questo  vero: rammento le lunghe file di poveri che aspettavano il loro turno a piazza
Vendme, davanti al suo studio medico. A sera le porte si aprivano per i giocatori sfortunati, che
andavano a calmare il contorcimento dei nervi. E le vaporose, anzich aspirare sali e bere acqua di
melissa, ricorrevano al tocco magnetico del grande Mesmer.
Anche questa casa, mi confida Claude,  piena di vaporose, capaci di cadere in deliquio tre
volte al giorno.
 allora che le sue mani le calmano. Le sue belle mani e il magnete che Lescourbiac custodisce
in un cofanetto rivestito allinterno di velluto rosso.
Hyacinthe
giorni e giorni di silenzio estenuante, ma alla fine  arrivata.
Con la posta militare. Direttamente dalla guarnigione. Una lettera che sembrava uscita da un
campo di battaglia, tanto la censura laveva gualcita, lordata, riaggiustata alla meno peggio.
Io mi trovavo nella stanza dei bambini. Lho presa dalle mani guantate di Mignonne e ho
cominciato ad aprirla, incalzata da una fretta che mi rendeva maldestra, cos il tagliacarte mi  sfuggito
ed  caduto sul pavimento, luccicando e tintinnando come un balocco musicale. Pi svelto di uno
spiritello,
Jean-Hlie lha afferrato e si  messo a succhiarlo in punta. Il sangue  schizzato dal labbro e
dalle gengive sul corpettino bianco. Un taglio da niente, senza importanza, ma fra i pianti e le urla 
passato un bel po di tempo prima che potessi riprendere la lettera dal vassoio dove lavevo gettata.
Per leggerla in santa pace, mi chiudo nella mia stanza e mi butto sul letto, le braccia pesanti
come quelle di unannegata.
Venature di sole entrano ed escono dalle tende e lampeggiano tra gli specchi della toletta. Apro
la lettera spiegando il foglio sul guanciale. E scopro che Pierre  stato sospeso di nuovo, stavolta con
unaccusa infamante. Fuga davanti al nemico.
Fuga: la parola  questa, non c possibilit di errore. Troneggia nel bel mezzo della riga, scritta
con un inchiostro plumbeo e la calligrafia arruffata di Pierre, le lettere che si arrotolano una sullaltra,
come se tentassero di sparire per la vergogna.
Spariscono dalla pagina ed entrano nel mio petto, lunghi vermetti scuri e arricciolati.
Rileggo tutto, daccapo.
La notizia  concisa e alquanto vaga a causa della censura che si  fatta molto vessatoria con le
missive che arrivano dal fronte e le trattiene per un nonnulla, ma io capisco ugualmente non appena
leggo il nome del commissario militare: un uomo di Saint-Just.
Le lotte fra i commissari e gli alti gradi dellesercito erano gi aspre quando stavamo a Tours,
ora sono una guerra nella guerra. Nessuno si salva. Il ventotto di agosto, in redingote blu, il generale
Custine  andato alla ghigliottina. E perfino il generale Houchard, che ha sconfitto inglesi e olandesi e
che per questo non ha ricevuto nemmeno un grazie dai giacobini, perfino lui, il vincitore di
Hondschoote,  stato arrestato sul campo, colpevole di aver evitato il massacro delle sue truppe
ordinando una ritirata. Ogni ritirata  una sconfitta e ogni sconfitta  un tradimento, per i commissari di
Saint-Just e Robespierre.
Rileggo la lettera una terza volta, lentamente, parola per parola e ritorno indietro e mi fermo a
ogni virgola e infine mi convinco che no, la faccenda non  cos grave come mi era parsa alla prima
lettura, dato che Pierre non  accusato di tradimento ed  libero e mi scrive. Gode del favore di Ronsin,
penso, e nessuno osa attaccare Ronsin. Non ancora.
Mia dolce amica, ti prometto che sar prudente se anche tu lo sarai
Ripiego il foglio e lo faccio scivolare sotto il guanciale.
Dopodich, il vuoto. Dal fronte non arriva pi un rigo n una notizia. Pierre torna a essere un
fantasma. Solo nella mia fantasia che lo insegue trepidando  un uomo di carne e di sangue.
Vivo con la speranza di vederlo spuntare da un momento allaltro sulla soglia di casa, come
accadeva a Tours: ore, giorni, settimane dassenza e dun tratto era l. Ma la soglia resta vuota.
Dentro il cuore mi crescono limpazienza e uninquietudine feroce che cerco invano di
comprimere.  una tensione che chiede di uscire, che si espande e grida per la smania di esplodere.
Ed ecco al posto di Pierre il suo assistente, di ritorno dalle trincee del Nord. Si presenta con la
sciabola che a ogni passo batte sul fianco e unaria marziale accentuata da un lungo taglio sulla guancia
sinistra. Taglio che, per la verit, non si  procurato in guerra ma in duello.
Pierre lo stima,  il migliore dei suoi ufficiali, a quanto sembra.
La lealt di Pierre verr riconosciuta, mi assicura accomodandosi su una poltroncina dallo
schienale troppo stretto per le sue spalle. Il suo valore verr apprezzato come merita,  solo questione
di tempo. Non  il caso di spazientirsi, mi consiglia. Pierre otterr giustizia e riavr quel che gli spetta
non appena i nuovi comandanti rimpiazzeranno i vecchi. Cosa che accadr ben presto.
Su questo non possono esserci dubbi, afferma con limplacabile alterigia di chi possiede il
monopolio della verit. Se combattesse con altrettanta convinzione, sono certa che avremmo vinto da
un pezzo.
Presto, s, molto presto. Il Comitato di Salute Pubblica ha gi nominato Pichegru a capo
dellarmata del Reno.
Era un soldato semplice, Pichegru. Ora  generale.
Un bellesempio per tutti, approva lassistente di Pierre, visto che la Rivoluzione  fatta, ma
aristocratici e moderati seguitano a popolare gli stati maggiori.  venuto il momento di spazzarli via e
di rinnovare lesercito ai suoi gradi pi alti. Per la salvezza della patria.
La cicatrice  un filo di seta scura che gli increspa crudelmente la guancia.
E voi, lo interrompo, che farete?
Io partir per la Vandea.
Un annuncio che cade e ci separa con la pesantezza di un blocco di granito.
La Vandea:  impossibile qui a Parigi sapere la verit su questa guerra. Non una lettera arriva
alla capitale. Per controllare ci che scrivono i giornali, abbiamo solo i cauti racconti dei volontari che
tornano in licenza. Si sussurra di ordini molto duri: dar fuoco alle foreste, ai campi, agli stessi raccolti.
Con queste armi combattono i soldati della Repubblica?
Linverno si avvicina, dobbiamo vincere prima che sia troppo tardi. E per vincere, mi spiega
con tono paziente, bisogna isolare, affamare, distruggere, gettare una popolazione addosso allaltra con
la leva generale, non c altro modo.  una necessit politica, credetemi. Gli credo. Pur non sapendo
niente di ragioni militari, anchio capisco che bisogna vincere prima dellinverno. Ma perch deportare,
come ho sentito, le donne, i vecchi e i bambini?
Saranno assistiti, garantisce lui. E soccorsi con tutti i riguardi dovuti allumanit: intorno ai
confini della Vandea, generali e commissari stanno allestendo le provvigioni necessarie a nutrire grandi
masse di profughi.
Le sue parole mi martellano le tempie anche dopo che se n andato. Mi muovo per la stanza
cancellando i segni della sua presenza. Una leggera spazzolata con le mani e si ravviva il velluto pesto
della poltroncina.
Nel frattempo, adagio adagio, loscurit ha conquistato lo spicchio di cielo dentro la finestra. 
tardi, ma Mignonne non ha ancora acceso le lampade. Non giungono suoni dalla via deserta,
attraversata soltanto dalle pattuglie.  la paura che svuota strade, vicoli e boulevard: anche Parigi, la
rumorosa, instancabile Parigi, adesso conosce il silenzio della notte.
Lo sfinimento mi brucia lorlo delle palpebre che lacrimano e si chiudono. Il sonno mi agguanta
cos come sono, in piedi, la mano sul davanzale. Un sonno fatto di immagini agitate, vessilli, stendardi,
gonfaloni che sventolano e, in alto, una bandiera immensa, nera, simile a quella che sulle torri di
NotreDame segnala lo stato dassedio, un drappo che si gonfia, si torce, si avvicina. Uno schiocco. In
piena faccia.
Mi scuoto con un sussulto e il velo della sonnolenza si dile gua, non resta che un formicolio agli
angoli delle labbra. Il torpore  passato, sono completamente sveglia.
Gioco con le frange dello scialle, mentre controllo la notte spalancando i miei occhi di gufo.
Justine ha preparato il trasloco con la massima cura, ha messo in ordine biancheria e vestiario,
quadri e pentole, ma lo studio no, si  rifiutata di spostare anche una sola carta. Dovr farlo io. Questa
stessa mattina.
Stanotte ha piovuto e nuvole nere tuttora sporcano la cima dei palazzi, resistendo al vento. La
temperatura  calata di colpo.
Un tempo orribile, ma io non posso chiudermi in casa e restare inattiva. Anche se non dovessi
imballare le carte di Olympe, anche se Pierre fosse qui e potesse farlo al posto mio, io dovrei
ugualmente muovermi, uscire. Voglio capire da me gli umori della citt. No, non potrei pi adattarmi a
vedere attraverso gli occhi di un altro, fosse pure Pierre: ho preso labitudine della libert e Olympe ne
sar contenta, credo.
Le donne non hanno amore di s, mi ha ripetuto pi volte, per questo non sanno immaginare la
libert.
 vero. Io non sapevo immaginarla, io che mi credevo una fanciulla erudita perch mi dilettavo
a risolvere problemi geografici e cercavo di calcolare, con laiuto del globo, in quale momento il Gran
Mogol dellIndia e lo zar di Mosca si mettono a tavola per desinare.
Per strada si avvertono gi odori autunnali, un sentore di aringhe, di erbe che marciscono nei
giardini. Il verde, il giallo, larancio dei manifesti, tutto spicca con maggiore freschezza e i muri
sembrano coperti da una nuova specie di brina colorata.
Appena oltrepasso larco del portone alzo gli occhi per abitudine, anche se so che il manifesto
di Olympe  sparito da qualche giorno. Un vecchio manifesto del periodo in cui era rinchiusa
allAbbaye, uscito dal carcere grazie alla complicit di un amico e stampato clandestinamente. Una sera
qualcuno lha affisso proprio di fronte allentrata del nostro palazzo, per caso o per intenzione, 
difficile dirlo.
Rosso papavero, attirava lo sguardo.
I passanti sostavano a leggere, molti scuotevano le spalle, alcuni sputavano con disprezzo: le
farneticazioni di una detenuta.
Io sbirciavo e proseguivo. Non osavo fermarmi. Ma una frase si  imposta e contro la mia
volont, a mia insaputa, quasi senza averla letta, mi si  impressa nella mente:
il Dio delle coscienze  il solo Dio che gli uomini dovrebbero adorare
Le tende sono aperte ad accogliere la luce che sale dal fiume.
Anche spoglio di mobili, lo studio conserva limpronta indefinibile della sua presenza. Justine
mi spia dalla soglia e io, ferma in mezzo a quella stanza nuda, mi chiedo: cosa so di lei? cosa so in
realt di Olympe?
So della sua predilezione per gli scarpini bassi e i cappelli blu, conosco la sua risata, le sue
collere, le risposte pungenti e lamore per Ipazia, la filosofa che sapeva governare una comunit.
O per Ninon de Lenclos, che voleva farsi uomo pur di non rinunciare al piacere. Sar questa
impossibile comunione di corpo e di spirito che aleggia nel suo studio?
Ninon e Ipazia, piacere e sapienza, autorevolezza e libert.
Ecco tutto quello che so. Il resto  in questi volumi con il nome impresso sul frontespizio a
caratteri rilevati e, pi in basso, la scritta: in vendita presso la vedova Duchesne, rue Saint-Jacques, o
presso la vedova Bailly, barriera dei Sergenti. Olympe  qua, dentro i suoi libri. Ne prendo uno a caso,
saggio la pesantezza dei fogli con il polpastrello, scorro le pagine e leggo senza pi curarmi delle ore
che passano, sul pavimento freddo, rannicchiata come unaccattona, leggo fino allo sfinimento.
 il sangue, anche quello dei colpevoli, versato con crudelt e abbondanza, sporca le
rivoluzioni per leternit, sconvolge i cuori, gli spiriti, le idee, e da un sistema di governo si passa
rapidamente a un altro, dalla repubblica al nuovo dispotismo di unepoca moderna
Thrse
Mamma, posso scendere in giardino?
Non fare la noiosa, Thrse.
Posso giocare con Jupin?
Thrse! Ho detto, non fare la noiosa.
Noiosa, noiosa, la noiosa  lei che quando siede alla toletta non la finisce pi. E Ccile sembra
che lo faccia apposta, ci ha messo unora ad allacciarle il corpetto sulla schiena, unora a passarle sul
viso il latte contro le rughe, unora a strofinarle sul collo lacqua di bellezza e adesso toccher aspettare
di nuovo unora prima che mamma scelga fra un neo a forma di cuore o uno a forma di stella. E io con
le braccia in croce, immobile a guardare, mentre fuori  spuntato un sole tiepido e Jupin, per dispetto,
gioca con la trottola sotto la nostra finestra. Veramente, non  proprio una trottola ma una rotellina
rossa legata a uno spago rosso, un gioco nuovo. Se glielo chiedo, Jupin mi ci lascia giocare. 
divertente, il segreto sta nel muovere il braccio assieme alla mano, lo spago si srotola e la rotellina
corre gi e poi torna su da sola, su e gi, su e gi, sali e scendi, sali e scendi, si chiama emigrette perch
 cos che fanno gli emigrati, mi ha detto Jupin, vanno su e gi, su e gi, e anche pap che  un
emigrato, anche lui va su e gi, mamma? Mamma fa la faccia cattiva e non mi risponde. Allora, posso
giocare allemigrette con Jupin?
Jupin  il figlio di una guardia!
Mamma  contenta solo quando gioco con le figlie del direttore, che hanno gli occhi gonfi e
senza ciglia e certe bracci ne lunghe lunghe che sembrano vermi bianchi a riposo sulle gonne.
Thrse
non essere noiosa, e le rifaccio il verso e mi dispero perch  lora della poesia e tutti sono
fuori tranne noi e sento la signora Gerbaud che ha cominciato a declamare versi in fondo al giardino, l
dove il grande albero spinge le sue foglie oltre la recinzione. Un albero potente, con rami robusti che
scavalcano il muro e non hanno paura dei vetri e dei chiodi piantati lass in cima. Io avrei paura, anche
se fossi cos alta da arrivare al cielo. Ma forse si tratta di un albero santo e quei chiodi sono il suo
cilicio. Soffre al posto nostro, per scontare i peccati di noi prigionieri. Che dovremmo far penitenza e
invece Mamma fa esattamente quello che faceva a casa: beve, mangia, pizzica tabacco e sta alla
toletta. Prima per non avevamo un giardino, bisognava andarci con la portantina di piazza,
allArsenale o anche pi lontano. E dalle finestre entrava lodore guasto della strada, mentre qua
dentro, fino a qualche giorno fa, cera un profumo di terra scaldata dal sole che metteva allegria.
Mi piace questo posto, anche se  la prigione di mamma. E mia, di conseguenza. Certo, io pure
sono una prigioniera e fra qualche giorno, quando compir otto anni, mamma ha promesso che avr la
mia sedia a tavola, come tutti.
Non sarebbe brutto stare in prigione, se avessi il mio spinettino.
Mi manca tanto! Che dispiacere, quando lho dovuto lasciare. Qualche volta, a pensarci, mi
viene la malinconia e non ho pi voglia neanche di giocare con Jupin. Penso al suono che usciva dalle
mie mani e al sorriso incoraggiante della dama in viola dipinta sul ripiano superiore Davanti alla
tastiera s che potrei resistere un giorno intero, buona e tranquilla come vuole mamma. Mi eserciterei,
inseguendo le note a occhi chiusi, sbirciando ogni tanto tra le ciglia la dama in viola.
Ecco, se penso al mio spinettino, capisco perch a mamma non piace la prigione.
In sala, quando gli altri giocano a trictrac o a ventuno, la signora Gerbaud e le sue amiche si
alternano al cembalo e mi fanno cantare, ma non  la stessa cosa.
Mamma, quando potr suonare di nuovo?
Non ti piace cantare, Thrse?
Mamma
Hai la voce di un angelo, lo dicono tutti.
Un angelo del cielo, conferma Ccile mentre le soffia sui capelli una spolverata di cipria
bionda. E riattacca a parlare delle cose che mancano e di quelle che andrebbero ordinate, del neglig
che finalmente ha avuto il permesso di ritirare dalla lavandaia.
Glielho detto al direttore, volete che la signora scenda di mattina con un vestito da
pomeriggio?
E lui si  convinto.
Si tratta di voi,  facile convincerlo.
Quando ride, mamma  proprio bella. Le compare una fossetta sulla guancia, e la sera io mi
inginocchio volentieri a pregare a mani giunte per la sua salvezza e la sua libert.
Prego soprattutto perch di notte non si svegli con lemicrania e non vada a giocare a carte nella
stanza del signor Lasnier, che  ricco ma non ama perdere, lo vedo da come gli si indurisce il mento, e
io non sono contenta che mamma giochi con un uomo dal mento antipatico. Laltra sera fingevo di
dormire quando ho sentito che si alzava, allora ho aperto gli occhi.
Era gi davanti alla porta: ssh, vado a giocare dal signor Lasnier Il lume non si era del tutto
consumato e pareva che le gonfiasse i capelli in una nuvola doro. Siete la pi bella di tutta la prigione,
ho bisbigliato. E anche il signor Lasnier ho sentito che le sussurrava qualcosa di simile mentre le
cedeva il passo, lungo il corridoio.
Mamma, le ho chiesto prima di coricarmi, anche lui prega per voi? E lei ha sorriso e ha detto:
devi essere gentile con lui,  un signore importante, lavora con il denaro. Come, con il denaro, ho
chiesto. Ma lei ha detto: dormi.
Jupin  sempre qua, con il naso per aria sotto la nostra finestra, e mi fa vedere quant bravo
con lemigrette, come va su e gi, su e gi e non si ferma nemmeno per sbaglio.
Adesso posso scendere?
Siediti, Thrse, e sta composta che Ccile ti deve pettinare.
No, Ccile no! Non voglio che mi tocchi. Mi fa schifo, Ccile.
Quando alza le braccia scopre sotto le ascelle due mezzelune incrostate come le rive della
Senna quando fa maltempo.
E mamma non se ne accorge, lei con i suoi flaconi dacqua per gli occhi, acqua per il collo,
acqua per la bocca, acqua per sbiancare, acqua per nutrire la pelle, lei che si cambia tre volte al giorno,
proprio lei si fa toccare da quella puzzona schifosa.
Ma non c niente da fare. Le mani di Ccile sprofondano nei miei capelli, i polsi ossuti mi
pungono le orecchie.
Tuo figlio? sinforma mamma, ritoccandosi a piacer suo allo specchio. Sinforma sempre, per
gentilezza e perch  danimo curioso, le piace tenersi al corrente dogni cosa. Sta bene, tuo figlio?
Sono tranquilla, per il momento. Lavora a fabbricare fucili per la patria e non insiste pi con
quella sciocchezza del partir volontario Francia o morte grandi idee, non dico di no, voi lo sapete.
Ma non vuoi che parta.
Ho quel figlio solo. A Parigi ci sono venuta apposta per farlo nascere. Bellaffare ma lo
compatisco,  colpa mia se i compagni lo guardano dallalto in basso.
Colpa tua, Ccile?
Eh, fare la cameriera Non  un lavoro da rivoluzionari.
Sciocchezze! Non ti crucciare, pensa che almeno, con un figlio che lavora per la patria, non hai
di che temere. Guarda cos successo a me. Da un giorno allaltro Mio marito a Londra e noi qui, al
posto suo.
Mi  tanto dispiaciuto! Per voi, signora.
Accuse assurde, Ccile, assurde. Lavorando in una casa da gioco pu capitare qualche
assegnato falso, che centra la controrivoluzione? Tu lo conosci, mio marito non si sarebbe mai
compromesso in una maniera tanto sciocca.
Se potessi fare qualcosa per voi, signora!
Parla che convince, Ccile. Ma io non mi fido. Ho sentito cosa diceva a quel Michel, che poi 
suo figlio, in portineria.
Ero andata a cercare Jupin e quando lho vista che arrivava gonfiando il petto per darsi
importanza, ho avuto paura che facesse la spia alla mamma, cos mi sono nascosta e, senza volerlo, ho
assistito alla conversazione.
Ci difendeva,  vero, per
 innocente come una colomba, diceva. E quel Michel, con uno scrocchio di dita:  sospettata
dessere sospetta. Allora Ccile, tutta compassionevole: che doveva fare,  il padre di sua figlia, povera
creatura. Ma lui, con un altro scrocchio: il padre di sua figlia? E Ccile, sbrigativa: il padre di sua
figlia. E
Michel: sei cieca, il tuo signor Narbonne  uno di quegli uomini
E arricciava le labbra, scoprendo i denti: ma s, capisci?, di quelli che vanno nelle osterie fuori
citt a incontrare gli amici del cuore.
Be, e con questo?, stavo quasi per saltar su dal mio nascondiglio, che male c a incontrare gli
amici del cuore? Non so cosa intendesse dire con esattezza il figlio di Ccile, ma so che lei, la cara
Ccile, anche lei si  messa a ridere in un modo che non mi  piaciuto affatto. Offensivo.
Avrei voluto chiedere spiegazioni alla mamma, ma non ho osato per non inquietarla. Si agita fin
troppo da quando pap se n dovuto andare.
E ora Ccile, con la sua faccia pi contrita: potessi fare qualcosa per voi!, dice.
Chiss, Ccile, chiss, bisbiglia mamma. Poi, cambiando accento e aggiustandosi un ricciolo
sulla tempia: Senti la nostra vicina di stanza, s, insomma, sei riuscita a scoprire quanti anni ha?
Chi, quella de Gouges? esita Ccile.
Un po sciupata, non trovi, per i trentotto che va dichiarando. Sono quarantacinque, signora.
Ah! Ecco. Mi pareva. Da chi lhai saputo?
Dalla guardia. Avete presente come succede, al momento della registrazione in portineria
bisogna controllarli per forza, i documenti. In questo caso, il passaporto.
Quarantacinque! E lei Ma che importa, Ccile, poco male.  un peccato che si pu
perdonare a una signora.
Chiamarla menzogna, sospira, sarebbe eccessivo.
Quando c gente che, al confronto
Nessuno qua dentro  ci che sembra o che dice di essere, ci hai fatto caso? Tu e Thrse, solo
tu e lei, siete le uniche a non nascondere niente.
E gi un altro sospiro. E si appoggia allindietro e chiude gli occhi, la mia mamma, portandosi
una mano alla fronte. Cos non vede il viso di Ccile che diventa rosso pi del fuoco.
Olympe
Vuole sapere quanti anni ho, la bionda Charlotte Narbonne, e ha sguinzagliato i suoi segugi. Ma
io non ho voglia di contarli, i miei anni. Ah, no. Regalo a lei la fatica di dividere il tempo, di assegnare
un numero a ogni onda che ci passa sopra il capo.
E intanto un altro giorno  finito.
Lusciere del Tribunale non  venuto a consegnarmi latto di accusa, nessuno ancora ha
formalizzato il mio arresto.
Sono diventata invisibile.
Una pensionante pi che una detenuta. Una falsa degente, affidata alle cure di Lescourbiac. Una
donna qualsiasi, che ha perso la sua bella presunzione ed  costretta a calcolare con esattezza il confine
che passa tra sogno e realt.
Ma la passione, questo sentimento che nonostante tutto continua ad agitarmi e che a volte
chiamo passione di giustizia e a volte passione e basta, nasce dalla realt o dal sogno?
Dalla realt di ci che sono o dal sogno di ci che vorrei essere e che presumo di poter essere?
E che cosa c o chi allorigine della mia presunzione, se io sono una creatura senza precedenti,
lautrice dei miei sogni, se io stessa sono allorigine del mio me?
Ah, Thrse. I suoi singhiozzi invadono il giardino. Non qui, non qui, implora. Ccile lha
trascinata nel padiglione po sto allincrocio dei viali che da quel punto si diramano a forma di stella e,
in piena luce, pubblicamente, si  messa alla caccia frugando tra i suoi riccioli, ciuffo per ciuffo.
La bambina si dibatte per sfuggire alla stretta della serva.
Puzzi, le grida. E ha ragione. Ccile trasuda a giorni un lezzo caprino che respinge.
Si dispera, Thrse, il petto scosso da singhiozzi rabbiosi, e io mi fermo, tendo una mano e
mormoro: suvvia.
Ccile stringe le labbra in una linea dura, mentre le sue dita spartiscono e aprono la gran massa
bionda. La chioma di un angelo. Visitata da troppi diavoli, brontola sommessa la donina, diavoli sotto
specie di pidocchi. Il pettine dai denti fitti affonda con violenza, sconvolge e riemerge lasciando sulla
mantella celeste uno scuro polverio. Le unghie lavorano crepitando come rametti secchi nel fuoco,
mentre dal bacile si leva un effluvio pungente temperato da una contrastante fragranza di citronella.
I singhiozzi sono diventati pi radi, ma fanno ugualmente alzare le sopracciglia agli ospiti del
dottor Lescourbiac che passano diretti al grande leccio, il nostro salotto di lettura, inventato dalla
signora Gerbaud che un tempo, nella sua casa di campagna, aveva allestito un palcoscenico per
consentire agli amici di esibirsi e oggi si deve contentare dellombra di un albero.
Passano due giovani donne con lunghi nastri alla cintura e un vecchio signore in parrucca e
scarpe a fibbia. Una sosta e si allontanano. Passa la stessa signora Gerbaud, con un libro stretto al cuore
e lombrellino di seta che le disegna unombra rosata sulla fronte e sulle palpebre lisce. Piegandolo
sulla spalla, ammonisce la piccola strillona: ti rovinerai la voce a urlare in questo modo, non potrai pi
cantare.  accorso anche Jupin.
A testa bassa, struscia per terra i piedi armati di scarpe ferrate e incassa le spalle: un discolo in
castigo.
Io mi aggiusto il nodo del cappello e non trovo un argo mento di consolazione per quel visuccio
congestionato di bambina offesa.
Finch, dallala della casa dove alloggiano il dottor Lescourbiac e la servit, non vedo lombra
di Claude che si allunga nella nostra direzione. Un passo sciolto, un lampo bianco tra le labbra. In men
che non si dica  accanto a noi:
Signorina, saluta ostentando un inchino cerimonioso verso la piccola. Thrse solleva due
occhi lacrimosi e chiude la bocca.
Ha ritrovato dincanto la sua dignit.
Il silenzio torna nel giardino.
Claude si curva sulla mia mano.
E mentre il suo alito sfiora la mia pelle, si leva dal passato e mi raggiunge leco della voce di
Sbastien: a quarantanni, mia cara, una donna deve soltanto alla cortesia ci che prima doveva
alllammirazione.
Sapeva essere crudele, Sbastien.
Per difendermi dalla sua crudelt, rimprovero scherzosamente Claude per quel gesto che non
usa pi, da vecchio cicisbeo.
Baciare la mano di una signora, ragazzo mio, svilisce lattitudine fiera e il comportamento
maschio che conviene a ogni buon patriota. Non  questo il galateo corrente? Le donne hanno perso il
loro impero. E in cambio?, in cambio ci hanno regalato nuove catene.
Scherzo e cerco di evitare i suoi occhi. Non voglio esser costretta a dar ragione a Mesmer.
Perch, quando mi specchio nelle sue pupille, sento nel mio corpo qualcosa di simile al moto delle
maree e qua, nel mio petto, le stesse perturbazioni che sciolgono i ghiacci sulle montagne.
Ccile
Mi ascolti, Michel? Ascoltami bene perch, cerca di capirlo, non posso restare ore e ore nella
legnaia,  meglio che mi sbrighi. Perfino i cani nella casa del dottor Lescourbiac sono addestrati a
fiutare complotti e le serve hanno la lingua pi pronta che mai. Perci ascoltami e non startene con le
mani in mano, aiutami a scegliere la legna per il caminetto. La sera fa fresco e bisogna accendere,
altrimenti alle signore viene il mal di gola, e anche ai signori, che non puoi immaginare quanto sono
delicati.
Ospiti nuovi?  da un bel po che non ce ne mandano, a parte una tale de Gouges che ma una
cosa per volta, fammi andare con ordine senn mi confondo.
Lo vedi, Michel, ti ho dato retta. Per dare retta a te e per rendermi utile alla Repubblica, ne puoi
dubitare?, ho accettato di fare il mio rapporto, ogni settimana, al cittadino FouquierTinville.
Cos adesso io ti racconto ogni cosa per filo e per segno e tu pi tardi lo scrivi, con tutto il tuo
comodo, lo so che non maneggi bene la penna. Labate Melrd al presbiterio ti picchiava sulle dita per
la disperazione. Ma a forza di insistere, di costringerti Ho avuto ragione, lo vedi?, almeno ora puoi
farti onore scrivendo tu stesso un bel rapporto.
Per apri bene le orecchie, perch, quando ho accettato, ho detto: lo voglio fare con coscienza il
mio dovere di patriota, e anche tu devi farlo nel modo onesto che ti ho insegnato.
Ne conosco fin troppi di tangheri che non ci pensano due volte a imbrogliare la patria e la
Rivoluzione per il proprio tornaconto.
Se li conosco io, dovresti conoscerli anche tu
Certi volontari, tanto per dire
Si arruolano alla barriera di Bondy, escono e rientrano mezzora pi tardi dalla barriera
successiva, un modo per fregare i soldi dellingaggio, non lo sapevi?
Non tutti sono come te, che per la Repubblica andresti al fronte di corsa, senza la minima
preoccupazione per la tua vecchia mamma.
Io? No che lamenti?, ti pare che mi stia lamentando?, smettila di rimbrottarmi. Lo vedi: mi
sono impegnata. E poi non credere che non me ne renda conto, non c bisogno che me lo spieghi, so
benissimo che fabbricare fucili allarsenale  pericoloso quasi quanto andare al fronte. C chi ci perde
la gamba, chi il braccio e chi la vita. Come in guerra. Ma allora perch, se hai le tue battaglie, vuoi
cercartene delle altre?
I soldati lanciano la folgore e voi la costruite,  ben per questo che non avete lobbligo di leva:
fate gi parte dello stesso esercito e gli arsenali sono i vostri campi di battaglia.
Per almeno posso portarti il gavettino con il caffellatte, allarsenale!
Anche se laltro giorno, quando sono venuta a consegnarti la biancheria pulita, ho pensato:
questo figlio mi diventer sordo o peggio. Tra il fischio dellacqua e il sibilo delle mole, lo strepito
dei trapani e lo scoppiettio delle polveri, per non parlare del soffio delle fiamme e delle scintille che
sprizzano dalle lime, non sarebbe la prima volta che prende fuoco tutto quanto! Proprio una bella
invenzione, la polvere da sparo. Sar la rovina degli uomini.
Perch, perch Ma non lo capisci da solo? Perch ci si abitua a non guardare in faccia il
nemico e quando non  pi necessario guardarsi in faccia e una sola persona  in grado di farne saltare
in aria tre, quattro, dieci
Per fartela breve, ho pensato: un ragazzo che sa leggere e scrivere e deve starsene in mezzo ai
rumori dellinferno! Ci sono molti modi di servire la Repubblica e sarebbe pi vantaggioso per tutti se
certe capacit non andassero sprecate. Se tu, per esempio, potessi entrare nel Comitato di Sorveglianza
dellasezione
Certo, sono daccordo, vuoi che non lo sia?, non devi spolmonarti a convincermi: tutti
dobbiamo fare il nostro dovere e, aggiungo io, con scrupolo e lealt. Ma ognuno a modo suo, perch
ognuno ha la sua parte nel grande sforzo che la Repubblica ci chiede.
La mia sta nel riferire ci che accade nella casa di cura diretta dal dottor Lescourbiac.
Non mi sottraggo, lo vedi, Michel. Io il mio dovere lo faccio e spero che la mia dedizione venga
riconosciuta e che tu possa trarne qualche beneficio, figlio mio.
No, santo cielo, non pensavo a vantaggi illeciti.
Insomma, la mia mansione  riferire e io riferisco, sar il cittadino FouquierTinville, di volta in
volta, a stabilire se sono cose che interessano oppure no.
Non credo che per lui sia di un qualche interesse, per esempio, il fatto che ho dovuto
spidocchiare la piccola Thrse, ma tu scrivilo ugualmente.
Ora te lo spiego, il perch
E non dimenticarti di precisare che Thrse  figlia della cittadina presso cui presto servizio da
dieci anni. Prima, te lo ricorderai, gridavo tutto il giorno per vendere legna sul lungofiume
Saint-Bernard. Poi, per grazia di non so quale santo, la signora mi ha provato,  rimasta contenta e io
sono diventata una camerista rispettabile, con tanto di cuffia inamidata. Che il cielo gliene renda
merito. Anche se mi ci sono rotta le ossa, al suo servizio, non  che ci ha rimesso, la signora. E dovr
darmi le referenze quando me ne andr, perch me ne andr, te lo prometto, Michel. Se trovassi una
brava patriota, una casa perbene
Sempre serva s, per mi spieghi tu cosaltro potrei fare? Rimettermi a gridar legna sul
lungofiume? E senza le referenze della signora Narbonne, Rivoluzione o non Rivoluzione, questo mi
toccherebbe.
Basta, non voglio discutere con te.
Tornando ai pidocchi, la bambina li avr pure presi da qualche parte e, dato che non le 
permesso uscire,  ovvio che li ha presi qui. Cosa significa? Che la casa non  tenuta come si deve. Non
so se questo sia un crimine. Ne dubito. Per tu scrivilo lo stesso, anche se  di crimini che io devo
riferire: discorsi controrivoluzionari, cospirazioni
Santo cielo no!, non la sto tirando in lungo. Fammi pensare
La cittadina Narbonne, la mia padrona, per cominciare da lei, non mi sembra molto propensa
alla cospirazione.  vero che  sospettata in quanto moglie di un uomo che metteva in circolazione
assegnati falsi, danneggiando in questo modo le finanze della Repubblica. Ma forse che un marito si
preoccupa dei sentimenti della moglie, in particolare quando si tratta di affari? E poi, ti parr una
bestemmia, ma una persona sospetta, a mio giudizio, non  per ci stesso colpevole. Si fa troppa
confusione nelle sezioni, e su questo punto non mi farai cambiare idea neppure tu, Michel.
Quello che io vedo e so per certo  che lei, dopo la fuga odiosa di suo marito, si  ammalata dal
dispiacere. Ha una natura troppo sensibile. E questa natura la rende soggetta a terribili emicranie che la
tengono sveglia, nonostante le molte tisane di acqua di melissa. Adesso vuole provare unaltra cura,
inventata da un medico viennese che ha fatto fortuna a Parigi, una specie di guaritore, cos ho capito.
Pi o meno come il vecchio del PontNeuf, ti ricordi?, ma molto pi bravo. Quello curava con le
chiacchiere: sta tranquillo, amico mio, che fra quindici giorni mangeremo assieme una bella lombata,
ma non andava pi in l. Il viennese e i suoi seguaci non si perdono in ciance, curano con il tatto, con le
dita Che dirti, speriamo che sia la cura giusta, povera signora.
Altro che cospirare! La verit  che da quando quel vigliacco fanfarone di suo marito  scappato
per evitare la giustizia repubblicana, la cittadina Narbonne ha ununica preoccupa zione: rimediare di
che vivere, per s e per la figlia, che ha laspetto di un angelo ma  pi maligna di un folletto, te lo dico
io che lho vista nascere. Lei s che se fosse grande ma  soltanto una bambina.
In conclusione, le cospirazioni della Narbonne io le conosco e ti assicuro che non hanno niente
a che spartire con la Rivoluzione.
Riguardano piuttosto il modo di procurarsi un vestito nuovo o di pagare il dottor Lescourbiac,
molto impressionato dai suoi sorrisi ma intransigente per quanto riguarda la puntualit dei pagamenti.
Detto fra noi, Michel, uomini disposti a farle credito ne potrei contare pi duno, ma questo non
lo scrivere. Quanto a lei, mi pare che abbia scelto, e scelto bene, ma anche questo non lo scrivere. Sai,
si tratta del cittadino Lasnier, un detenuto molto particolare, a cui il denaro non manca. Nemmeno le
visite gli mancano. Ma posso dire, in tutta onest, che siamo di fronte a un cospiratore?
Lapparenza  di un uomo spiccio, che non rinuncia a portare un diamante grosso cos al dito
medio, tutto preso dai suoi affari ma cordiale, quando ne ha voglia. Sempre a fare conti, a dividere e
moltiplicare, sempre con la gobba sulle carte, fino a sera. Spende un patrimonio in lumi e candele. Eh,
Ccile, la mia non  guerra di soldati In effetti i suoi visitatori sono notai, finanzieri, agenti di
cambio. Si annunciano alla portineria e vengono fatti passare senza ispezioni. Vedi, Ccile, i miracoli
della Provvidenza. Io non so che nome abbia questa Provvidenza, perci, Michel,  meglio andarci
cauti e non scrivere niente.
D quel che ti pare, ma a me sembra che non avete fatto un lavoro di fino, buttare gi
laristocrazia di nascita per mettere su laristocrazia delle fortune!
Non ti arrabbiare, adesso. No Perch dovrei prenderti in giro? Il mio rapporto, ci sto
arrivando. Ma aspetta, ho bisogno di sedermi un poco, la mia caviglia non migliora e anche se tut te le
sere, prima di dormire, la ricopro di sego caldo, guarda, continua a gonfiarsi.
Ahhh ora s, questo ceppo pare messo qua apposta.
Va bene, va bene, vengo al dunque.
Gli ospiti nuovi la de Gouges, ecco,  lultima che la carrozza del Tribunale ci ha scaricato.
Uninsolente piena di superbia.
Le piace scrivere, mi hanno detto. Ma cosa pu scrivere una donna?, non sta l il pericolo. Le
donne sono pericolose se gli dai in mano il coltello! Non per niente la Convenzione ci ha vietato le
armi. Si  visto luso che ne facciamo, perfino contro i padri della patria, come quella sciagurata della
Corday!
Ma scrivere? Ci vuole un bel po di arroganza per mettersi in testa una cosa del genere, e la de
Gouges  unarrogante che si pavoneggia da filosofa. Ha un devoto, qua dentro: lassistente del dottor
Lescourbiac, che  giovane giovane, con due mani miracolose, bianche, fini. Con queste mani dovrebbe
guarire la mia padrona.
Gi, staremo a vedere.
Vuoi che non lo sappia?, certo che lo so come si chiama:
Claude Fraz, e la sua devozione per la signora filosofa  molto diversa da quella che il
cittadino Lasnier nutre per Charlotte Narbonne. Li ho osservati bene e ti posso assicurare che la de
Gouges, con lui, non ha bisogno delle grazie della giovent. ȅ come chiamarla, seduzione dello
spirito? Ah, Michel, non credevo che al mondo esistesse una seduzione simile! Mi fa venire i brividi,
perch  come se le carrozze potessero andare senza cavallo.
Ma ora fammi alzare. E aiutami a portare dentro la legna, per favore, almeno ti fai vedere e tutti
sapranno che se ho perso tempo nella legnaia  stato per scambiare due chiacchiere con mio figlio.
I sospetti, caro mio, ci sono dalluna come dallaltra parte, non dimenticarlo.
Certo che ho finito. Che altro potrei raccontarti?
Mi dispiace, davvero, che non succedano avvenimenti di maggior peso, a parte le solite
sparizioni Di viveri, intendo.
Carne, vino, farina. Ma questo non nuoce alla Repubblica, va soltanto a danno dei prigionieri.
Sono loro a pagare e per di pi in anticipo, perci come pu nuocere il traffico di un po di roba belle
pagata?
Non insistere, per oggi ho finito, Michel. Dovrei inventarmele le cose, per soddisfare le
aspettative di sua eccellenza, il cittadino FouquierTinville?
Per non dispero che un giorno o laltro non accada qualche fatto di rilievo, grazie magari alla
de Gouges e al suo devoto.
Scrivilo questo, Michel. Scrivi tutto per bene, prenditi il tempo che ci vuole ma mettilo in una
carta bella pulita, piazzaci sotto il mio nome e aggiungi: il rapporto  stato scritto da mio figlio, un
bravo patriota che aiuta validamente a difendere la patria fabbricando fucili. Bello in grande, scrivilo:
fabbrica fucili, anche se sua madre si  dannata per fargli imparare a leggere e scrivere.
OLympe Stamani sfogliavo una gazzetta accanto alla finestra, mi ero appena svegliata e avevo
le braccia tiepide di sole.
Una settimana fa linverno sembrava vicino e ora invece questo regalo. Ogni risveglio mi offre
giornate di tempo mirabile, come se il mondo mi dicesse: non forzare le cose, se io mi consento una
tregua perch tu non puoi concederla al tuo animo e al tuo corpo?, c un valore nella realt che vivi
giorno dopo giorno.
Anche negli altri scopro la stessa indulgente condiscendenza, a volte un po stanca e dun tratto
fervida, nei confronti della vita. La scopro nella servit e negli ospiti, nelle duchesse senza pi titoli e
nei rivoluzionari senza pi Rivoluzione e perfino nel banchiere Lasnier, con quei suoi traffici ambigui
che volano al di sopra e al di l di qualsiasi governo: il piacere e, insieme, il timore di vivere pulsa nelle
nostre gole e ci fa apprezzare ogni bella giornata, ogni incontro, ogni conversazione, per quanto frivola.
Tutti viviamo dentro una nuda realt e un infinito presente, in questa casa-prigione.
Lescourbiac ci trascorre la sua vita normale, con la moglie e i sette figli. Laltro giorno sono
passata per il suo appartamento e, attraverso le porte socchiuse, ho intravisto divani con i cuscini
scomposti, sedie basse, scodelle rovesciate a terra, giocattoli abbandonati. In un angolo, davanti a un
grande telaio, la moglie era curva sul suo lavoro. Una nuca immacolata. Un vestito severo, da
canonichessa.
E Claude, mi chiedo, di quale tempo fa parte il giovane Claude? Di quale realt?
I suoi occhi mi restano devoti, malgrado i nuovi vestiti eleganti e lorgoglio per quel metodo di
cura che risparmia al malato il disgusto delle medicine.
Ne discutiamo ogni sera, lungo i viali del giardino o nella sala a pianterreno, prima che gli
ospiti di Lescourbiac scendano a occupare i loro posti al tavolo della cena.
Claude insiste sulla scientificit del metodo. E poich la scienza non vive di mistero e non le
occorrono segreti, mi annuncia che dora in avanti le sue sedute di magnetizzazione saranno aperte a
chiunque desideri studiarle.
Gli anatomisti dissezionano in pubblico, perch noi dovremmo nasconderci?
Nella discussione il suo viso si anima, pronto ad adombrarsi come a inorgoglirsi. Si acciglia
quando gli rammento il mistero che permette alle sue mani, e soltanto alle sue, di rendere attivo il
fluido magnetico.
 un dono, non potete negarlo. Un po come il talento.
Forse. Poi ci ripensa. Io per non ho meriti. Ci pu essere merito in uno strumento? E tale
Claude si considera: uno strumento, pi adeguato di altri, pi adatto a facilitare il passaggio del fluido
dalle creature al mondo e dal mondo alle creature.
Un mediatore, in definitiva, tra luniversale e il particolare.
Tende le mani davanti a s, il dorso verso lalto, quindi gira il polso e flette le dita che
inavvertitamente mi sfiorano.
E se lui arrossisce e se io arrossisco del suo arrossire, anche questa  realt.
Le tende sono chiuse ermeticamente. Agli angoli della sala, coppie di candelabri formano aloni
pi chiari e muovono un gioco di luce alternata allombra. Una fosforescenza fluttua ne gli specchi bui
che si fronteggiano e inghiottono tutto lo spazio.
Lasnier mi  seduto accanto. Tiene entrambe le mani incrociate sopra il ginocchio destro, scosso
da un dondolio nervoso.
Oltre a lui e a me, altri quattro spettatori attendono che cominci la seduta. Un silenzio carico di
aspettative. Di una curiosit che si tinge dansia.
Le spalliere delle nostre sedie si toccano e disegnano un semicerchio.
Al centro, isolata, rivolta verso di noi, una poltroncina con esili gambe di legno dorato. Tutta la
luce dei candelabri si raccoglie sui braccioli rivestiti di velluto e sullo scialle di seta azzurra che copre il
seno di Charlotte Narbonne. Dalla gonna le spunta una di quelle pantofoline che si comprano nella
bottega del maestro Bourbon, in rue VieuxAugustins.
Claude  in piedi davanti a lei. La frangia corta sulla fronte, la gota pallida, lorecchino che
spicca in una penombra mobile.
Non  un medico, non  nemmeno linnocente strumento di una forza naturale, come pretendeva
appena laltro ieri, bens langelo vendicatore della malattia.
Quando si muove, lo fa con una lentezza estrema. Le sue spalle si curvano, il profilo serio,
severamente composto, si avvicina alla figura adagiata sulla poltroncina di velluto. La figura si ritrae.
Lui si raddrizza e resta immobile in una concentrazione tesa, vibrante. Poi con la punta delle dita
prende a sfiorare la fronte di Charlotte e, mentre la tasta e la carezza, le chiede dei suoi disturbi,
lemicrania, gli spaventi notturni. Parla, interroga e tocca la gola, le tempie, le palpebre che vanno
abbassandosi sugli occhi.
Un flebile lamento schiude le labbra di Charlotte Narbonne.
Ora sono talmente vicini che le spalle di Claude nascondono in parte il busto di lei, lasciano
indovinare soltanto il morbido gonfiarsi e sgonfiarsi del respiro sotto lo scialle di seta. La voce si fa pi
insistente, pi prolungata la pressione delle dita: dove, in quale parte del corpo sentite nascere i vostri
spaven ti?, ogni spavento ha un luogo, dov il vostro?, qui?, o qui?, e i polpastrelli si ostinano intorno
alle tempie, sulla fronte. Lei geme e finalmente risponde, ma con una voce rallentata che non  la sua e
non va oltre il breve cerchio di luce attorno alla poltrona.
Sento Lasnier che si agita sulla sedia e accentua il dondolio del piede.
Claude domanda di nuovo, mormora, sussurra. Cos piano che non riesco ad afferrare le parole.
Le sue mani sono sullo scialle, scivolano sotto il seno. I pollici fanno perno sullo stomaco mentre le
lunghe dita si aprono, si allargano a ventaglio e con un movimento rotatorio massaggiano lentamente i
fianchi.
Il calore, chiede con voce sommessa ma questa volta udibile, avvertite il calore? Il corpo sulla
poltrona si rilassa, si abbandona contro lo schienale e lui si avvicina ancora di pi, stringe le ginocchia
di lei fra le sue. Le mani si muovono con moto regolare sulladdome, sul ventre. I volti quasi si
toccano.
Dentro il silenzio della stanza, dilaga il respiro di entrambi.
Largo. Forte.
Nello specchio, sulla parete dirimpetto, scorgo il fantasma di Lasnier che divora la scena con un
barbaglio acceso nello sguardo. Mi giro di scatto verso il Lasnier in carne e ossa, verso le sue gambe
accavallate e il piede nervoso. Che gioco  questo?
Nello stesso istante Charlotte reclina la testa e copre gli occhi con il palmo della mano. La sua
respirazione si fa breve e interrotta e anchio dun tratto avverto un calore che dalle caviglie sale alle
ginocchia e dalle ginocchia alle cosce, talmente rapido che non  possibile fermarlo.
Lo scialle sul seno di Charlotte si apre e rivela il corpo sotto la trasparenza di una camicia.
Vedo laffanno che lo fa tremare.
Vedo le dita di Claude che inseguono con spietata sicurezza ogni pi piccola contrazione.
Quando il tremito si arresta, lui allenta la morsa delle ginocchia e fa un passo indietro. Dopo
qualche tempo lei abbas sa la mano dalla fronte con lindolenza spossata di chi emerge dal sonno.
Rialza le palpebre e i suoi occhi hanno uno sguardo perso e luminoso.
La crisi  passata.
E anche il calore  defluito dal mio corpo, dalla luminescenza degli specchi, dalla semioscurit
che ci circonda, dal bracciolo vellutato della sedia, da tutta la stanza.
Lo scialle  rimasto aperto sul seno di Charlotte e Claude, con una mossa impercettibile, ne
accosta discretamente i lembi.
Quindi si volta. Butta la testa allindietro e la frangia si scompone e brilla. I suoi occhi frugano
nella penombra, mi cercano con il sorriso propiziatorio dellartista che interroga il suo pubblico.
Justine
La riconosco e non la riconosco, la mia cucina. Mi fa specie vederla con la cappa sgombra,
nudo il muro a ridosso del camino, dove le padelle per la frittura, le graticole, i mestoli e i ramaioli, che
erano appesi l per il manico, hanno lasciato certi vuoti che paiono lincubo di un goloso.
Tutta la casa  vuota. Della pienezza precedente non  rimasto che qualche graffio sugli stipiti.
Ma la signora Hyacinthe  stata abile, non lavrei mai detto.  diventata grande, la piccola signora. Ha
contrattato oggetto per oggetto con lufficiale giudiziario e ha blandito Victor perch portasse gi, fino
alla carrozza, i tre famosi bauli. Tre ne voleva e tre ne ha portati via, con lintera truppa di gatti,
pappagalli e canarini. E io sono rimasta con i cani in questa casa senza mobili, in questa cucina orba di
pentole.
Pazienza, domani me ne andr anchio. Passa in fretta una notte.
Una notte ad ascoltare il silenzio della casa.
Hai un orecchio da filosofo, mi prendeva in giro la mia Babichette.
E allora stasera ascolter il silenzio con il mio orecchio da filosofo.
Justine che non ha niente da fare! Mah.
Ascolto e penso: sette anni, ne mancano sette al nuovo secolo, che altro pu capitare?
Rivoluzioni, miracoli, profezie.
Abbiamo gi tutto. In Vandea i morti resuscitano, il Messia  apparso nellArtois e dalla sua
guardiola la moglie del nostro Victor predica lavvento di Robespierre, profeta del popolo, e stampa
baci sulla sua immagine che va a ruba fra le serve del palazzo.
Sette anni. Quante disgrazie ancora ci toccher sopportare?
Mi tiro in grembo il muso del generale Alessandro, che mi faccia un po di compagnia. Siamo
soli, caro il mio bestione.
Guarda Montesquieu.  come la tua padrona, non sta mai fermo, ci sfugge. Per fortuna che ci
sei tu. Il generale chiude gli occhi e sbava di gratitudine sul mio grembiule.
Potrei starmene qui seduta allinfinito. Nessuno mi chiamer, nessuno ha bisogno di me. Un
essere inutile. Abbandonato.
Non mi sono mai sentita tanto sola come in questa casa e in questo momento.
Tranne una volta.
Eh s, quel brutto inverno che mi sono ritrovata in una stanza sotto i tetti, sulla riva sinistra della
Senna, nel punto in cui le case si allungano verso lalto, cinque, sei piani gira la testa a guardarle di
sotto in su. E io ero l a battere i denti in una stamberga muffita, arredata con un pagliericcio, un
secchio e una bacinella. Senza denaro, senza parenti, senza amici, senza nemmeno un braciere a cui
scaldarmi i piedi. Senza niente e nessuno, perch limbroglione che mi aveva portato fin lass era
sparito, lui e la sua livrea dorata. E Parigi, per una donna che non ha denaro o protettori,  un deserto.
Cos piangevo zitta, tutta ripiegata a un capo di quel pagliericcio puzzolente, lacrime silenziose
che mi bagnavano i polsi.
Finch non ho sentito qualcuno che saliva le scale. Subito, ho riconosciuto il suo passo.
Le mancava meno di un mese al parto eppure  salita ansimando, un gradino dopo laltro, fino
allultima rampa, che aveva una corda per corrimano ed era ripida e dritta come se dovesse bucare le
nuvole scure di Parigi. Ma lei  venuta su ugualmente e si  fermata dietro luscio, chiamandomi
sottovoce, pazientando perch io mi vergognavo e mi rifiutavo di aprirle. Mi chiudevo le orecchie con i
pugni pur di non sentire la voce della mia Babichette che diceva: vieni, torniamo a casa, sei una
testarda, sono qua per riportarti a casa. Ostai, sussurrava dietro la porta nel nostro vecchio parlare
paesano, ostai, e la lingua le schioccava contro il palato.
Entra, e, per rendere pi manifesto linvito, spalanco luscio.
Non rester sola stasera, alla fin fine.
Ma Rene si  impuntata sulla soglia, la bocca semiaperta in unespressione stolida, ciocche
rosse e spettinate che le escono da un lato della cuffia. In braccio il figlio piccolo, quello dal nome
impossibile: La Montagna. Un cosino che sbava saliva sulla camiciola con unabbondanza da far
invidia al generale.
Avanti, che aspetti?
Il giorno se n andato da un pezzo e per venire a bussare a questora, attraversando mezza citt
senza spaventarsi del buio e delle pattuglie, un motivo lo deve avere.
Ti ha picchiata?
Chiude dun colpo la bocca e, spingendo il mento allins, mi pianta uno sguardo impavido
negli occhi.  di nuovo la lavandaia battagliera dai polsi forti e la pettorina agitata.
Nossignora. Lho visto dallaltra parte della strada che camminava di traverso e faceva volare i
sassi con il bastone
Quando cammina a quel modo, so io cosa significa.
Ha svegliato i figli pi grandi, li ha spinti in casa di unamica che abita sullo stesso pianerottolo
ed  scappata con La Montagna che  troppo bambinetto per essere lasciato a qualcuno, fossanche una
sorella, nel cuore della notte.
Non  la prima volta, indago.
Rene asciuga con la punta dello scialle un profluvio di saliva e moccio, mentre il piccolo
emette dei vigorosi gorgoglii di protesta.
Non  la prima volta, conferma.
Le  gi successo di svignarsela nelloscurit per rifugiarsi da una vicina o da qualche
compagna di lavoro. Ma lui ormai le conosce una per una e fa il giro delle case, bussa senza ri spetto, si
piazza sulle scale e grida e insulta e non fa dormire nessuno, tanto che una sera la cittadina Charton,
che  una padrona comprensiva ma non ne poteva pi, gli ha tirato un ferro da stiro di quelli pesanti, da
lenzuola, e gli ha quasi fracassato una spalla che ancora, quando cambia il tempo, gli duole.
Da me non verr. Entra.
In cucina non c freddo, ma Rene trema di un tremito involontario da capo a piedi. Sulle sue
braccia, nude fino al gomito, la peluria  irta come i denti della spatola con cui sfrega i panni gi al
fiume. Una donna grande e robusta che trema cos fa impressione, non pare naturale.
Quant piccola questa Montagna, provo a scherzare, cercando di prendere in braccio il
bambino. Rene lo serra al petto in un gesto istintivo di difesa, poi, ravvedendosi, farfuglia una scusa,
gli alza un poco la cuffietta e scopre, a mio esclusivo beneficio, un minuscolo orecchio con un lobo
bianco e tondo, una fredda goccia di madrcperla.
Se ti vuoi riscaldare, c della minestra.
Non una vera cena, perch in casa non c pi niente, n tegami n cibo n legna per il camino,
soltanto un po di carbonella per il treppiede, quanto serve per ribollire una minestra di verdura
nellunica pignatta superstite.
Sventaglio la brace che manda lampi rossastri sotto il cerchio di ferro. Non mi piace stare in
piedi davanti al fornello.
Sar moderna la posizione eretta, sar magari una conquista civile, come sostiene la mia
Babichette, ma vorrei capire perch devo cambiare abitudini alla mia et. Lei che parla di diritti
perch dovrei rinunciare al diritto di accucciarmi davanti al camino a rimestare tranquilla come ho
sempre fatto, con il fuoco che mi soffia il suo meraviglioso calore in faccia?
Non mi ci adatter mai a questa maniera di cucinare, borbotto.
E infatti la minestra si  attaccata e allassaggio risulta amara quanto il tonico del dottor
Tronchin, quello che la signora Hyacinthe usa per regolare lintestino dei bambini. Ma Rene se ne
infischia. Mangia avidamente a un angolo del tavolo, affondando il cucchiaio - il mio - nella pignatta.
Guardo le sue mani dalle unghie spezzate fino alla carne, che una volta ho visto sanguinare sulla
biancheria pulita. Questa donna tutta ferro da stiro, scaldino e lingua, tutta votata alla causa giacobina,
che in sezione urla, sbraita e mette paura a cento uomini, in casa, poi, non ne sa tenere a bada uno.
Perch non divorzi?
Conosco due o tre donne, nei dintorni, che hanno profittato di questo dono della Rivoluzione.
Anche la mia padrona, se  per questo, ne ha profittato. Ha dovuto farlo, racconta, perch suo
marito aveva preso una malattia da una di quelle disgraziate che dormono fra le stanghe dei carri alle
Halles e lei non voleva pi coricarsi con un uomo che piscia verde. Dovere del matrimonio  il
riguardo, aveva detto la cittadina Charton. Quando non c il riguardo, e non solo aveva divorziato,
ma aveva anche offerto la sua fede nuziale alla patria come ringraziamento per averla liberata da quel
pessimo soggetto.
 cattivo, suo marito.
E il tuo cos? Farina da ostie? Ti picchia.
Solo quando lincattivisce il vino.
Non beve per vizio, lo difende Rene, il cucchiaio ritto nel pugno chiuso, come una bandiera
alzata a presidiare un confine.
In bottega  solo, dalla mattina alla sera. Io almeno vado in giro a riportare la roba a questo e a
quello. Lui invece tutto il santo giorno sopra una sedia, a ribattere chiodi e rappezzare stivali. Posso
criticarlo se gli vien voglia di bersi un goccetto in compagnia?
Ma poi ti picchia.
Quando riesce ad acchiapparmi.
Scuoto la testa. Mia madre, benedetta, non si stancava di ripetermelo, anche se non avevo let
della ragione e non potevo capire: meglio farsi serva di Dio che delluomo, diceva, e io non capivo ma
ancora me lo ricordo.
Thrde
Il giorno del mio compleanno  scomparso il sole.
Eppure era l, in mezzo al pi fantastico cielo di settembre, quando mi sono svegliata e sono
scesa dal letto di corsa spalancando le imposte senza laiuto di Ccile.
Li avevo tanto attesi i miei otto anni! E finalmente erano arrivati e io avrei avuto un nastro
bianco, uguale a quello di mamma, da intrecciare ai capelli, e il posto a tavola. Per un giorno intero, a
pranzo e a cena, avrei avuto diritto alla mia sedia accanto al signor Lasnier, che non  simpatico ma
almeno mi tratta con considerazione e non  prepotente come i figli del direttore, che vorrebbero
costringermi a giocare con quei loro stupidi legnetti di bosso, un gioco che mi fa sbadigliare solo a
pensarci.
Il sole stava dunque l, in mezzo al cielo, e ancora io non sapevo che sarebbe scomparso quando
mamma  venuta a darmi il buongiorno.
Forse aveva giocato a carte tutta la notte, perch era vestita da capo a piedi e aveva un aspetto
alquanto avvilito. Si  messa sulla panca in fondo al letto e io sono andata a sedermi accanto a lei.
Torceva un paio di guanti, a testa bassa. Poi ha cominciato a barbugliare, segno che doveva inventarsi
qualche scusa e che le dispiaceva doversela inventare, ormai ho imparato a capirla, e infatti alla fine mi
ha confessato di non essere riuscita in alcun modo a procurarsi il nastro che mi aveva promesso.
Io ho fatto un cenno per dire: pazienza!, anche se non potevo parlare perch il cuore mi si era
strizzato in petto. Ma dimprovviso lei ha battuto le mani, si  illuminata in faccia ed  balzata in piedi:
svelta, alla toletta, che oggi  un giorno davvero speciale! Cos ho saputo che il sole sarebbe
scomparso. Proprio il giorno dei miei otto anni. Non per sempre e non del tutto, ma a met e per pochi
minuti verso le dodici del mattino, e perci bisognava prepararsi in tempo a gustare lo spavento di quei
pochi minuti.
Era la mia festa, perci ho avuto il permesso di curiosare ovunque per conto mio. Non avevo
mai visto tanta animazione, nemmeno per le letture a voce alta della signora Gerbaud.
Tutti sapevano gi del prodigio e si preparavano, perch non si pu guardare direttamente il
disco del sole quando si spegne, e per questo Ccile e le altre andavano allestendo grandi bacinelle
dacqua dove il sole si sarebbe specchiato e noi avremmo potuto spiarlo mentre si oscurava come un
tizzone stanco. E un bel vantaggio vivere in una casa piena di scienziati che tengono sotto controllo
perfino il cielo.
In cucina, ho sentito per le sguattere che sghignazzavano, convinte che si trattasse di una beffa,
perch chi  in grado di conoscere in anticipo quello che far il sole? E la vecchia duchessa si rifiutava
di scendere e bofonchiava e inveiva contro certi saltimbanchi che invece di andare a messa, diceva,
pretendono di sapere quello che ha in testa il buon Dio, quando non arrivano a proporci di adorare la
natura, come nelle foreste dAmerica. Lupi! Lupi che si divertono a divorare le anime.
Ma nessuno si curava dei suoi borbottii e guardie, cameriere, servi e dame andavano avanti e
indietro, pi eccitati di me, a spostare le bacinelle seguendo le indicazioni di un omino dalle mani gialle
come un limone raggrinzito, che io avevo giudicato insignificante e invece pare conosca ogni segreto
del sole e il percorso delle stelle.
Anche la signora de Gouges era rossa in faccia per leccitazione.
Mi sono attaccata a lei, aiutandola a rabboccare lacqua nel bacile.  straordinaria, la signora de
Gouges. Non ha due lingue come tutti i grandi, compresa la mamma, che questo  il suo difetto,
purtroppo. Lei no, ha una lingua sola e parla allo stesso modo ai grandi, ai bambini e alla servit. Per
questo mi sono messa ad aiutarla, perch ero contenta di vederle gli occhi di nuovo allegri e si era
disteso quel grumo di rughe che da qualche tempo le sta crescendo tra le sopracciglia e mi procura
tanto dispiacere. Le cresce giorno per giorno e a poco a poco sinfittisce, come se un esercito di
pensieri tristi e brutti si andasse adunando alla spicciolata sulla sua fronte. E pi cresce, pi il suo
umore cambia. Anche le sue risposte, senza essere scortesi, si fanno brusche e perfino il suo cavaliere,
il signor Fraz, non ha successo con lei e si sforza invano di strapparle un favore, unattenzione.
Insomma, con quel grumo in fronte diventa come tutti, che sono infelici perch odiano questo posto.
Eppure allinizio le piaceva quasi quanto a me, specialmente il giardino. Faceva grandi respiri,
passi lunghi e mi raccontava storie bellissime di viaggi in Lapponia o nellAfrica dei negri. E quando il
signor Fraz si aggiungeva a noi, non sinterrompeva per conversare con lui piantandomi in asso come
avrebbe fatto una dama qualsiasi, ma seguitava i suoi racconti fino alla loro naturale conclusione.
Dunque ero contenta che almeno il giorno del mio compleanno fosse tornata come prima, con
quel sorriso allangolo della bocca che  meglio di un abbraccio, e pazienza se conservava unaria
distratta, un poco assente. Io, a ogni modo, le stavo appiccicata al fianco perch volevo guardare
insieme a lei il sole quando si sarebbe spento nellacqua. Ma poi succede che arrivano i figli del
direttore e si mettono di vedetta attorno alle bacinelle. A capo di tutti e sette quello spilungone del
primogenito, con le sue interminabili strusciate di moccio ai polsi.
Allora mi scosto e, mentre mi faccio da parte, vedo Jupin che si allontana quatto quatto in
direzione della legnaia, cos, senza farmi accorgere, gli vado dietro.
La legnaia  un posto che mi piace moltissimo, forse ancora pi del giardino. La polvere che si
alza dai tronchi sa di fumo e mi fa venire il pizzicorino al naso. Fra una catasta e laltra corrono strani
animaletti del colore delle foglie secche e lucerto loni picchiettati di verde, che si fermano a fiutare
laria e spariscono in un baleno. Anche a Ccile credo che vada a genio, perch viene qui a parlare con
suo figlio e io lo scopro ogni volta per via della puzza che si lascia dietro.
Tutto il contrario di Jupin, che ha un odore buono.
Dunque entriamo l dentro e lui tira fuori i cartoncini con le facce disegnate del signor Capeto e
di Carlo IX. Glieli regala suo padre, non per devozione ma, al contrario, perch li butti a terra, li
calpesti e sputi sopra quelle odiose, detestabili facce di tiranni. Un gioco divertente, per mamma non
deve sapere che ci gioco anchio. Cos calpestiamo ben bene quelle facce grasse e poi ci nascondiamo
dietro una piramide di fascine accatastate.
Lo spazio  poco e in due si sta stretti, ma noi ci mettiamo vicini vicini e io respiro forte con il
naso il suo odore che ricorda quello della legna. Da una fessura controlliamo il sole che ora manda una
luce scolorita. Jupin mi gratta la caviglia con il ferro delle sue scarpe dure e io gli rispondo con un
morsetto sul collo. Anche il suo sapore  buono, di terra grassa e, fra le orecchie e i capelli, di erba
asprigna. Lui si divincola, ridendo con la mano sulla bocca per non farsi sentire. Gli do un altro morso
e mi lecco le labbra. Dalla fessura entra una luce fioca.
Mi scappa un grido: se ne va, se ne va davvero!
Strizziamo gli occhi per non perderci lo spettacolo del sole che adagio adagio viene mangiato
da unombra leggera ma profonda, fantastica, piena di movimenti e di forme, ci sono anche le mie
mani, s, le vedo che spuntano da quellombra e si muovono per trarre suoni dalla tastiera dello
spinettino. Ahi che pena, che nostalgia!
Sfrego il naso contro la spalla di Jupin e, piano perch non ci scoprano, comincio a cantargli
allorecchio una canzone e unaltra ancora. Dentro la fessura, il sole diventa una pupilla enorme, met
nera e met infuocata come locchio del diavolo, e io canto tutte le canzoni che mi ha insegnato
mamma e quelle che mi facevano cantare gli amici di pap nella sala da gioco, fra una partita e laltra.
E mentre canto dalla legna sale un freddo umido e la luce si fa sottile come una ragnatela e non appena
i fili della ragnatela si posano allintorno, sui ceppi, sulle pale, sulla terra scura che  rimasta attaccata
alla lama di una vanga, ogni cosa perde colore e si immalinconisce.
Poi lentamente i colori ritornano e il sole  bello grande, come sempre, ma io me lo ricorder,
oh se me lo ricorder il suo regalo di compleanno!
Il cielo e la casa, tutto era di nuovo calmo, quando il padre di Jupin ci ha portato una bella
notizia: mamma ha ottenuto la grazia e saremo di nuovo libere. Ancora la lettera ufficiale non 
arrivata, ma arriver presto, prestissimo.
Mamma ha pianto e mi ha abbracciato. Non aveva mai fatto una scena tanto lacrimosa. Che
sollievo, diceva, mia povera Thrse, ti guardo e provo lo stesso incredibile senso di leggerezza che ho
sperimentato alla tua nascita, come se fossi diventata madre per la seconda volta, bambina mia. Io mi
lasciavo abbracciare, ma ero tutta rigida e non osavo muovere nemmeno un dito per limbarazzo. Non
mi aveva mai parlato a quel modo, ma dalle sue lacrime ho capito che mi vuole bene davvero e che si
era molto preoccupata per me, e allora, di colpo, mi sono preoccupata anchio invece di partecipare alla
sua felicit.
Era raggiante, la mamma.  finita, gioiva, fra poco tutto questo - e sventolava la mano per aria -
far parte del passato.
Ma io avevo un groppo in gola e inghiottivo a vuoto quando sentivo sulle mie guance le sue
ciglia umide. Lei riprendeva ad abbracciarmi e carezzarmi e a me tornavano in mente gli occhi di
Jupin, lucidi come lacca cinese, quando lavevo morso sul collo. Ce ne andremo, ripeteva mamma, ce
ne andremo e questo sar solo un brutto ricordo, e io abbassavo il mento, pensavo a Jupin che sarebbe
rimasto a giocare nella legnaia e mi domandavo:  questo il passato di cui parla mamma, questo male
al cuore, tanto simile alla pena che ho avvertito quando il sole si  coperto e dalla fessura della legnaia
 entrata lombra?
A Ccile ballava una palpebra per lemozione, sembrava che ammiccasse. La lettera di grazia.,
non la smetteva di esclamare alzando le mani a palme in su. Ma ne ha approfittato per dire che quando
non avremo pi bisogno di lei far contento suo figlio e si cercher unaltra occupazione, perch fare la
cameriera  in effetti un lavoro da ancien regime. Mamma si  ripresa immediatamente e le ha chiesto
secca secca se pensava che fosse giusto pigliare una serva a nolo, secondo le necessit del momento.
Una moda disgustosa e immorale.
Nel frattempo, il padre di Jupin non accennava a congedarsi.
Finch mamma, sospirando, non si  decisa a rimestare in un cassetto e a estrarne un assegnato
che gli ha messo in mano, per ringraziarlo del disturbo. Lassegnato era di taglio piccolo e gli spazi
bianchi pieni di scarabocchi e di scritte. Lui lha preso e ha borbottato che non capisce questa mania dei
francesi di sporcare il denaro di carta e ha voluto che mamma gli leggesse cosa cera scritto sopra,
perch non si sa mai, non voleva seccature.
Mamma ha preso di nuovo lassegnato e ha letto: perch rimpiangere loro dal momento che se
ne pu fare a meno?
Molto patriota. Ma il padre di Jupin si  grattato la punta del naso e ha replicato: almeno loro
non si pu sporcare scrivendoci sopra queste stupidaggini.
Olympe
Qu vai viure ses amor
Una voce di donna canta nella lingua della mia giovinezza.
Il vento attizza scintille spingendo tra i rami degli ulivi un respiro caldo e potente.
Mi sveglio di soprassalto per il tepore inconsueto di un braccio che mi cinge la vita. Mi ci vuole
un lungo minuto per ricordare dove sono e con chi e perch sul guanciale ristagni il profumo severo di
un sapone da barba, mescolato a quello pi soave della mia stessa cipria.
Il braccio di Claude mi trattiene, mi impedisce di muovermi in questo lettino stretto che emana
un vago tanfo di muffa.
Avr sempre dormito in letti cos spartani? Lo guardo con tenerezza.
Quelle sue belle mani, che curano e accarezzano, che sanno curare accarezzando.
Mi rigiro nel suo abbraccio. Il ragazzo sorride nel sonno.
Anchio sorrido tra me e me: si  rovesciata lusanza, non sono pi gli uomini che in vestaglia
di taffett vanno a far visita alle signore in camera loro.
I suoi capelli mi solleticano la guancia. Corti. Fitti. Una pelliccia di gatto. Si aprono docili sotto
lo scorrere delle mie dita e tornano a chiudersi appena li lascio. Una sensazione che  unisola di
tranquillit.
Qu vai viure ses amor
Qu vai ma la pausa  finita. Le mie spalle nude sono gelide.
Il mio corpo  gi evaso, scivolato fuori dallabbraccio. I suoi capelli sul cuscino, il lungo arco
della schiena che si perde sotto il lenzuolo, non hanno pi la forza di trattenere il mio sguardo.
Con la mente sono a rue de Harlay. Vedo il mio studio con le finestre aperte sul cielo di Parigi,
il cuscino verde di madame de Svign, lo scrittoio ormai svuotato dei miei oggetti e delle mie parole.
Un mondo che non  pi mio. Che vive dietro il mio orizzonte. Allora ritorno a questo carcere che
finge la normalit, a questi giorni che mi hanno regalato una dolcezza inattesa, un puro fluire di vita.
E tuttavia non saranno questi giorni che scorrono senza trattenere nulla a salvarmi
dallinesistenza. Giorni spugnosi, che filtrano i miei pensieri, li assorbono, li svuotano del loro succo.
Dov la concordanza fra ci che sono e ci che dico, fra ci che dico e ci che faccio? Vivo in un
limbo. Che mi sembrer pi prossimo allinferno che al paradiso se nel frattempo dovessi perdere la
mia presunzione. Quella che, di fronte a una realt spoglia come una vetta alpina, mi fa immaginare di
possedere una leva capace di smuoverla e rivoltarla per ritrovarci sotto la radice dei sogni.
La stanza  in disordine. Me ne accorgo dun tratto. Quel tipico disordine maschile che
nemmeno uno stuolo di cameriere sar mai in grado di cancellare del tutto. Il pettine e le spazzole fuori
dal loro astuccio e, sulla stessa mensola, il rasoio dal manico di noce, aperto a met, buttato con
negligenza dentro il piatto dottone, un bel recipiente largo, imbiancato ai bordi da vigorose tracce di
schiuma da barba.
Eccomi in terra straniera.
Mi alzo. Mi rivesto stando attenta a non far rumore. Ma il ragazzo  perso dentro il sonno
inestinguibile dei giovani.
Le calze, le giarrettiere, il corpetto che non riesco a chiudere, i lacci pendono dietro e mi
solleticano la schiena. Ho fretta di uscire, di scappare da questo luogo saturo di odori familiari e
stranieri al tempo stesso.
Quvalviure
Scivolo silenziosa per corridoi vuoti. La casa-prigione anco ra dorme. Il cane del custode mi ha
raggiunto e si  messo alle mie calcagna mugolando complice, leccandomi una mano.
Devastazione!, lo rimprovero in un soffio,  cos che fai la guardia?
Dalle finestre che si aprono in sequenza, una di seguito allaltra, intravedo lalba che brilla sulle
punte acuminate dei cocci in cima al muro di recinzione. Lass  il confine della mia vita presente. Una
linea impalpabile che inganna gli occhi.
Mobili lische di luce che ogni sera, al tramonto, si trasformano in uno stretto anello di fuoco.
La Storia verr a scovarti in ogni caso, mi dico scivolando rasente alle finestre. Verr lei a
scovarti, se non sarai tu a fare la Storia.
Ottobre.
Hyacinthe
amico mio, amico mio, quanto mi manchi! Quanto vorrei che fossi qui, al mio fianco, invece
che in un lontano quartier generale, ad attendere, da solo, senza il conforto della tua Hyacinthe, che
qualcuno decida se reintegrarti ancora una volta o mantenerti in uningiusta e assurda sospensione. Se
almeno potessi scriverti liberamente! La censura allontana la mia vita dalla tua. Ci priva dello slancio
spontaneo delle parole.
Che maniera odiosa di dividere due persone! Pi dura da sopportare delle innumerevoli leghe
che separano il mio letto dallaccampamento del tuo generale, piantato l, da qualche parte lungo le
rive del Reno.
Questassenza prolungata e la sorte di tua madre mi gravano sul cuore come pesi da
cinquecento libbre.
Sono cambiata, amico mio. La mattina, alla toletta, punto il gomito sul marmo e interrogo
lestranea che vedo dentro lo specchio: piacerai a Pierre? Gli piacer questa donna con ombre severe
sotto gli occhi, tanto diversa dalla fanciulla di Tours, spaventata ma sorridente?
Fuori lautunno si agita tra le foglie e oscura il cielo. Sulla poltrona davanti al caminetto giace,
con un segnalibro tra le pagine, il volume che raccoglie i primi scritti patriottici di tua madre, quello
stampato nel novanta.
S, ho aperto il baule dove avevo chiuso tutte le sue carte e i suoi libri e ho cominciato a leggerli
in maniera sistematica.
Leggendo, la notte passa in fretta e la mia mente non vaga pi sperduta ma si riempie di idee, di
immagini, di fantasie che ab bracciano la mia anima con un calore diverso ma non meno intenso di
quello con cui il tuo corpo abbraccia il mio.
Per poi arriva lalba e con lalba i doveri del giorno e allora io mi siedo alla toletta, guardo
quellestranea che, nella profondit dello specchio, si passa stancamente il balsamo bianco sugli
zigomi, e mi chiedo se ti piacer o se ti far lo stesso effetto che fa a me Parigi.
Perch anche Parigi  cambiata. Corre, corre come al solito,  una citt che vive di corsa, ma
non si sa pi dove corra.
Le strade un momento sono un fiume in piena, i balconi sui boulevard gremiti di spettatori,
cortei, boati, ragazzotti con il berretto rosso che lanciano petardi fra le gambe dei borghesi, e un
momento dopo tutto  sparito e non  rimasto che il grande vento di sud-ovest a tormentare viali,
lampioni e finestre.  difficile, in questa Parigi che muta volto troppo rapidamente, separare la festa
dalla minaccia: ormai vanno assieme, procedono fianco a fianco, come le carrozze che portano le
signore a teatro e le carrette che trascinano alla sepoltura i clienti di Sanson, il boia travestito da
gentiluomo.
Se Roma ebbe un Nerone, amico mio, Parigi ne ha mille.
E una suscettibilit contagiosa serpeggia ovunque, infiamma per un nonnulla.  di moda il
duello allinglese, con la pistola.
Una parola un po aspra, un equivoco, un gesto ambiguo e anche quei deputati che fino a un
istante prima bollavano il duello come un residuo di feudalit e i duellanti con il nome infame di
gladiatori, anche loro si danno appuntamento al bois de Boulogne.
Come se guerra e ghigliottina non fossero sufficienti.
Troppe morti, Pierre.
Ho fissa in mente una frase di tua madre, una di quelle che ho pescato dal suo baule:
basterebbe eliminare i pericoli del giorno - lingiustizia, la fame - per prevenire i pericoli della
notte
Ecco: la Rivoluzione non  riuscita a eliminare i pericoli del giorno e perci sono aumentati i
delitti della notte. Se c chi grida viva la Nazione, c anche chi non ha pi fiato.
Qualche ora fa, quando la vedova Capeto, appena lanno scorso regina di Francia,  scesa dalla
carretta come una cittadina qualsiasi per essere decapitata sulla piazza della Rivoluzione, non tutti
hanno avuto la forza di gridare viva la Repubblica.
Me lha raccontato Mignonne.
Era andata a trovare i suoi per chiedere notizie del fratello, arruolato ad agosto, spedito in fretta
allassedio di Dunkerque e scomparso in quellinferno. Cos, nel tornare indietro verso casa, la folla
lha bloccata. Ha visto tutto.
Io invece non sono uscita e non uscir. Stasera non potrei sostenere lo spettacolo del carro che
attraversa, con il suo carico mortuario, le strade della mia citt.
E non se ne vede la fine
Mio padre  seduto accanto al fuoco, un sigaro spento tra le labbra, e rigira fra le dita il bastone
da passeggio in canna dIndia. La catena doro e il cordone di seta dei due orologi ammorbidiscono la
durezza del suo gilet di panno.
Gilet pesante, parrucca, canna dIndia: il suo modo di vestire non  cambiato e la sua figura
familiare, sempre simile a se stessa, porta dentro la stanza un alito di tempi normali. Ma ogni tanto,
mentre parla, mi accorgo che perde il filo del discorso e quel soffio di normalit cade, si interrompe.
Non  la memoria a fargli difetto:  malato, mio padre, ma di una malattia che gli gonfia polsi e
caviglie, che rende doloroso il movimento ma lascia lucido il pensiero. Se gli capita dunque di parlare a
salti, senza un rigore logico,  soltanto per via della stanchezza.
Il suo  oggi un lavoro ingrato. La polizia controlla le carte con una cavillosit mai usata in
precedenza e pretende di ispezionare a sorpresa e non ha riguardi n per il padrone n per gli affittuari.
Per di pi gli stranieri, quelli che pagavano bene, sono spariti, fra la guerra e la legge sui sospetti.
Dappertutto un triste panorama di case in vendita, case sfitte, cartelli ai balconi e alle imposte chiuse.
Mio padre  un uomo illuminato, ma tutti i suoi lumi non bastano a fargli applaudire per pura
filosofia dei cambiamenti che avvantaggiano altri: lui di certo non ci ha guadagnato con la Rivoluzione.
 e non se ne vede la fine, ripete per la terza o quarta volta, spostando il sigaro della
Martinica allaltro lato della bocca.
 diventata unabitudine questa chiacchierata serale. Questo soliloquio, dovrei dire. Il nostro
appuntamento quotidiano da quando Pierre  partito per il fronte.
Tutte le sere, verso questora, sento il suo bastone che picchia sui gradini di pietra, si ferma,
riprende a picchiare, colpi stanchi, vecchi, disillusi, e ogni colpo rintrona nel mio petto.
Quasi non sta ritto su quei poveri piedi gottosi, ma ugualmente ogni giorno li infila a forza
dentro scarpe brillanti di cera e va a controllare i suoi affari, le case, gli inquilini. Sbriga le sue
incombenze di persona e, nel rientrare, passa ad accertarsi che i nipoti - nipoti maschi, sangue del suo
sangue - stiano bene, che il caminetto sia acceso, che non manchi il latte per lindomani.
Credo che Jean-Hlie e Anacharsis abbiano preso il posto, nel suo cuore, del mio unico fratello,
morto prima chio nascessi e i cui ritratti in miniatura, sparsi ovunque in casa e dipinti perfino sul
coperchio delle tabacchiere, sono stati lossessione della mia infanzia.
Si sente solo, mio padre. Cos viene a sovrintendere alla nostra vita e a riposarsi sulla poltrona
davanti al fuoco.
Gira il bastone fra le nocche coperte da una sterpala di peli bianchi e discorre, discorre Con
chi pu discorrere se non con me? Non c pi nessuno a Parigi che possa chiamarsi amico e con mia
madre di che cosa si pu parlare se non di spese domestiche e di servit?
 inutile spaventarla.
E per non spaventarla si presenta qui a fare, come non aveva mai fatto prima, i suoi
ragionamenti sulla guerra, di cui non si vede la fine, e sul governo, dominato da certi tribuni che
sembrano voler regnare sopra una piramide di cadaveri. Gli stessi ragionamenti, immagino, che
avrebbe fatto con mio fratello, se fosse vissuto: la guerra, appunto, e il traffico darmi, che arricchisce i
mercanti senza scrupoli, e le battaglie interne e i pregi e i difetti della nuova Costituzione
Che gi era una commedia di Costituzione, sbuffa togliendo e rimettendo il sigaro tra i denti,
scritta alla tavola di Mot - gran ristorante, nulla da eccepire -, fra un bicchiere di Chablis e una lingua
di bue alla magonzese, preparata e discussa in quindici giorni, la maggior parte degli articoli passati
senza dibattito alla Convenzione e adesso arriva Saint-Just e ci spiega che, dopo averla approvata a
giugno, non la si pu applicare.
Se fosse applicata, e con il bastone batte un colpo secco sul pavimento, il governo non potrebbe
pi usare la violenza per reprimere gli attentati contro la libert. E dunque  per garantire la libert che
il governo proclama di dover necessariamente restare rivoluzionario: il che significa, per dirla come va
detta, che vuole avere mano libera. Fino alla pace.
La pace, come se fosse questione di giorni.
Mignonne  entrata a ravvivare il fuoco e mio padre si  zittito: non c domestico, a sentir lui,
che non sia assoldato da qualche fazione. Perci aspetta che Mignonne torni in cucina e intanto segue
in silenzio i suoi movimenti, lo sguardo confitto dentro le orbite profonde.
Anchio taccio e tormento lorlo dello scialle, perch questa sera non  come tutte le altre.
Il fuoco nel caminetto  ricco, grazie a mio padre. Grazie a lui, ho le ginocchia calde. Ma la mia
schiena  fredda e ho le mani contratte in grembo e un unico pensiero in testa: come interromperlo,
come strapparlo al suo soliloquio e chiedergli aiuto.
Ho bisogno del suo aiuto.
Pierre  al fronte, Reynard irraggiungibile in campagna, chi pu offrirmi un sostegno se non
mio padre? Eppure esito e il tempo passa e non trovo mai il momento, lopportunit, e mi rammarico
che, nella mia nuova vita, debba ancora ricorrere a lui, aggrapparmi alle sue vecchie mani che girano e
rigirano ossessivamente quella canna dIndia. Ma devo farlo, anche se non vorrei.
Dopo lorologio, Justine ha portato al Monte di Piet gli ultimi gioielli di Olympe: una spilla,
un cammeo e due brillanti.
Non abbiamo altro. Glielo devo dire.
Aspetto che Mignonne sia uscita e glielo dico.
Questa  la situazione, padre mio.
Lasciate che vi spieghi.
Justine ha ricavato dai gioielli quattrocentoventitr franchi.
Finiti questi,  finito tutto: cartamoneta, moneta, oro, denaro sotto qualsiasi forma e specie,
Olympe non ha pi niente.
Lescourbiac forse le farebbe credito per qualche mese, in nome dellamicizia con Reynard, ma
lui non  che il direttore e la proprietaria, la cittadina Mahaye, quella non fa credito nemmeno per dieci
minuti.
Soldi non ce ne sono pi, ma se Olympe esce dalla casa di cura per tornare alla PetiteForce,
allAbbaye o in qualsiasi altra galera, presto o tardi, questo  certo, la vedremo salire sulla carretta di
Sanson.
Mio padre muove le labbra ruminando, insieme al sigaro, le mie parole. Quando le ha ben
digerite, con limpugnatura del bastone spinge di lato la parrucca, si massaggia la fronte e dice
pacatamente, in tono affermativo: ma non  soltanto il denaro che ti preoccupa. E io mi stupisco perch
credevo di essere stata accorta e di aver spinto il mio timore in un angoletto fuori portata, come un
cencio sotto una madia. Ma il suo sguardo lungo lha tirato fuori e io chino la testa e confesso: No.
Non  solo il denaro.  latteggiamento di Olympe, di nuovo pronta a lanciarsi allo scoperto
vanificando le aspettative di Pierre e anche le mie, di nuovo incline a far sentire la sua voce pi che a
rispettare le regole della prudenza.
Non ha torto, lapprova mio padre e io mi stupisco per la seconda volta. Pagare la retta alla
cittadina Mahaye non significa garantirsi limmunit. Per quanto tempo ancora potranno
dimenticarla in una casa di cura? Sei mesi, un anno, due?
Fino alla pace? e abbozza una smorfia di sarcasmo.
Tanto vale combattere, se si ha il temperamento che ha la signora.
Tutto mi aspettavo fuorch questa ruvidezza. Mi irrigidisco per tenere a bada un fiotto di
lacrime che sento pericolosamente vicino. Ma lui raddrizza la parrucca sulla fronte, rincalza i grossi
rotoli che gli ballano sulle orecchie e prosegue: Daltronde
Daltronde ci sono molti modi per liberarsi di un prigioniero imbarazzante. Esibire sul palco di
Sanson una donna famosa per le sue battaglie patriottiche pu non risultare opportuno.
Perci dapprima si consente al suo trasferimento e in seguito, qualora se ne perdessero le
tracce sarebbero pi i sospiri di sollievo che le bestemmie.
Insomma, non c che una soluzione, comoda alluna come allaltra parte: sparire.
Non  impossibile dalla casa del dottor Lescourbiac, a quanto mi risulta.
Le mie lacrime tornano rapidamente indietro.
Sparire, salvare la vita E non solo quella, rifletto con riconoscenza concatenando a voce alta i
fatti: senza di lei il processo non pu aver luogo, senza processo non pu esservi con danna e senza
condanna il fondo Figuier non pu essere incamerato e messo in vendita come propriet della nazione.
Ecco un argomento a cui mio padre  molto sensibile. Non per avidit o tornaconto, ma perch
perdere una casa, a suo modo di vedere,  una disgrazia grande quanto perdere la vita, se non di pi.
So come ragiona: salvare Olympe e insieme il fondo Figuier?, un buon investimento, anche se
lui non ci guadagna niente, anzi ci perde e rischia senza profitto.
Ah, sorride infatti apprezzando la mia argomentazione, se tu fossi stata un maschio avrei
potuto lasciare il lavoro e riposarmi! Se io fossi stata un maschio a questora sarei lontana, in guerra,
come Pierre.
Justine
E chi altri potrebbe andarci se non la vecchia Justine?
Io, io andr a prenderla. Non era nemmeno da chiedere.
Fin troppo mi hanno tenuto in disparte. E io, in tutto questo tempo, non ho mai detto niente per
rispetto, non ho protestato neanche quando la piccola signora si  messa in testa di camminare tutta
sola, senza un domestico o una cameriera che laccompagnasse, fino alla casa-prigione del dottor
Lescourbiac piantandomi qua con le mani in mano.
Mah.
Per per non posso lamentarmi: non ha saltato un giorno!
Partiva con il cesto che le avevo preparato - la biancheria di ricambio, un giornale - e il
mantello di Mignonne tirato sulla fronte come se fosse una zimarra magica, il cappuccio che rende
invisibili le signore e le sottrae allassalto dei briganti, che in effetti per strada ce n ormai una bella
variet.
Il cesto, il mantello e se ne andava tutta sola. Avr le sue buone ragioni, mi dicevo, per non
voler condividere questi incontri neppure con me. Mi sono rassegnata.
Ma portarla via da quel postaccio!,  compito mio, non c dubbio.
Scendo le scale e mi accorgo di muovere con scioltezza lanca, che sembra aver dimenticato la
sua rigidit. Ogni gradino mi alleggerisce di un anno e pi di grattacapi e arrivo in fondo con il passo
svelto di quando facevo da messaggera fra la mia Babichette e il signor Jacques, di nascosto perch
Montauban non  Parigi e una vedova, l,  davvero una vedova.
Apro il portone pesante lottando contro il vento.
Un land mi aspetta, con i mantici rialzati per via del freddo, verde come la vettura che ha
condotto al patibolo Luigi Capeto. Una tinta che mi da ai nervi. Ma non ho alternativa: questa  la
carrozza, questo il cocchiere, molto discreto grazie alla mancia che gli ha fatto scivolare in tasca la
piccola signora e che lui ha soppesato senza parere con un movimento della gamba.
Denaro del signor Mabille, che Iddio lo protegga. Un uomo spigoloso come pochi, che per ha
spirito ed educazione e alla sua unica figlia porterebbe lacqua con le orecchie, lho ben capito. Ma lei
sempre a dire di no, no a suo padre che vorrebbe aiutarla, poveruomo, ma lei non si lascia aiutare, gli
proibisce di pagare i fornitori e non accetta regalie o denari. Salvo : poi lamentarsi perch una candela 
arrivata a costare anche sette soldi e lei, che  una cantalanotte, ne consuma un bel po. Se in questo
caso si  piegata a chiedere,  perch non poteva proprio farne a meno. Per salvare Olympe. Altrimenti,
una mula orgogliosa.
Dunque salgo in carrozza, ritiro il predellino e non apro bocca, nemmeno una parola, perch il
cocchiere ha gi ricevuto le sue istruzioni.
 domenica. Le strade sono affollate e le botteghe aperte per questa novit del calendario
rivoluzionario, che  entrato in vigore dai primi di ottobre. Da allora i giorni non si contano pi come
dio comanda e anche la domenica non si chiama domenica e, non chiamandosi domenica, lavorare 
dobbligo.
Bella trovata. Un giorno libero ogni dieci invece che ogni sette, chi pu essere contento? A
parte, naturalmente, i proprietari delle manifatture o chi traffica con muratori e carpentieri, come il
signor Mabille. Per lui ogni giorno di festa  un delitto di lesa societ perch gli operai, quando non
lavorano, sinfiammano la gola con il vino e infiacchiscono le braccia e al cantiere, il giorno dopo, ci
vanno per riposarsi. Ma i bottegai!, almeno loro, che ci guadagnano, dovrebbero essere contenti.
Invece hanno la faccia cupa e, quando la carrozza passa rasen te i muri, gli speziali, con il
tovagliolo alla cintura, si affacciano sulluscio pronti a litigare.
Indifferente, il cocchiere fa andare la frusta e alle due in punto, come ci ha comandato la piccola
signora, siamo davanti al cancello della casa-prigione del dottor Lescourbiac.
Un sole incerto trema sui fianchi dei cavalli che soffiano a testa bassa e scuotono la criniera con
laria di compatirsi. Ci sono altre carrozze in visita e noi ci siamo fermati un po in disparte, ultimi
della fila. Faccio abbassare i mantici, per vedere meglio e farmi vedere. Ma per un po vedo
esclusivamente le chiazze di sole che vanno e vengono, si allargano e si restringono sulle groppe
lucide.
Passa qualche tempo. O forse soltanto qualche minuto? Un gong risuona dietro il muro di cinta,
per chiamare a pranzo gli ospiti di Lescourbiac e avvertire i visitatori che debbono avviarsi alluscita.
Qualche minuto ancora e la sua figura appare in mezzo agli alberi. La seguo mentre cammina
con la solita grazia noncurante in direzione del cancello. Un crespo nero calato sul viso e sulle spalle la
nasconde agli occhi del mondo ma non ai miei: ah, Babichette, i miei occhi saprebbero riconoscerti
anche sotto la tela di un sacco di farina.
Non  sola. Laccompagna quel giovane che fino a luglio le ha fatto da segretario. E pensare
che disapprovavo le sue premure di ragazzo, quando lavorava per lei! Cosa dovevo dire davanti a quel
rossore Sconcertante in un uomo, per quanto giovane. Non mi dava fiducia. Ma sia benedetta la sua
devozione, se riuscir a salvare la mia Babichette! Perch il denaro lo ha messo il signor Mabille, ma il
resto  opera sua. Con tutti gli amici importanti che pu vantare la mia Babichette, siamo ridotte a dir
grazie a un segretario. Mah!
Si vede che doveva andare a questo modo,  stato lui in fin dei conti a procurarle un
lasciapassare al portatore, cio senza nome e senza firma di riconoscimento, un lasciapassare autentico,
contrassegnato dallamministrazione della polizia, che consente di entrare e di uscire dalla casa di
Lescourbiac. E sar merito suo se domani nel registro dei detenuti accanto al nome di Olympe de
Gouges comparir la dicitura: trasferita. Sar merito del ragazzo, anche se non conosco proprio tutti i
particolari perch la signora Hyacinthe non  come Olympe, che con me ci discute. Lei no. Va di qua,
va di l, fa questo, fa questaltro, ha imparato in fretta a dare ordini, la piccola signora.
Ma oggi se dio vuole tocca a me e posso vederla, la mia Babichette, mentre cammina come se
fosse una visitatrice spinta alluscita dal suono del gong.
 gi arrivata davanti alla garitta.
Un danese dalla testa grossa e il muso ingrugnito, peggio del generale Alessandro, le annusa la
gonna con interesse.
 il suo turno.
La guardia si sistema la tracolla. Prende il lasciapassare.
Le chieder di tirar su il velo? Non ho pi saliva in bocca, la gola arida, la lingua che singrossa
contro il palato. Alzo una mano per un rapido segno di croce, ci ripenso e labbasso in grembo, non
vorrei urtare i sentimenti di qualche vetturino in sosta.
La guardia legge attentamente, controlla rigo per rigo strusciando lindice sulla carta. Procede
con lentezza. E, quasi per adeguarsi alla sua flemma, il giovane Fraz apre una tabacchiera e gli offre
una presa. Luomo afferra la scatola dargento, la rigira da tutti i lati, la chiude e con bella disinvoltura
la fa sparire in tasca. Voil. Quindi, con un gesto della stessa mano che riconsegna il lasciapassare,
indica luscita. Lei si volta verso il giovane, esita un istante come a dire:  tutto?, e varca il cancello.
 fuori.
Mi ha visto e viene nella mia direzione.
Non ho pi forza nelle braccia quando le tolgo il cofanetto leggero da viaggio, nascosto dentro
le pieghe della sopravveste, e laiuto a salire.
La carrozza riparte. Le labbra mi tremano, balbetto: come state, avete freddo. Le rimbocco una
coperta attorno alle gambe.
La guardo e la riguardo, il luccichio degli occhi, il fiato che le smuove il velo sulla bocca. Che
tormento! Che castigo non poter parlare liberamente! Ma i cocchieri hanno ludito fine.
E allora andiamo, come niente fosse, parlando del freddo e delle buche della strada e della
colazione che ci aspetta.
Dopo un po che andiamo, lei alza il velo e scopre il viso.
 unimprudenza, la rimprovero in un sussurro. Ma lei si abbandona contro limbottitura della
spalliera, studia la schiena del vetturino e non mi ascolta. Non da mai retta a questa vecchia serva piena
di paure.
Non compiangerti, la sua voce  allegra, nel riparo profondo della vettura. A fare i conti
come vanno fatti, hai solo sei anni pi di me.
Sacrosanta verit, ma i suoi orecchini ballano su guance lisce come ciottoli di fiume e ha i modi
di una giovane donna capricciosa quando si lamenta: due mesi, Justine, due mesi che non prendo un
bagno intero.
Ha arricciolato un guanto sul dorso della mano e si stropiccia come se proprio l, su quel lembo
di pelle bianca, si fosse concentrato il fastidio di una sporcizia mai del tutto lavata.
 a questo punto che si sporge in avanti e grida: fermatevi ai bagni di Pont Royal! Cos il
cocchiere, quando arriviamo al ponte, tira le redini e si ferma al posteggio delle carrozze.
Olympe cala di nuovo il crespo nero sul viso. Mentre poggia il piede sul predellino, le dico con
una certa durezza: ricordatevi che non abbiamo molto tempo per rimestare linsalata con le dita!
Ha ragione il signor Pierre.  una testa matta. La mia Babichette  una testa matta.
Le tre, qualche strada pi in l un orologio batte i tocchi, le tre e un quarto, il vento gelido piega
il collo stanco dei cavalli, fa fumare gli escrementi che cadono con un tonfo esausto.
Le tre e mezzo.
Il cocchiere passa il tempo masticando la punta della frusta.
Io nascondo le mani sotto la coperta e cerco di non contare i tocchi dellorologio.
Il posteggio  pieno. Decine di carrozze sostano a fianco a fianco. La citt  bloccata in una
quiete di ghiaccio. I vetturini sbadigliano e occhieggiano i passanti che camminano frettolosi con le
mani sotto i risvolti delle giubbe e le sciarpe tirate sul mento.
A un tratto il nostro cocchiere smette di rimasticare il cuoio del suo staffile e, dallalto della
serpa, fa scendere un rutto che suona gagliardo come un richiamo. Lintero posteggio si risveglia.
I cavalli grattano la terra con lo zoccolo. I vetturini interrompono gli sbadigli e prendono a
discutere da una carrozza a quellaltra e, a furia di discorsi, in men che non si dica dove approdiamo?,
ai segreti della finanza. Segreto dopo segreto, ormai siamo dentro i pi reconditi misteri del governo e
delleconomia e con rinnovato vigore ecco che ci inoltriamo negli arcani della tassa generale, al fine di
scoprire i trucchi di quella legge che piace tanto ai nostri sanculotti perch risale oltre la bottega e,
risalendo oltre, fissa il valore di tutte le cose, delle candele come del grano.
E quando il valore sar lo stesso in tutta la Francia, vedremo, ah, vedremo se la legge del
maximum funziona oppure no.
Quando il valore sar uguale ovunque, taglia corto un tipo con mezza auna* di gozzo sotto il
mento, i prezzi dovranno scendere per forza.
Ma il nostro cocchiere fa lo scettico: il commercio?, trover sempre il modo di sottrarsi.
* Misura di lunghezza dellepoca, che corrisponde pi o meno a un metro.
Un terzo si spenzola da una carrozza attaccata a un unico ronzino: Quattro franchi e dieci soldi
per una libbra di zucchero!, e fra una settimana la pagherete cinque, ha promesso lo speziale a mia
moglie, viva la Repubblica!
Ma lamico di prima gonfia il gozzo: Robespierre ha detto: gli uomini del quattordici luglio
non si battono per qualche zuccherino!
Si vede che non ha dimestichezza con lo speziale, il cittadino Robespierre, vorrei rimbeccarlo,
ma di sicuro non  questo il momento di attaccar briga con dei vetturini.
Penso alla piccola signora che attende il nostro arrivo dallaltra parte della citt, in una stanza
lontana dove dovremo nasconderci per qualche tempo, poich uscire da Parigi  pi difficile che
scappare dalla casa del dottor Lescourbiac. Non vedendoci si agiter e la troveremo con il viso sfatto e
quelle pozze scure sotto gli occhi che la fanno sembrare malata.
Il freddo  insopportabile, raggiunge le mie ginocchia fin sotto la coperta. Il vento muove una
polvere simile a vetro ghiacciato che graffia le caviglie. Se resto ferma ancora un poco mi congeler,
quant vero iddio.
Scendo dalla carrozza, attraverso la strada e mi affaccio sul lungofiume. Largine  nero, la
Senna gonfia dacque e vuota di barche, tranne per due barconi dalla pancia tonda che si allontanano in
fila, uno dietro laltro. I miei occhi inseguono la scia che spacca la corrente.
Quante volte, negli anni passati, abbiamo aspettato il tramonto poggiando il braccio su questo
parapetto! E quante domeniche siamo venute a imbarcarci da quel molo laggi
Un battello piccolo piccolo ci portava fino a Bellevue, luogo delizioso per una gita, non ci fosse
stato il fumo di una vetreria che si vedeva a grande distanza. Ma poi si scendeva e si scordava il fumo.
Camminavamo fino a unosteria di campagna, il signor Jacques davanti con la bambina e lei dietro con
Pierre che satteggiava a cavaliere. Era un padre e un amico premuroso, il signor Jacques, disposto a
sposarla, la mia Babi chette. E lei, perch non lha sposato? Mah. Per non perdere la libert di scrivere
commedie. O di leggere le gazzette bevendo moca al caff della Rivoluzione. Testa matta.  sempre
stata una testa matta.
Le cinque, e in lontananza lorologio continua a battere i tocchi, le cinque e un quarto.
Che dir, dio mio, alla piccola signora?
Sophie
In un certo senso, questo  il mio atelier.
 qui che dipingo e mi guadagno da vivere, in uno stabilimento dacqua calda, sopra un battello
nei pressi di Pont Royal, che conta pi di venti stanzini da bagno con vasche singole, doppie e triple.
Uno stabilimento di rinomata eleganza, con due ingressi, uno per gli uomini e uno per le donne, molto
signorile, raffinato, non una di quelle baracche allaperto che sono purtroppo di gran voga, con le
apparecchiature affondate nella melma della Senna.
Vado allatelier, scherzo con mio marito quando esco e voglio vederlo sorridere mentre gli
sistemo un grosso guanciale dietro la schiena e gli aggiungo una coperta di lana sui piedi.
Lui sa che per me non si tratta di un sacrificio, bens tutto il contrario. Non esiste al mondo
mestiere pi bello della pittura e io lho imparato da sola, con lesercizio.
Non cera altro modo, del resto. Senza un padre o un fratello pittore che potessero prendermi a
bottega, me la sono dovuta inventare per conto mio la scuola. David e tutti i suoi allievi hanno un bel
gridare abbasso la Bastiglia accademica, ma cosa importa a me dellAccademia? La mia Bastiglia ha
mura ben pi alte, visto che alle donne si impedisce di frequentare perfino gli atelier, e io, che sono
donna, mi contenterei di questo, se non altro. Perci non mi riguardano le loro beghe, che si tratti
dellAccademia o del premio nazionale delle Arti, conferito da giurati che pretendono, insieme alle
gratifiche, di distribuire saggezza a spanne: prosopopea, in realt.
Il talento dellartista, pare che abbia detto il presidente della giuria, sta nel suo cuore, non nella
mano, quello che la mano apprende  poco
Sar anche poco, ma  quel poco che fa sbocciare il talento e che gli permette di non avvizzire.
Senza scuola non si cresce: questo  quanto ho capito a mie spese, nel crearmi unesperienza a forza di
pratica e di desiderio.
Ed  in virt di questo desiderio, non solo per necessit, che ora mi ritrovo nella sala profumata
dincenso di uno stabilimento dacqua calda, a cercare modelli e clienti.
Le farai il ritratto?
Valrie  tornata dalle cucine. Mi presenta il vassoio con il bicchiere di Xres che le ho ordinato
e minterroga abbassando la voce in un bisbiglio complice.
Non pu sentirci, la tranquillizzo.
In due passi la sconosciuta  sparita nelloscurit del lungo corridoio umido su cui saffacciano
gli stanzini da bagno. Ma prima che si dileguasse ho fatto in tempo a osservarla da capo a piedi. Non si
pu fare a meno di osservare una signora come quella. Soprattutto se si possiede locchio del pittore, e
io grazie al cielo ho questa fortuna.
 comparsa nel vano della porta esterna, che si  aperta sul vuoto luminoso del lungofiume e si
 richiusa, lasciandola sul primo dei quattro gradini di legno che portano in sala. Non  scesa ma ha
alzato le braccia, liberando il viso dal crespo nero che le volava attorno, mosso da unaria entrata
insieme a lei, un vento di strada che ha dato ampiezza ai suoi gesti e a me ha offerto larmonia
spontanea di una posa.
Chi  questa signora che mi sta regalando un ingresso cos teatrale?, mi sono chiesta, e lho
guardata bene e ho esclamato dentro di me: ma  la Ragione! La statura, il portamento e, nel viso
scoperto, la dolcezza un po severa che let regala a certe donne potrebbe davvero impersonare la
Ragione alle prossime feste di novembre. Non devo lasciarmela scappare, e questo pensiero mi ha
procurato una smania improvvisa, lansia di buttarmi nel lavoro, di sentire la grana morbida del
carboncino sotto i polpastrelli.
Ma lei  andata dritta allo spogliatoio, senza voltarsi. Catturarla, temo, non sar facile.
Il ritratto? dico a Valrie. Non lo so.
Per rialzo una tenda e mi metto a studiare la luce.
 stata la prima regola che ho appreso quando ho cominciato a farmi la mano, tanti anni fa,
dipingendo foglie e fiori per il Gabinetto di storia naturale: studiare la luce.
Si lavorava sotto la direzione del signor Martinet che, oltre a essere uno studioso,  anche un
incisore, conosce tutti i segreti delle discipline pittoriche e perci con noi era molto esigente e
pretendeva lanima.
Eravamo in tante a fare questo lavoro, che i maestri dellarte disprezzano: troppo umile, troppo
anonimo. Un lavoro che  stato la mia scuola.
Ero la pi brava. Mi appassionavo al chiaroscuro delle foglie, alla gamma dei colori, rincorrevo
ogni sfumatura, dal bordo al cuore dei petali, tracciavo con la stessa perizia gli steli degli arbusti
velenosi e le nervature pi sottili delle erbe medicinali.
Non per vantarmi, ma cosa sarebbero le opere del signor Martinet, cosa sarebbe la sua storia
naturale senza la precisione dei miei disegni e la fedelt dei miei colori?
Ho smesso quando mi sono sposata e mio marito ha voluto che laiutassi in bottega. Sciorinare
stoffe sotto il naso di signore svogliate ero tanto infelice! Malgrado laffetto per Bernard, la mia vita
si andava svuotando. Dopo aver generato tutto un mondo di piante e di fiori, dopo lesaltazione delle
prime pitture, mi sentivo ricadere nel niente.
Bernard, che  un uomo sensibile, non ci ha messo molto a comprendere e mi ha chiesto: volete
tornare dal signor Martinet?
No, gli ho risposto. Voglio provare con i ritratti. E ho iniziato a eseguire dipinti da vendere alle
chiese e ai conventi.
Cameriere come Valrie o sartine sotto forma di Madonne, ne ho vendute uninfinit. Facevo
ottimi affari, prima che con le campane si cominciassero a costruire cannoni.
Poi tutto  precipitato.
Oggi chiese e conventi vendono quel che possono, altro che comprare! Chi mai poteva figurarsi
un cambiamento tanto rapido e di tale portata? I clienti sono spariti di punto in bianco e, nel giro di
pochi mesi, io mi sono ritrovata senza commissioni, proprio nel momento in cui ne avrei avuto pi
bisogno, perch la bottega di Bernard era stata saccheggiata e poco dopo non ceravamo ancora
ripresi da quel primo guaio, che lui cade a terra come folgorato e non si rialza pi: aveva perso luso
delle gambe. Una disgrazia dietro laltra.
 successo cinque anni fa, pi o meno, anche se mi sembra ieri quando lo racconto.
Parigi non aveva ancora scelto i deputati del terzo stato e ricordo che tutti i giorni si riunivano le
assemblee degli elettori.
Fu a una di quelle assemblee che Rveillon, il fabbricante di carta da parati, disse: gli operai
possono ben vivere con quindici soldi al giorno, io li pago venti e vedo che se ne vanno in giro con dei
begli orologi al taschino! Non aveva finito di dirlo che la sua manifattura veniva presa dassalto e
saccheggiata e, poich la folla non conosce argini, pure le botteghe vicine, compresa quella di mio
marito, subirono la stessa sorte.
In quelloccasione tutti videro la Bertin, una vecchia ambulante assai conosciuta nella zona, che
passava bastoni agli attaccanti.
Dunque cera la Bertin, cerano i padroni delle botteghe saccheggiate che reclamavano
unindennit dal municipio e cera il luogotenente generale di polizia che, in cambio dellindennit,
voleva un nome. E quale nome spunt fuori per voto unanime? Quello della Bertin,  ovvio.
A Bernard questa storia non piaceva, per, di malavoglia, si lasci convincere e a sua volta
indic la vecchia. Costei venne appesa alla forca di porta Saint-Antoine e mio marito, quando la vide
pendere con i discoli che andavano a curiosarle sotto la gonna, perse ogni amore per la bottega e gli
affari. Per giunta, non gli pagarono nemmeno lindennizzo e cos lopera risult completa.
La bottega distrutta, Bernard paralizzato e io che non avevo pi commissioni Mi era rimasta
una tela grande, incompiuta, che mi stava riuscendo particolarmente bene. Raffigurava il trionfo della
Vergine assunta in cielo. Mi venne lidea di ritoccarla un poco e di completarla trasformandola in una
Filosofia dal piede nudo e i capelli sciolti. Aggiustata in questo modo, lho venduta alla nostra sezione.
Prodigi del pennello.
Ma non sono lunica a compiere questo genere di prodigi: a settembre, alla rassegna annuale del
Louvre, ho scoperto un Apollo addormentato che somigliava terribilmente a un Cristo deposto.
Il Salone, a dire il vero, questanno non era un granch. Il biglietto  costato pi caro del solito e
non valeva la spesa.
Malgrado la Rivoluzione pretenda di farsi decima Musa, al Louvre non ho visto le grandi novit
annunciate. David non ha mandato niente. Aveva promesso una morte di Marat, che invece  stata
presentata da Hauer. Ma Hauer deve farsi perdonare per aver dipinto il ritratto della Corday
Il salone della scultura era ancora peggio, pieno di gessi patriottici: di questi tempi chi pu
comprare busti e statue se non il governo? Mediocrit. Sia le sculture che i quadri. Un patriottismo
privo di talento.
La mia tela, al confronto,  veramente buona, e lo dico a ragion veduta: so giudicare e
giudicarmi. Peccato che il commissario della nostra sezione sia uno zotico e non sappia apprezzare un
dipinto per quel che merita. Ha buttato uno sguardo distratto alla mia Filosofia trionfante, al colore
morbido delle sue carni e, se lha comprata,  stato per piet, perch  amico di mio marito e conosce
tutta la vicenda.
La luce  capricciosa e inventa ombre fra i tavolinetti dalle gambe ricurve, fra le poltrone e i
canap, scivola lungo le scanalature delle colonne e dei capitelli dipinti sul legno delle pareti.
Opere mie, in gran parte. Laccordo  abbastanza conveniente: qualche decorazione, qualche
ritocco alla pittura, quando serve, in cambio di un posto dove lavorare e acchiappare clienti.
Alzo ancora un po la tenda: questa potrebbe essere la luce giusta, forse ho trovato il punto.
Apro il taccuino e sistemo i fogli da disegno in attesa che la bella signora dai passi lunghi esca
dalla sala da bagno. Mi piacerebbe ritrarla a sanguigna. Lo slancio del busto, lo scatto del piede: un
disegno a tratti rossi e decisi per una Ragione che fiammeggi sul bianco della carta. Ma ahim mi
manca il pastello.
Dovr contentarmi della matita o del carboncino. Sospiro e mi accingo a buttar gi uno schizzo
a memoria.
Alle mie spalle, Valrie contempla il miracolo dellimmagine che va comparendo sul foglio.
 una mia ammiratrice, Valrie. Ho promesso, un giorno o laltro, di fare un ritratto anche a lei.
Ci conosciamo da tempo immemorabile, da prima che lavorasse ai bagni, quando era una ragazzetta
che viveva con la madre e il fratello in una stanzuccia in fondo al mio stesso pianerottolo e per pagare
laffitto andava a vendere la testa agli apprendisti parrucchieri. Tornava con le orecchie bruciacchiate,
buffa a vedersi: scalza, ma con tre libbre di cipria sullimpalcatura dei capelli.
Sotto i miei piedi il battello dondola impercettibilmente.
Dentro il bicchiere, i fondi dello Xres hanno la stessa tonalit ambrata degli occhi della signora
che, nel suo stanzino, sta prendendo un bagno lungo, lunghissimo, interminabile:  chiusa l dentro da
unora, se non sbaglio. Altre clienti non se ne vedono, la sala  vuota.
Non vanno bene, eh, gli affari.
Valrie si rabbuia. Costiamo troppo. Dovrebbero ribassare i prezzi, ora che gli elegantoni non
se la passano come alle poca dei tiranni. Guarda i bagni cinesi di Turquin: acqua fredda della Senna,
biglietto economico, e la gente fa a pugni per entrarci.
La settimana scorsa, a riportare lordine, son dovute intervenire le Guardie Nazionali.
Con il polpastrello sfumo il contorno delle guance. Dicono che il bagno freddo fortifichi la
salute Ma  finita la stagione, se dio vuole stanno smontando.
Valrie punta lontano gli occhi un po trasognati: Ho gi visto i primi battelli risalire il fiume.
Li ho visti anchio. Lenti lenti se ne andavano a svernare con il loro carico di carpentieri e
garzoni di gabinetto, reclutati alle Halles. Si allontanavano dal molo e, portandosi in mezzo al fiume,
sparivano in direzione dellisola dei Cigni o del canale dellOurcq, da dove torneranno in primavera,
ridipinti e lustrati.
Contenta, Valrie batte le mani. Dora in avanti per noi andr meglio.
In effetti gli stabilimenti dacqua calda hanno un vantaggio: non sono costretti a chiudere
dinverno. E, per quanto mi riguarda, hanno un doppio vantaggio: oltre che in ogni stagione, posso
lavorarci in ogni giorno della settimana o della decade che dir si voglia, perch uomini e donne non si
danno il turno come ai bagni cinesi di Turquin. Qua i signori occupano il lato destro del battello, le
signore il lato sinistro e la decenza  salva.
Verr pi gente.
Speriamo.
Ma non condivido il suo ottimismo. Sono rimasti in pochi, a Parigi, a godere dellacqua calda
degli stabilimenti.
Domani, se non c nessuno, comincio il tuo ritratto.
Un lampo di gioia lillumina fra ciglio e ciglio.
Dimmi, e il lampo si  gi trasformato in una luce adulta, sospettosa.  vero che i pittori
pagano le modelle che posano per loro?
S, i pittori degli atelier.
Una furbizia infantile, un tentativo maldestro di estorcermi denaro. Ma la capisco: anche
Valrie ha le sue disgrazie. Io ho Bernard, lei ha sua madre, malata di una malattia che corrode le
mammelle. Valrie ogni mattina la veste, ogni sera la spoglia, le asciuga il sudore, laccudisce.
Lha portata da un numero impressionante di guaritori e perfino da un medico, che le ha
ordinato il mercurio da prendere mischiato alla mollica di pane.
Lo pago venti soldi, n pi n meno. E mia madre, con quello che costa, non lo vuole perch si
vergogna. Che c da vergognarsi, santa pace! Ma  il rimedio che si da alle sgualdrine ricoverate alla
Salptrire e lei si vergogna.
Appoggio la matita sul tavolinetto e controllo il corridoio: vuoto. La signora si fa aspettare.
La conosci? chiedo. E abbozzo un cenno verso i bagni.
Mai vista. Per sembrava averci labitudine, ha voluto lasciugamano tiepido, riflette Valrie,
perplessa. Forse frequentava qualche stabilimento pi elegante, ne hanno chiusi parecchi, questanno.
E si gira, insieme a me, a controllare di nuovo il corridoio deserto.
Olympe
E ora questacqua.
Anche Justine si convincer alla fine che sono pazza. Me lha detto il suo sguardo mentre
scendevo dalla vettura. E il suo povero naso, sempre pi prominente nel viso smagrito, dapprima
paonazzo nel vento gelido e sbiancato di colpo quando il cocchiere ha tirato le redini al posteggio di
Pont Royal.
 lungo lelenco delle prove che si potrebbero portare a sostegno della mia pazzia.
Questacqua, per cominciare, che profuma di magnolia e scivola e brilla sulle gambe in
uniridescenza di gocce minutissime.
Un piacere semplice. E, nonostante la sua semplicit, un piacere da ricchi. Quanto ho invidiato,
a suo tempo, la vasca allinglese della Dupas, con il rubinetto a collo di cigno e il getto dacqua sempre
pulito, sempre nuovo grazie alla pompa a fuoco e ai tubi dei fratelli Perier!
Un bagno caldo
Per me, in questo momento,  molto pi che un piacere.
Dentro il mite tepore di questa vasca il nodo che da giorni mi attanaglia le spalle a poco a poco
si va sciogliendo e io dimentico il gelo, dimentico il mondo e presto dimenticher anche il tuo sguardo,
mia cara Justine.
Sar pazza, per il mio corpo mi  grato di questa sospensione che lo ripaga di tutte le notti
passate senza svestirlo.
Non c che il nudo che vesta bene, diceva il duca dOr lans, e il suo spirito cinico non si
sbagliava: ah s, non c che il nudo per rientrare nel proprio corpo.
Unora, due? Quanto tempo  trascorso da quando ho lasciato il braccio di Claude e sono uscita
in strada superando il posto di guardia?
Erano mesi che non poggiavo il piede sul selciato di Parigi e al primo passo, improvvisamente,
ho avvertito il freddo. Una punta di stilo che mi  entrata nel cervello, congelando i pensieri che sono
rimasti a pendere come stalattiti. Contorti. Rigidi.
Mi opponevano resistenza. Poi il lungo muro della casa-prigione  sparito dietro di noi e Justine
ha mormorato al mio orecchio: siete libera.
No, ho pensato, non libera: salva.
Una parola che non mi da il sollievo che dovrebbe.
Fin dallinizio i miei nemici sapevano che avrei goduto di molte licenze presso Lescourbiac e
che levasione non mi sarebbe stata difficile. Era ben chiaro e lhanno permesso.
Perch tanta indulgenza nei miei confronti? Per la speranza, forse, di vedermi fare quello che ho
fatto? Non ho deluso le loro aspettative, probabilmente, quando ho celato il viso nellanonima oscurit
di un velo e sono salita sulla carrozza che mi attendeva al cancello. Giova anche a loro evitare lo
scandalo del mio processo Motivo per cui non mi sono mai stancata di chiedere un atto daccusa
ufficiale, dei giudici e un dibattimento pubblico.
Ma c una specie di vanit nel ricercare la propria salvezza o la propria condanna nel giudizio
di un tribunale, Hyacinthe ne  convinta e vorrebbe che lo fossi a mia volta. Quando la violenza diventa
legge, la pretesa di difendersi facendo ricorso alla legge equivale a un suicidio.
E allora non resta che fuggire
E coprirmi, fuggendo, di unapparenza di colpa.
Ma salvarsi.
E lasciare la Francia, andar via, io che non me ne sono andata quando tutti i teatri di Londra
erano disposti a mettere in scena le mie commedie
Allepoca, ero molto fiera dei miei successi. Qualcosa ho dimostrato, andavo dicendo dietro le
quinte, nei caff, nel salotto della Montesson. E in effetti qualcosa avevo dimostrato: se non altro, che
per comporre unopera drammatica non  necessario avere la barba al mento, come sostiene quel
bellingegno che fa critica teatrale per la Cronaca di Parigi. Ma oggi lui  un uomo libero e pu parlare
come cittadino di Francia, mentre io, come cittadina, potr soltanto tacere.
Il mio ginocchio buca il velo dellacqua. Puntuto, fragile, la pelle bianca frastagliata dal disegno
della cicatrice che mi  rimasta a ricordo della caduta.
Un ginocchio segnato. Un corpo inerme che cerca invano il suo coraggio
ma poi ho gridato al cocchiere: ai bagni di Pont Royal!
Il vapore che sale dalla vasca si posa sugli uccelli dipinti intorno alle pareti e li sbiadisce, li
trasforma in un vortice di colori da cui affiorano ogni tanto colli ricurvi e lunghi becchi.
In sala ho intravisto una pittrice con il taccuino e il toccalapis, saranno opera sua. La mano 
audace. Non sembra una dilettante.
Chiudo gli occhi e ascolto il fruscio tiepido di cento ali, il lontano roteare di un universo in
volo, la musica vicina dellacqua.
Ancora qualche minuto
S, datemi tempo e fra poco avr di nuovo la forza per dire, a voce alta, quello che non ho mai
smesso di sussurrare a me stessa. Qualcosa che non potrei pi dire se mi nascondessi nellombra di un
ritiro domestico, come vorrebbero i miei nemici, a testimoniare con il silenzio la debolezza del sesso
cui appartengo.
 passato poco pi di un anno dal giorno in cui i parigini credettero di potersi liberare dalla
paura e dai tradimenti massacrando i prigionieri nelle carceri. Quel sangue continua a ubriacare le
coscienze e io devo dirlo. Devo dire che la Rivoluzione non  come il terremoto di Lisbona, che non
pu essere cieca, poich  fatta da uomini che pretendono di agire in nome della giustizia. E dove posso
dirlo ormai se non nellaula di un tribunale?
Perdonami, Justine.
Ma non  questione di perdono fra noi due. Pierre, piuttosto, e Hyacinthe
Ma lei pu capire: in certo qual modo, le sono maestra. Poteva capitarmi qualcosa di pi bello
dellavere unallieva? Io che non ho avuto precettori n scuola, a parte le orsoline di Montauban.
Eppure io credo che la mia parola, la parola di una donna che si  istruita da s, possa valere quanto
quella dei maestri del nostro secolo.
Ho immaginazione sufficiente per crederlo.
Me lha insegnato Rousseau che  limmaginazione a trasformare gli esseri naturali in esseri
umani e, a dispetto dei suoi sarcasmi, ci vale per gli uomini come per lintero sesso femminile.
Limmaginazione ci fa umane. E, nel farci umane, ci regala il desiderio. Che  nemico della
ragione. Che mette disordine nel mondo e nello spirito. Ma sia benedetto il disordine, se la ragione non
ci rende giustizia.
Sophie
Lo sfarzo non  pi di moda a Parigi. Le mani che lo lavorano non sono mani del popolo, sento
dire. E se lo dice Parigi che  cervello e cucina del mondo
Ma dov lo sfarzo, mi chiedo, in questo stabilimento che trasforma lacqua fredda, torbida e
pericolosa del fiume in un bagno caldo che profuma di essenze? Nessun patriota in buona fede potrebbe
accusare il cittadino Royer, che  proprietario, direttore e contabile tuttassieme, di sfoggio offensivo di
ricchezza: non c un oggetto nella sala che non sintoni alla congiuntura presente e perfino le sedie
etrusche sono in legno di acajou, che fra i legni rappresenta senza alcun dubbio il terzo stato. No, qua
dentro non trovo lusso, ma una sobria_e_rnisurata piacevolezza, che  la condizione essenziale della
vita.
Vapori che rilassano, incensi che bruciano, i miei uccelli fantastici che prendono il volo in un
cielo che conosce solo i toni chiari del giorno, esiste un luogo pi adatto a creare un legame di
confidenza?
Alle donne piace immergersi e sognare. Sono cos grate di questi sogni tiepidi e odorosi che
consentono addirittura a posare nude per me, nellatto di uscire dalla vasca. E io vengo qui anche per
questo, perch altrimenti dove potrei studiare qualche nudo per i miei dipinti?
Non sono pi una ragazza. Ho perso quella sfacciataggine che mi spingeva, destate, agli
abbeveratoi lungo la Senna dove aspettavo, nascosta dietro un muretto o una barca, che qualche
impudente scendesse a prendersi un bagno al naturale, sfidando le ordinanze che vietano di dare
spettacolo di s sulle rive del fiume. Con il cuore in gola e il carboncino in pugno spiavo i garzoni che
legavano i cavalli affidati alla loro custodia e scrutavano guardinghi la riva prima di togliersi un panno
dopo laltro. Rapidamente, troppo rapidamente. Il mio carboncino inseguiva frenetico le giunture delle
ossa, il rilievo dei muscoli, larticolazione delle membra e si riposava soltanto quando ossa e muscoli,
natiche e schiena e ogni singolo arto spariva in un brivido dentro la fiumana gialla.
Allo stabilimento invece tutto  regolare, la mia presenza  accettata con tranquilla naturalezza,
io non tremo per lansia del nascondermi e le donne tornano di buon grado per farsi ritrarre con i
capelli liberi sulle spalle, in sembianze di ninfe o di baccanti.
Ninfe e baccanti se ne trovano in misura non trascurabile, ma una donna che possa impersonare
la Ragione, con una pensosit cos dolcemente austera
Le mie dita corrono con entusiasmo sulla carta.
Lavoro sforzando la memoria, provando a ricreare le angolature della guancia, il taglio della
bocca.
Finch, finalmente, la mia sconosciuta modella non esce dal bagno.
Ora posso esaminarla a piacere mentre, adagiata sul canap, ordina una moca.
Valrie si dondola prima su un piede poi sullaltro. Cerca di nascondere limbarazzo.
Ma come, non lo sapete, ma se tutta Parigi  in subbuglio per paura di perdere anche il
caffellatte del mattino!
La moca  sparita dalle botteghe della capitale. Non  colpa di nessuno. Sono i disastri nelle
colonie.
Forse una bavarese?, suggerisce timidamente. Magari addolcita con sciroppo di capelvenere e
fatta, be, fatta con un buon infuso di t al posto della cioccolata, perch anche la cioccolata
Daccordo, se non avete nemmeno quella, si rassegna la sconosciuta.
I capelli umidi le si arricciano sulla fronte che ogni tanto si contrae, un breve spasmo tra le
sopracciglia che si annodano in un grumo di stanchezza, di contrariet o di riluttanza.
Mi concentro su quellinquietudine che nemmeno i vapori e le essenze sono riuscite a calmare.
Sono talmente presa che non penso a chiederle il permesso, stendo un foglio bianco e ricomincio un
tratteggio. I suoi occhi seguono con interesse il movimento del carboncino. Poi: aspettate,
minterrompe con garbo ma con un filo di ombrosit nella voce.
Mi spiace, non ho denaro, si scusa in modo schietto, senza alcuna vergogna apparente per
unammissione che qualsiasi signora cercherebbe di evitare. Non abbastanza, temo.
Forse  vero e forse no. Tuttavia  affabile, curiosa, non si sottrae alla mia attenzione. I piedi
dalle dita lunghe e scarne sono ancora nudi e spuntano dalle pieghe della veste.
Continuo a tratteggiare veloce il mio schizzo.
Non importa. Vi rincresce se proseguo? Magari un giorno, se vi venisse voglia di un
ritratto
Posso vedere?
Prego.
I suoi piedi mi aggirano, lasciando impronte umide sul tappeto.
Quando si china per guardare sopra la mia spalla, mi immerge in un intenso effluvio di
magnolia. Sul suo viso, vicinissimo al mio, leggo stupore. E anche piacere, approvazione, lode.
Molto ben fatto. Vi permettono di esercitare in un atelier?
No, rido. Oh no, sono unallieva della natura.
Quale maestro si degnerebbe di prendermi nel suo atelier?
Le donne vanno bene per disegnare le stampe del signor Martinet o le carte da parati del signor
Rveillon. Le mie mani dovrebbero contentarsi di tracciare steli e nervature di foglie.
Non che mi dispiaccia
ma non vi contentate.
Non mi contento, no. Perch dovrei nascondermi sotto il velo della modestia? Lorgoglio sar
un peccato, ma sono pronta a scontarlo insieme a tutti gli altri miei peccati, visto che non ho scampo: a
me piacciono i pennelli da pulire e le grandi tavolozze da raschiare, a me piace dipingere in piedi
respirando colla, trementina e vernice E sbozzare colossi, ah quanto mi piacerebbe sbozzare colossi
di carne, come quelli di David! Invece, guardatemi. Costretta a strappare i miei modelli alla vita, di
forza, ad addestrarmi al furto, per cos dire, come i monelli che spintonano i passanti per addestrarsi al
furto allamericana.
Lei scrolla la testa e si riavvia con il suo passo scalzo verso il canap. Ripiega le lunghe gambe
sotto la gonna in una posa disinvolta e non chiede pi, ma dentro il suo silenzio avverto un nocciolo
caldo di comprensione.
Valrie, con il bricco in mano, si  dimenticata di versare la bavarese nella tazza di maiolica e si
incanta a guardarci, ora lei, ora me, di nuovo lei. Un rivolo sottile goccia dal bricco inclinato e si perde
dentro il tappeto.
Ho limpressione di avervi gi incontrata, mi sfugge dun tratto, e la sconosciuta ricompone la
veste sulle ginocchia e abbassa i piedi nudi sul pavimento in unallerta involontaria. Mi do della
sciocca: non viviamo in tempi in cui si possa peccare di indiscrezione. Ma ormai  inutile tirarsi
indietro.
S, ci sono allhotel dAligre, in rue Saint-Honor. Linverno scorso. Battevano la tela di un
inglese, una piccola composizione
Ho locchio esercitato del pittore, mi giustifico.
E voi, lombrosit nella sua voce si  dissolta e le sue gambe tornano ad allungarsi con
spigliata scioltezza sul canap, voi guadagnate a sufficienza con la vostra pittura? Qualcosa ci
ricavo.
Non posso lamentarmi, oggi che anche i pittori e gli scultori dellAccademia sono ridotti a
disegnare per i tappezzieri.
In un certo senso, i tempi mi sono favorevoli, ammetto.
Nessuno si meraviglia se cerco di trarre denaro dal mio talento. Soprattutto dopo la disgrazia
di Bernard. Ma queste non sono confidenze da fare nellatmosfera ingannevolmente soffice di uno
stabilimento dacqua calda.
Il pendolo alla parete batte le cinque. La sconosciuta sobbalza, porta la mano alla fronte,
aggiusta un ricciolo dietro lorecchio e dimprovviso ha fretta, scivola a terra ed entra nello spogliatoio
lasciando la porta socchiusa. Infila le gambe in un paio di calze di seta, i piedi dentro due stivaletti
dalla punta rotonda, un giro di gonna ed  sparita. Sul tavolinetto resta, intatta, la sua bavarese.
Ccile
Dio del cielo! Quando  successo? Dio del cielo, mio figlio!
Mio figlio eletto nel Comitato di Sorveglianza Rivoluzionaria!
Se sono contenta?, non ho parole, Michel. Come posso esprimerti la mia soddisfazione?
Orgogliosa, sono immensamente orgogliosa di aver generato un figlio che si  fatto voce e braccio del
popolo. Tu lo sai, ti ho dedicato ogni fibra del cuore fin da quando stavi ancora qua, nella mia pancia.
Ti ho preferito a me stessa in ogni momento della vita. Ma tu, Michel, con questa novit mi stai
ricompensando oltre misura.
Per spiegati meglio, fa capire anche a me che non me ne intendo cosa significa - ma in
concreto - questo incarico.
La responsabilit, lonore, mi rendo conto della grandezza di tutto ci. Io per prima ti ho spinto:
fatti avanti, dicevo, magari ti eleggessero in un Comitato!
Ma in pratica, per intenderci, con questa elezione avrai un indennizzo? S?, e quanto Tre
franchi al giorno! Questo significa,
Dio del cielo, significa che non dovrai pi lavorare per larsenale, al Pont-au-Change. Ce
labbiamo fatta, Michel. Che notizia!
Ora sono davvero felice e lo sar anche la mia signora, che  cos sollecita nel chiedermi di te,
come stai, cosa fai, non se ne scorda un giorno con tutte le preoccupazioni che ha per la testa.
Mio figlio, commissario! Eh, lo vedi che ho fatto bene a insistere, quando ti spronavo: da retta,
figlio mio, impara, impara a leggere e scrivere!, sembravo unaguzzina e invece
No?
Capisco.
Quello che dici  ragionevole, non dubito che il nostro governo abbia bisogno di militanti sicuri,
pi che di scrivani. Militanti devoti. Per epurare le sezioni, spazzar via i moderati, i tiepidi e gli
indifferenti, che sono la rovina della patria. E chi  pi devoto di te? Assemblee, raduni, cortei e la
marcia sulla Convenzione per mettere allordine del giorno il Terrore.
Stanco morto, ma non ti sei mai tirato indietro. Sei fedele e zelante, altrimenti non ti avrebbero
eletto nel Comitato di Sorveglianza, che  locchio della Rivoluzione. Ma saper leggere e scrivere,
anche questo conta.  un bagaglio che ti puoi portare dietro dappertutto. Un bene che non si deprezza.
Se non ti  servito finora, ti servir in seguito, fidati di tua madre.
E poi anchio ho una novit.
Ascolta, Michel.
Ascolta!
Ti assicuro che c materia per un bel rapporto e tu potrai fare una gran figura di fronte al
cittadino FouquierTinville.
 stato ieri, sul tardi, perci non sapevo come avvertirti.
Non ricordo che ore fossero esattamente. Adesso che ci penso, il sole era gi calato dietro il
leccio, ma il riflesso del tramonto durava fra i rami. Abbiamo delle giornate splendide, freddissime, ma
con una luce che tarda a spegnersi, lhai notato?
Quasi che il tempo non ci si raccapezzi nemmeno lui, poveretto, con questo nuovo calendario e
si diverta a mischiare le stagioni che fanno capolino luna in cima allaltra.
S, daccordo, vado avanti, ma devo pur spiegarti Abbi pazienza. E non scrocchiarti le dita, 
unabitudine che detesto.
Dovero rimasta? Ah s. Dunque, ero nelle cucine e giravo la manovella del macinacaff, stando
bene attenta a non perdere un solo grano, perch le scorte sono finite e fatichiamo a rinnovarle, tutti
quanti faticano, perfino il signor Lasnier comincia a trovarsi in difficolt.
Il sole era tramontato, ma ancora non era sceso il buio e le cucine, come puoi vedere, danno sul
viale che conduce al cancello e al corpo esterno di guardia. Cos, mentre giro la manovella e ascolto
quel bel suono ricco che fanno i grani quando si frantumano, con la coda dellocchio noto un certo
movimento.
I visitatori se nerano andati da un pezzo e nessun colpo di gong era risuonato sotto la volta
della portineria ad annunciare un arrivo imprevisto. Eppure al cancello cera una carrozza, un land con
i mantici rialzati, e il cocchiere si tirava i baffi, in piedi davanti al corpo di guardia, e per il viale si
affrettavano il direttore e il suo aiutante, che  poi il giovane che magnetizza la mia padrona.
Io sono l che trituro e frantumo, il macinino ben pigiato contro il petto, e continuo a fare il mio
lavoro anche se ormai la manovella gira liscia e i grani non sono pi che una bella polvere nera. Nel
frattempo con lo sguardo seguo le gambe di Lescourbiac, scheletriche nelle calze bianche, e mi
domando, con quella miseria di fianchi e di spalle, da dove abbia preso il fiato per procreare sette figli.
Intanto lui  arrivato alla garitta e ordina qualcosa alla guardia, probabilmente di aprire il
cancello che, infatti, viene aperto.
E mentre i battenti si aprono, dal land smonta una signora velata. Viene gi senza aiuto e si
volta a salutare qualcuno che sta nascosto, al riparo dei mantici.
Non ti dico come ci sono rimasta! Chi era? Ma la de Gouges.
Non ho dubbi, anche per via dellaltezza. Era quellanima lunga e scendeva da una carrozza
ferma sulla strada che rasenta il cancello. Lei, una detenuta.
La scena era delle pi curiose, te lassicuro. Da un lato il direttore che stava a contrattare con il
cocchiere, come un servitorello qualsiasi, dallaltro il suo aiutante che invece faceva il gentiluomo e
dava il braccio alla dama velata per accompagnarla dentro. Sono entrati non dalla portineria ma
dallappartamento privato di Lescourbiac. Che dunque favorisce i complotti, quali che siano, dei
detenuti, che te ne pare?
No, lei no, non lho vista in faccia.
Aveva un velo che la copriva fin sulle spalle e, a quel punto, anche le ultime vampe del
tramonto si erano spente fra i rami del leccio e il buio aveva preso a calare lesto, quasi per recuperare il
tempo perduto, e sinfittiva nel riquadro della finestra.
Come potevo vederla in faccia? Ma il portamento, la statura, quel modo inconfondibile di
muoversi Se ti dico che lho riconosciuta, devi credermi.
Bravo, questo lho pensato anchio. Chi lha mai sentito di un prigioniero che sale e scende a
piacer suo dalle carrozze, che se ne va e che ritorna indietro, come se fosse uscito per una passeggiata o
per prendere una boccata daria fresca prima di mettersi a letto?
Te lo sto dicendo, laffare  strano. Ma che ne sappiamo noi degli intrighi di quella donna?
Come non basta Se basta un sospetto per buttare la gente in galera, rinchiuderla e processarla,
questo non basta a stendere un rapporto?
In ogni modo, decidi tu, Michel. Lascio a te la scelta se riferire o no quello che ho visto, tu sei
addentro alle cose, chi meglio di te pu capire ci che  opportuno e ci che  fuor di luogo?
Del resto, non ce lho con la de Gouges. Se vuoi saperlo, mi sembra unesaltata pi che una
criminale. Ma ho preso un impegno e se ti ho raccontato della carrozza davanti al cancello e della
signora con il crespo che le scendeva sul viso e della stranezza di tutta la faccenda, insomma, se ti ho
raccontato dei miei sospetti  per onorare di fronte al cittadino FouquierTinville limpegno preso, oltre
che per un desiderio di giustizia.
S, Michel, di giustizia.
Voglio dire che non trovo affatto giusto che la de Gouges possa entrare e uscire da questa casa
come se fosse una visitatrice e che invece alla mia padrona non si conceda nemmeno il permesso di
andare a prendere la sua lettera di grazia.
 completamente distrutta, povera signora.
Sembrava che le cose si fossero aggiustate, ogni equivoco chiarito e riconosciuta linnocenza
delle sue intenzioni. Questione di giorni, pensavamo, e poi Invece il tempo passa e la lettera non
arriva.  l, Michel, in tribunale, pronta, con tutte le firme che servono, ma non gliela consegnano e lei
ha paura che possa essere revocata. Basterebbe che andasse a ritirarla di persona per risolvere
limpiccio. E di solito, lo sai, in queste circostanze non  difficile ottenere un permesso. Perch dunque
negarlo proprio a lei? Un permesso di qualche ora
Mi sbaglier, ma credo che in questa altalena di s e di no centri per qualcosa quel Lasnier, che
mi piace sempre meno, a dirla tutta. Magari non desidera perdere la compagnia, il caro cittadino
Lasnier, che passa le sue giornate in veste da camera e il diamante al dito medio che manda
sventagliate di luce come un faro mentre lui firma carte su carte. Poi si mette in ghingheri per la cena e
sfiora la mano della mia povera signora con le sue labbra di giuda: ancora la lettera non  arrivata?, mi
dispiace.
Ma lo vedo che sotto sotto  contento. Lui  contento e pure la signorina Thrse Una
bambina? Un diavolo scatenato che scappa di giorno e di notte per giocare con il figlio del custode e si
comporta come se si trovasse in villa a passare lestate. Ma lestate  finita da un bel pezzo, e la signora
dovrebbe essere meno indulgente con quella creatura che  nata bionda e zuccherosa e sta diventando
pi selvatica di una moretta doltremare.
No, Michel, non esagero.  un vero pericolo, quella bambina.
Per se stessa e per sua madre.
Ma non  di lei che mi preoccupo, in questo momento.
Piuttosto, del cittadino Lasnier. Un uomo subdolo Paga i nostri conti, e meno male, ma
questo non lautorizza a insistere con la storia del magnetismo. Una cura prodigiosa, dice, che fa tanto
bene per i vapori e anche per i crampi. A me pare unindecenza.
Sono entrata durante una seduta, mi avevano chiesto del t, e per poco non casco a terra, con il
vassoio e tutto, nel vedere le mani di quel giovanotto che si posavano ovunque ovunque, credimi. E
il cittadino Lasnier si carezzava il mento e si godeva la scena con gli occhi che scintillavano, a gara con
il diamante, nella semioscurit.
Con prudenza, ma glielho fatto presente, alla signora: non credo che queste sedute vi giovino
molto. Niente da fare. Lei  persuasa che Mesmer sia un granduomo. Le ho detto: Mesmer  un
austriaco, come la cidevant regina di Francia.  ancora consentito curarsi con i metodi di un austriaco,
non  una cosa antipatriottica? Perch non ti informi, Michel?
Caro mio, mi sbaglier, ma gli piace guardare le indecenze, al cittadino Lasnier. Un passatempo
troppo gradevole per permettere che finisca. Fuori c linferno? Lui non ha da temere n fiamme n
diavoli. S ricavato un bel rifugio tranquillo, manda avanti gli affari e le comodit non gli mancano.
Chi ti dice che non sia lui ad armeggiare zitto zitto con i suoi compari, a industriarsi, trafficone com,
in modo da bloccare la lettera di grazia al tribunale?
Ma s, ho finito, ho finito, Michel, cos tutta questa impazienza, dovrei essere io ad aver fretta,
visto che ho abbandonato il servizio per parlare con te.
E non tirare fuori questa faccenda, che  tutto un altro paio di maniche.
Non insistere, ti prego.
S, me lo trover un lavoro pi adatto alla madre di un commissario, ma quando la signora sar
uscita di qui e non correr pi rischi. E poi pensaci: sono una serva, anzi una cameriera, la cameriera
personale di una signora, ma quanti rapporti ho mandato al Tribunale? Lo sai meglio di me, dato che
sei tu a scriverli. Perci  vero, sono una cameriera, ma esercito anchio una funzione da repubblicana
coerente e posso farlo proprio perch non ho abbandonato il mio mestiere. E non  un compito facile, te
lassicuro, perch ormai qua dentro le fiutano le spie - va bene, gli informatori, se preferisci. Perfino il
cane del custode non fa che annusarmi le scarpe e brontolare.
Mi meraviglio che la mia padrona non se ne sia accorta pure lei, ma  talmente angustiata per
quella benedetta lettera!
Sta tranquillo, Michel, lo lascer il servizio. Ma prima voglio vedere se avr il coraggio, il
cittadino Lescourbiac, di negare un permesso alla mia padrona, mentre la de Gouges entra ed esce
come le pare, con quei modi spicci, che si crede meglio delle altre donne, la signora filosofa, e pure
degli uomini. Poco fa lho sentita urlare al suo avvocato: non riuscirete a intimidirmi!, uomini della
vostra specie se ne trovano a ogni cantone di strada, ma per forgiare una donna della mia tempra, caro
mio, ci vogliono secoli. E si tratta del suo avvocato. Anche se in effetti, a quel che ho capito,  venuto
soltanto per spillarle denari.
Con quel muso da topo, terrigno, bilioso. Ma lei! Ci vogliono secoli Rispondere cos a un
avvocato, che arroganza, Michel!
Thrde
Alberi neri, cielo blu. Blu repubblicano, precisa Ccile. I colori oggi non hanno sfumature, il
sole  un disco lucido e freddo, e io non posso scendere in giardino. Mamma me lha vietato perch,
dice, ci manca pure che ti ammali. E allora gioco a contare i colori, brillanti e nitidi fuori, opachi e
spenti nella nostra stanza, perch perfino la luce, nellentrare qua dentro, si avvilisce.
Il fatto  che mi  venuta la tosse ma non, come pretende mamma, per colpa del sole che non
riscalda, dellaria frizzante o dellerba umida del giardino, ma per via della stufa che manda fumo e un
odore di ferro arroventato che mi irrita la gola e mi fa girare la testa. Se almeno avessimo un caminetto!
Invece dobbiamo contentarci di questo catafalco grigio da quando ci hanno trasferito in una stanza pi
piccola perch non possiamo continuare a pagarci quella di prima. Non  un gran male perch tanto, se
arriva la lettera, ce ne andiamo. La lettera, la lettera, non si sente altro in questa stanza. Ma la lettera
non arriva, noi non abbiamo pi neanche il caminetto e i miei occhi piangono per il fumo e la noia,
perch non posso scendere in giardino, non posso giocare nella legnaia con Jupin e per di pi mi tocca
ascoltare le storie di Ccile.
Io piango e tossisco e lei, per calmarmi, sistema un cuscino accanto a s e ordina: siediti e
ascolta. Non sono mai state molto entusiasmanti le storie di Ccile, ma da quando suo figlio  diventato
commissario sono ancora peggio. Siediti e ascolta, e io debbo sedermi e ascoltarla mentre mi racconta
di Ges, che  il primo dei sanculotti, e di Robespierre, che  la bussola del patriottismo, e del popolo e
del potere che viene dal popolo e arrivata a questo punto sbircia di qua e di l e slitta sul bordo della
sedia come se qualcuno la stesse spingendo da dietro e io non capisco pi una parola di quello che dice.
Insomma, queste sono le sue storie. Se lo sapesse mamma!
Ma io non far la spia, non prender esempio dalla cara Ccile che spiffera tutto a suo figlio,
ma proprio tutto. Credono di essere soli quando fanno le loro chiacchiere nella legnaia e io invece sono
a due passi di distanza, dietro le fascine, le mani strette contro il cuore per trattenere laffanno.
Non  che mi nasconda per dispetto. Anzi, i loro discorsi mi spaventano. Vorrei scappare, ma
Jupin mi afferra per il nastro della cintura e mi fa segno con il dito sulla bocca. E io allora chiudo gli
occhi per non vedere Ccile che si rassetta la pettorina con aria contegnosa e diventa unaltra davanti a
quelluomo con la giacca corta, una sciarpa di lana ispida attorcigliata al collo e i mustacchi da brigante
che crescono crescono e ormai gli coprono le labbra. E dice certe cose che un po capisco e un po no, a
volte mi pare di capirle e altre volte sento solo una gran rabbia, ma non so contro chi, se contro Jupin
che mi trattiene o contro linverno e le disgrazie della mamma o semplicemente contro Ccile e suo
figlio.
Ieri ce lavevano con la signora de Gouges e a me dispiace quando ce lhanno con lei. Anche se
non passeggiamo pi insieme perch mamma dice che non devo infastidirla, io me le ricordo tutte le
sue storie, che non sono sconclusionate come quelle di Ccile, ma allegre e avventurose, e io, per
fissarle bene in testa, le raccontavo poi a Jupin. Cosa preferisci, gli chiedevo, che ti racconti della
Lapponia o dellAfrica dei negri?
Oppure delle isole doltremare, dove le scimmiette saltano libere da un ramo allaltro? E cacano
in testa alle persone, riassumeva lui, sbrigativo.
Non so perch mamma mi ha proibito di ascoltare le storie della signora de Gouges. Non sono
adatte a una signorina, dice.
E Ccile:  unarrogante che si pretende filosofa. Lha detto ieri anche a suo figlio e aggiungeva
che bisogna denunciarla prima che sparisca senza rimedio e io ho avuto paura, ma tanta paura, non so
se per la denuncia o per il timore di non vedere pi la signora de Gouges e la notte  tornato il mio
solito sogno, che non tornava da almeno un mese.
Comincia ogni volta nello stesso modo, con una sensazione di pancia gonfia e di prurito dietro
le cosce e io vorrei svegliarmi, ma non ci riesco per quanto mi sforzi. E mentre mi sforzo qualcosa si
apre e la mia piccola fontanella laggi in basso zampilla e a quel punto mi sveglio e mi accorgo che le
lenzuola si sono bagnate davvero. Questa notte, nel sogno, cera anche Ccile. Si avvicinava al mio
letto e, avvicinandosi, diventava alta, immensa, con un faccione largo, arrabbiato, solenne come
quando parla con suo figlio. Io mi tiravo le lenzuola fin sotto il naso, ma lei mi levava di colpo la
coperta e mi sgridava facendomi il verso: chi  che puzza, la mia signorina?
S, stanno succedendo cose veramente orribili e questo posto, che nonostante tutto mi piaceva,
ora sta diventando di una tristezza spaventosa e non mi piace pi.
Anche la signora Gerbaud si  ammalata, la sera non si fa musica e mamma singhiozza in
continuazione perch, aspetta aspetta, non abbiamo ancora ricevuto la lettera di grazia e nemmeno si sa
quando mai potr arrivare. Cos lei si profuma per bene e va a giocare a carte nella stanza del signor
Lasnier, che non  una stanza, ma un vero appartamento con caminetti grandi e accesi a tutte le ore.
Posso venire anchio?, le ho chiesto laltro giorno. E lei: non fare la noiosa
Ma se ha bisogno di me, allora non sono pi noiosa.
Adesso, per esempio.
Vieni qua, mi chiama con la voce di quando mi affida un incarico, tipo portare un biglietto al
signor Lasnier, una voce pi dolce di una confettura di ciliegie.
Vieni, e mi pettina con le sue mani, mi stringe i fiocchi, mi raddrizza le calze. Questa volta il
signor Lasnier non centra, devo sbrigare una commissione molto ma molto pi importan te. Devo
andare a chiedere la famosa lettera di grazia in Tribunale.
Per prevenire una revoca, spiega mamma.
Faccio un salto e il cuore mi si riempie dorgoglio e tremo da capo a piedi per lemozione, ma
subito dopo, in un angolino della testa, lento lento mi spunta un brutto pensiero.
Guardo sospettosa le sue dita sottili che trafficano per serrare bene la mia cintura.
Perch proprio io?, chiedo con un filo di voce. Un momento fa non potevo nemmeno scendere
in giardino e adesso mi vuoi mandare via, lei che sostiene che le strade di Parigi sono pericolose perch
Parigi  la capitale del mondo e perci  nelle strade di Parigi che si concentrano tutti i mali del mondo.
E di nuovo tremo ma non pi dorgoglio, bens di spavento, mentre mi tornano in mente le brutte storie
di Ccile, non quelle che parlano di Ges e di Robespierre, ma le altre, quelle che raccontano di
bambine sparite e di orfanelle abbandonate allospedale della Piet.
Perch proprio io?, supplico aggrappandomi al collo di mamma. E lei mi abbraccia forte e
avvicinando le labbra al mio orecchio sussurra che ormai siamo sole, ora che pap  lontano, e soltanto
io ho avuto il permesso di uscire, perci devo andare a prendere la lettera.
Mi scosta e, sempre tenendomi stretta, fissa il suo sguardo nel mio. Non aver paura. Ccile ti
accompagna e ti riporta indietro.
Abbasso la testa. Ccile, sempre Ccile. Non ho paura.
Hai capito cosa devi dire?
S, mamma.
Coraggio allora, ripetimelo.
Sono venuta a chiedere la lettera di grazia di mamma.
Cittadino Quando ti rivolgi a qualcuno, devi chiamarlo cos: cittadino. Su, riprova.
Cittadino, sono venuta a chiedere la lettera di grazia di mamma
che  la cittadina Charlotte Narbonne. Devi specificare il mio nome, non dimenticarlo.
No, non lo dimentico.
Il pap di Jupin sta facendo colazione al tavolo della cancelleria.
Inzuppa il pane in una ciotola e lo risucchia schioccando le labbra. Ha le calze rovesciate sulle
scarpe e non porta la camicia sotto la giubba sbottonata in alto. Come possa essere il padre di Jupin,
proprio non Io so. Si somigliano, ma dove lui  bello il padre  brutto. Anche a Jupin manca un dente
davanti, ma  un buchino che si vede appena, non una voragine.
Ehi, cittadina.
Si asciuga la bocca e mi minaccia con un dito, ma sorride tutto sdentato:  evidente che non fa
sul serio.
Cittadina, io ti lascio andare, per tu mi canti una bella canzone, fa sentire anche a me quella
voce dangelo che hai.
Mamma mi guarda. Ccile mi guarda. Il pap di Jupin mi guarda. Penso in fretta alla canzone
pi bella che conosco.
Stringo i gomiti ai fianchi, prendo respiro e canto.
Messieurs dia Revolution Vous moquez-vous dia Nation*
Mamma  diventata pallida pallida. Ccile mi prende la mano, la stringe fino a farmi male e
sibila: zitta! Ah, cittadino, dice rivolta al pap di Jupin, che detestabile educazione ricevono questi
bambini! Lui si gratta sotto la giubba, fra bottone e bottone, e non sorride pi. Questi poveri figli di
fanatici realisti!, insiste Ccile, quasi quasi  un bene che il padre sia scappato, almeno ha smesso di
insegnarle certe bestemmie. Lui finisce di grattarsi e mi squadra con unocchiataccia cattiva. Poi scrolla
le spalle e si avvia verso il posto di guardia.
Adesso sono io ad attaccarmi alla mano di Ccile,  la mia guida, devo starle incollata addosso
e pazienza se puzza. Attraverso la lana dei miei guanti sento lautorit dura, callosa, delle sue dita.
* Signori della Rivoluzione/ Voi vinfischiate della Nazione
Fuori c un freddo strano che sembra piovere dal disco nitido del sole. Un freddo fatto di
lucentezza e di colori che tagliano gli occhi. Il giardino  silenzioso, la verduraia e lambulante con il
cesto delle uova si affrettano in direzione delle cucine, nessuno passeggia lungo i viali, eccetto la
signora de Gouges. Lei non si cura del gelo e cammina insieme a una signora pi giovane, la compagna
di suo figlio, ha detto mamma una volta, e io ho corretto: la moglie, e mamma ha guardato da unaltra
parte e ha detto: s, la moglie, e io ho capito che non era vero.
Strattono Ccile e la costringo a fermarsi. La signora de Gouges si avvicina, mi carezza la
guancia, mi chiede dove sto andando con questo freddo e, mentre glielo dico, provo nuovamente un
brivido di orgoglio. Con lei sarebbe diverso, uscirei senza paura e, andando in Tribunale, mi farei
raccontare ancora una volta le storie dei viaggi in Lapponia e delle scimmiette delle isole calde, con
tutti i particolari. Chiss, mi chiedo con una piccola morsa di invidia, che storie racconta alla signora
giovane, a quella moglie che non  moglie.
Ma il pap di Jupin ci sta chiamando, laggi al cancello. Saluto a malincuore e seguo Ccile.
Esco attaccata alla sua mano e alla sua puzza come a un guinzaglio.
Sotto la cuffia le orecchie mi formicolano per il vento ghiacciato e tutta un tratto sono a Parigi,
in mezzo alle botteghe, alle carrozze, al tintinnio dei sonagli appesi alle maniche dei fontanieri.
Non penso pi alla mia paura n alle storie della signora de Gouges o al mistero della moglie di
suo figlio che non  la moglie, a giudicare dallespressione di mamma, non penso nemmeno alla
legnaia, soltanto un poco a Jupin e al suo sguardo che saltella allegro: non ci credo che crescendo gli
diventer cattivo come quello di suo padre.
Hyacinthe e il muro appare, scabro e giallo, fra un ramo e laltro. Gli alberi del boschetto
hanno perso le foglie smascherando la recinzione.
La terra  indurita da una gelata bianca che geme, sincrina e scricchiola sotto i nostri tacchi.
Credevo di non doverlo mai pi rivedere questo giardino.
E invece eccoci qua a camminare lungo il viale animato esclusivamente dallaffaccendarsi
quotidiano dei fornitori. Ci siamo solo noi a pestare foglie e brina. Il freddo spaventa gli ospiti di
Lescourbiac, che tengono le finestre chiuse e fino a sera non usciranno, dice Olympe, dalle loro stanze.
Soltanto una bambina ci viene incontro, per mano a una domestica. Indossa una mantelletta
azzurra inadeguata a questa stagione, ha le labbra livide, le gote accese. Una bella bambina che avevo
gi notato nelle mie visite precedenti, bionda e vivace. Con lei pi volte ho scambiato un sorriso di
riconoscimento.
Ma ora si avvicina aggrappandosi alla mano della serva e lanciandomi occhiate strane, come se
mi vedesse per la prima volta. I suoi occhi, pi chiari della mantella, mandano lampi inquisitori, mi
sappuntano addosso e si spalancano per la meraviglia come se si trovassero a tu per tu con un cane
danzante o con lorso ammaestrato di un saltimbanco. Non  naturale curiosit: qualcuno deve averle
parlato di me. E non in modo lusinghiero. So bene, da quando sono madre, come i discorsi degli adulti
si rispecchino nello sguardo dei bambini.
Olympe si china ad allacciarle il nastro della cuffia. Dove vai, sinforma, linterroga ancora, la
loda, un compito davvero importante, Thrse, devi esserne fiera, sarete libere e per meri to tuo, poi si
rivolge alla donna che laccompagna, chiede chiarimenti, precisazioni, e quella risponde scorbutica, a
muso duro, dandosi unaria sfrontata e inutilmente sgradevole. La nostra compagnia non  di suo gusto,
 chiaro.
Olympe non sembra badarci. Indugia in una carezza, tocca le gote arrossate della bambina e il
nastro della cuffietta scorre lento fra le sue dita che lo trattengono per lasciarlo andare, infine, con una
specie di rimpianto.
Bambina e serva spariscono oltre il cancello.
Il freddo si  fatto pi intenso. Colori di cristallo. Parole che diventano fragili e si frantumano
non appena escono dal nido della gola, domande che restano al riparo in un angolo della mia mente.
Mi spiegherete? Ma non oso chiedere, per paura che nella mia voce affiori un qualche accento
inopportuno, di protesta o, peggio, di condanna.
Allora racconto dei bambini e di Pierre, della sua situazione sempre sospesa, delle lettere che la
censura rende illeggibili. E dico di Mignonne, che ha ricevuto con la vettura pubblica di Calais - tre
franchi di porto - un pacco contenente gli effetti personali del fratello, i vestiti, le scarpe ma neanche
un biglietto o un avviso ufficiale, e per questo lei ancora sillude e non crede alla sua morte. E poi 
Olympe che vuol sapere degli ultimi decreti della Convenzione e io, in aggiunta, le riferisco delle
bottegaie delle Halles, che hanno strappato il berretto rosso dalla testa delle Cittadine Repubblicane e
hanno chiesto che venga sciolta la loro societ, perch il berretto rosso spetta agli uomini e le donne
che lo portano non possono essere che donnacce al soldo degli aristocratici.
Parlo, e non riesco a chiedere.
Le sue gambe si muovono con la consueta insofferenza, scostando la fodera voluminosa che
ingombra il passo. Ma la sua ombra si trascina pallida di lato. Anche il suo busto e i fianchi, a uno
sguardo accorto, si rivelano pi scarni che esili sotto la mantella pesante. Il corpo appare e scompare tra
i ri svolti, simile a una foglia pronta a staccarsi e volare via. Ma la fronte  distesa. Calma.
Mi spiegherete Oser mai chiederlo?
Stanotte cera un bel chiaro di luna, bianco e freddo come il terreno che stiamo calpestando,
quando ho alzato la tenda per controllare la strada e ho pensato a tutto il mio lavoro, laffanno, gli
sforzi per portarla in salvo, la fatica inutile, ma non provavo delusione e nemmeno risentimento, solo
dolore.
Non un dolore astratto, ma un dolore della carne, della gola, del petto, l e poi l e di nuovo l.
Non posso fare pi nulla per lei, pensavo.
Del denaro non preoccupatevi, di mese in mese trover il modo
Il suo collo emerge rabbrividendo dalla rovescia di velluto.
 distratta, non presta ascolto e tutta la mia efficienza, i miei discorsi pratici cadono nel vuoto.
Il profilo assorto si solleva a contrastare il vento.
Credevo e resta sospesa per un po, credevo che la Rivoluzione avrebbe restituito al
nostro sesso tutto quello che il nostro sesso ha fatto per laltro.
Io non ho chiesto, ma lei, a suo modo, mi ha risposto.
Olympe
Sono venuti luned, ventotto ottobre, di notte.
Il gong ha rotto il silenzio e il suono  rimbalzato di stanza in stanza, una vibrazione che si
dilatava per poi rallentare, dibattendosi intrappolata tra finestre e pareti.
La copia del Moniteur che stavo leggendo  caduta per terra.
Dentro la lampada, la fiamma ha rosseggiato.
Mi sono messa in ascolto.
Leco del gong si  spenta.
Nel giro di qualche secondo, lungo tutto il corridoio ho sentito levarsi un bisbiglio confuso, un
trapestio di pantofole, il su e gi precipitoso di calzature leggere, tonfi soffocati e alterni di porte che si
aprivano e si richiudevano mettendo fine alle visite notturne. Un acciarino raschiava da qualche parte,
come se qualcuno cercasse di accendere un fuoco o una luce.
Un nuovo, brevissimo silenzio.
Subito dal fondo delle scale  salito un rimbombo cadenzato di passi pesanti, di piedi che
calzavano stivali o scarpe militari.
I passi si sono avvicinati, fermandosi davanti alla mia porta.
Aprite!
Tre guardie intabarrate fino al mento. Un usciere con una grande medaglia dorata, tenuta ferma
da un fiocco tricolore allocchiello della giubba dordinanza, ha comandato: Prepara i bagagli. Ti
portiamo alla Conciergerie.
E mi ha messo in mano una carta grigia, scritta a caratteri minuti con un inchiostro ferruginoso
e male assorbito: latto ufficiale di accusa che attendevo da tre mesi e dieci giorni.
*
Una doppia porta di almeno cinque pollici di spessore, rivestita di ferro, mi separa dagli altri
reclusi. Sono in isolamento, un isolamento vero, senza guardie che mi controllino a vista, comera
accaduto a luglio nella cella del municipio. Ma a luglio non ero che unapprendista. Una detenuta che
poteva chiedere carta e penna e scrivere: io ho previsto tutto, so che la mia morte  inevitabile. Sono
passati tre mesi e dieci giorni, il mio apprendistato  finito e penso con orrore a quellaggettivo:
inevitabile. Come posso averlo scritto?, mi domando.
La Conciergerie
Seduta sul letto, la testa fra le mani, guardo la tappezzeria muffita, il pavimento di mattoni che
trasuda in larghe chiazze lumidit dellinverno. Lo sento, linverno che avanza. Dalla pianta del piede
mi risale fino al ginocchio e risveglia il tormento della frattura, che speravo addormentato per sempre.
La Conciergerie non  la cella angusta del municipio e nemmeno lAbbaye o la PetiteForce, ma
qualcosa che ha ben poco a che fare con un carcere, per quanto duro. Qualcosa di radicalmente diverso:
 lultima tappa. Da qui non ci saranno ulteriori trasferimenti. O la condanna o la libert.
Nello spasmo incontrollato delle budella capisco di colpo la differenza.
Mi tiro sulle spalle la coperta di lana ereditata dai prigionieri che mi hanno preceduto. La
temperatura devessere scesa sotto lo zero e la notte  terribilmente fredda. A unestate eccessiva non
poteva che seguire un inverno altrettanto eccessivo: nemmeno il tempo si rassegna alla normalit.
La coperta mi graffia la pelle.  ruvida, infeltrita per il lungo uso e a smuoverla manda un soffio
fetido di lazzaretto. Tra filo e filo il mio naso riconosce lodore acuto della febbre, quello pi denso
della desolazione e lodore notturno degli in cubi che la coperta ha trasmesso da prigioniero a
prigioniero, che ha passato dalluno allaltro e da loro a me, un contagio inoculato da mille filamenti
spinosi. Mille storie, mille spine che mi pungono il collo.
Due finestre: una  murata, laltra si apre in un alto spiraglio irraggiungibile. Supina, affondo lo
sguardo nella luce di quellocchio compassionevole che mi racconta di nottate chiare e di giorni
straordinariamente luminosi.
Luminosit lontane. Invernali.
Le luminosit del mio primo inverno parigino, il pi crudele che io ricordi.
Le fontane erano gelate, lacqua costava venti soldi a secchio e i portatori andavano a prenderla
agli abbeveratoi della Senna, rompendo il ghiaccio a colpi di bastone. Lavarsi era unimpresa. Justine
soffriva di geloni alle mani e ai piedi. Pierre aveva la febbre e per distrarsi giocava con le figure cinesi
disegnate sul suo paravento. Io mi riscaldavo sotto le coperte, guardando la luce del mio primo inverno
a Parigi. Immobile, per non far precipitare le nausee. La gravidanza aveva modificato i miei sensi,
lolfatto, il gusto. Mi dava sollievo sgranocchiare mandorle secche, al mattino.
Lho ancora in bocca quel sapore di venticinque anni fa. Liscio, amarognolo. Il sapore delle
mandorle del sud. La mia saliva non lha dimenticato e ancora mi salva da questa impressione di
vertigine, dal conato di vomito che sembra salire dal groviglio della coperta premuta sullo stomaco,
dalle paure dei mille detenuti che vi si sono avvolti prima di me.
Ma, a differenza di loro, io non ho paura, io che non ho rinunciato a immaginare un mondo
dove tutti possano parlare ed essere ascoltati.
Dovranno ascoltarmi, dico al lontano occhio di luce che schiarisce di minuto in minuto. Non
potranno sottrarsi quando ricostruir i fatti nello spazio scenico del mio processo.
Novembre 1793
Agns
Qua, Manette, da questa parte, sono qua! Sei un bel po in ritardo, cara mia. Guarda che folla, il
Tribunale  zeppo da togliere il respiro e mi  toccato lottare come un lupo di montagna per tenerti il
posto. Dovresti ringraziarmi, perch sar merito mio se oggi non ci perderemo una parola, siamo
piazzate a meraviglia, non ti pare?, in una posizione invidiabile. Ma se tardavi ancora
Pensa che un giovanotto me lo voleva pagare, il tuo posto.
Chi era? Un esaltato. O forse un parente, a giudicare dallinsistenza.
Ben vestito, redingote scura, ma due occhi spiritati con un frego rosso sangue allangolo e la
mascella contratta. E insisteva, insisteva,  arrivato a offrirmi venticinque franchi.
Franchi, hai capito bene.
Gli ho riso in faccia: Come avete detto che vi chiamate, cittadino? Bene cittadino Fraz, mi
prendete in giro? Ma lui, opl, ha tirato fuori un assegnato proprio da venticinque franchi e me lo
voleva ficcare in mano di prepotenza.
Bello mio, gli ho detto, dammi uno scudo e laffare  fatto.
Uno scudo, ho pensato, Manette non si offender quando le mostrer uno scudo piovuto dal
cielo,  il caso di dirlo. Ma lui aveva solo unaria disperata e un po di cartamoneta e io di quella roba
non ne voglio sapere, denaro scritto!, si strappa, si sporca, pu prendere fuoco, pfff e in un attimo 
svanito. E poi metti che  falso, ormai falsificano tutto, perfino i biglietti della lotteria nazionale, e se
mi denunciano per possesso di assegnati falsi, io che gli racconto? Che me lha dato uno sconosciuto in
Tribunale? Un tizio con le mani bianche da signore e gli occhi rossi da disgraziato? No, niente da fare.
Meglio non cercarseli, i guai.
Ehi, attenta, ma dove ce lhai la testa? Non sederti sul mio lavoro! Brava, cos, ripiegalo e
mettilo nel cestino. Non so quante camicie ancora ho da finire, e se non mi sbrigo addio consegna. Ci
pensavo stamani allalba, mentre venivo in Tribunale con il cesto sotto il braccio: al paese si lavora
come muli, ma non c questa ossessione della consegna, questo contare e ricontare i capi finiti e, dopo
aver contato, ricominciare daccapo, ogni giorno che Dio ci manda.
Non ti sento, Manette, che vuoi sapere?, urlano tutti, urla anche tu che la voce sei pronta a
tirarla fuori, quando serve!
A chi fanno il processo? Ma che ne so. Unamica, pare, di quei deputati della Gironda che
hanno scorciato laltro giorno, quelli che calunniavano i parigini e volevano far marciare le province
contro la capitale. Erano un bel mucchio e per scorciarli tutti Sanson ha avuto bisogno di cinque
carrette, cinque equipaggi e dieci aiuti l in alto, sul palco. Tu te lo sei perso lo spettacolo, ma io no.
Salivano e zac via uno, zac via laltro, eccoli serviti quei signori con il colletto sporco di cipria. Ma
dopo il sesto me ne sono andata.
Questa di oggi?
S, una donna.
Non lo so, mica posso sapere tutto, io. Magari era la moglie o lamante, pi facile lamante, di
uno degli scorciati, abbi pazienza e fra poco lo sapremo. Si chiama de Gouges, lhai mai sentito questo
nome? Mi ricorda qualcosa, mi ricorda
Aspetta! Ma certo!  una che lavorava per il teatro.
No, non unattrice. Scriveva. Davvero, non  da ridere?
Ecco perch mi ricordavo il nome. Lho conosciuta di persona e una sera lho perfino
accompagnata al suo posto: io pure, sai, lavoravo per le scene. Te lho gi raccontato? Ero addetta
allapertura dei palchi e quello s che era un lavoro, cara mia!, anche se purtroppo non ho avuto il
tempo di farci labitudine perch lhanno aperto e chiuso in un amen, il mio tea tro. Dava spettacoli
controrivoluzionari e hanno fatto bene a chiuderlo, per a me  dispiaciuto, lo confesso, perch il
lavoro mi andava a genio e non ne ho pi trovato uno che potesse minimamente paragonarsi a quello.
Lavevo trovato per caso, quando si dice la fortuna Ero arrivata da poco nella capitale e
figurati che portavo ancora gli zoccoli foderati di fieno e derba.
Un viaggio di tre settimane, Manette, in compagnia di mio fratello, lui e io da soli. La strada 
lunga e a farla come labbiamo fatta noi, tempo ce ne vuole. Un tratto su una carretta, un altro a piedi e
un altro ancora su una diligenza per il trasporto dellacqua. Finalmente arriviamo e mio fratello si mette
a vivere a dozzina: un letto in una stanza con undici sconosciuti e buonanotte. Io, che preferisco vivere
a compagnia, mi sono accordata con una compaesana che aveva da dividere uno stanzino a un sesto
piano.  ancora l che sto.
 vero, ci sei venuta una volta Non si pu chiamarla una sistemazione di lusso, per ciascuna
ha la propria sedia e il proprio vaso da notte, per il resto  come tutte le pensioni, si paga met mese
anticipato e si segna una croce sul registro.
Insomma, ero appena arrivata e mi ero messa a vendere spugne al Palais Royal quando mi
capita questa occasione, lavorare in teatro! Un regalo della Provvidenza, bont sua, e di un conoscente
nostro che ormai  quasi parigino. Era stato lui a invogliarci delle comodit di Parigi, tre anni fa, nel
novanta, quando era rientrato al paese. Tanti, allepoca, erano rientrati dalla capitale. Approfittavano
del sussidio, te ne ricorderai senzaltro la Comune loffriva ai provinciali che avevano perso il lavoro
e promettevano di lasciare la citt. Ma questo conoscente nostro al paese non ci si trovava pi, e dopo
una chiacchierata, un saluto e un bicchiere di rosso, si era messo di nuovo il sacco in spalla e aveva
ripreso la strada di Parigi. Non passa un mese ed eccoci anche noi alla sua porta, in rue Beaubourg.
Come avremmo fatto, senza di lui! Sapeva tutto quello che occorre sapere: dove andare a cercar
lavoro o da quale oste comprare dei buoni avanzi con interi bocconi di carne. La nostra Provvidenza,
veramente. E mi ha fatto conoscere il teatro, i palazzi, i fuochi dartificio
Parigi, ah, Parigi! Sembrava una festa continua, a me e a mio fratello. Se pensi che di sera, al
paese nostro, lunico divertimento  gramolare la canapa tutti assieme!
Be, non proprio lunico, hai ragione.
Anche in campagna non  difficile trovare un angoletto buio dove rimboccare la veste e lasciare
che il gatto vada al formaggio.
Ma  un divertimento che, se prima non costa niente, dopo ti fa piangere salato, lo sai meglio di
me visto che hai tre figli.
Come no, Manette, me ne sono accorta subito che il rimedio, a volerlo, non vi manca, dato che
a Parigi ne sapete una pi del diavolo.  per questo che ci vengono da tutto il mondo e magari anchio
ci sono venuta per questo.
Certo per che  immensa, Parigi, e noi allinizio ci perdevamo di continuo. Un po non
eravamo abituati a tutte queste strade, stradine e stradette che si piegano e ripiegano e tornano a
piegarsi una sullaltra, una dentro laltra, e un po era il periodo che la municipalit cambiava in
continuazione i nomi delle vie e delle piazze. Mio fratello si era procurato, non so come, una Guida per
lo Straniero, che avevano stampato apposta dopo quei cambiamenti, e andava cercando qualcuno che
gliela leggesse
Coshai capito non intendevo criticare: anche i nomi hanno da essere rivoluzionari e perci 
giusto sostituirli. Ma un poco alla volta, tanto per non confondere pi del necessario la gente che viene
dalla provincia.
Comunque, se i nomi cambiavano, grazie al cielo cerano le case, i mercati, i ponti o i giardini
che non potevano essere modificati l per l, da un giorno a quellaltro. La strada di casa, gira e rigira,
alla fine si ritrovava.
E un bel giorno ho incontrato te, Manette. Ci siamo cono sciute ai giacobini, ricordi?, e ora
eccoci qua a sostenere con tutte le nostre forze il vro patriottismo e a lavorare per i nostri soldati.
Anche per mio fratello, povero lui.
 partito ieri mattina e, se ci pensi bene, gli  convenuto.
Intanto si  preso una sommetta mica male per rimpiazzare alla leva il cittadino Boucher,
lebanista di rue de la Verrerie, e, in ogni caso, meglio lesercito che correre tutte la mattine a disputarsi
un lavoro in place de Grve. Lo si trovasse poi, un lavoro.
Di qualsiasi genere. Uno sterro in un cantiere o a una cava
E quando lhai trovato, magari un bel lavoro pubblico, succede che arriva il messo e dichiara
che la Comune ha le casse vuote:  da mesi che non paga i suoi operai, lo sappiamo, e guai a protestare.
Tanto vale andar soldato. Del resto, non durer allinfinito. Robespierre lha detto: se la guerra si
prolunga, il popolo si stanca.
Cos gli hanno dato una giacca, due paia di pantaloni, uno zaino, un vecchio fucile da caccia
con la canna modificata per reggere la baionetta ed eccolo arruolato, il mio bel fratello.
Ma che il barbiere non avrebbe avuto piet dei suoi capelli, di questo non lavevano avvertito.
I suoi capelli biondi, Manette, ondulati, pi folti dei miei, non ho mai visto un uomo con tanti
capelli in testa. Piangeva come un bambino quando  venuto a salutarmi. Tranquillo, gli ho detto,
ricrescono subito subito, pensa alla Rivoluzione, cos un taglio di capelli di fronte alla Rivoluzione?,
non si pu nemmeno chiamare sacrificio. Ma lui piangeva e piangeva e a un certo punto mi ha fatto
quasi invidia, perch io non riesco a spremere un goccio neanche se mi bastonano sulla testa, come
faceva mio padre.
Ehi, ma cosa sta dicendo quella tizia l davanti?
Brava, sono daccordo:  una sconcezza. Non siamo mica venute in Tribunale per chiacchierare
e basta! La vogliamo vedere, questa de Gouges. Hanno forse paura di svegliarla troppo presto, la
signora? Se ce la portano qua, ci pensiamo noi a darle la sveglia.
Ah, me la dovr pur prendere una qualche soddisfazione!
Magari al processo della Neuvglise Mi hanno assicurato che si terr fra qualche giorno e
quello, Manette, non dobbiamo perdercelo assolutamente. Ma s che la conosci, la Neuvglise, la
direttrice della filatura dei giacobini. Si era messa a licenziare le madri di famiglia che chiedevano
qualche razione di pane in pi, non simmaginava che adesso c una giustizia anche per lei, oh se c!
Ma intanto ecco qua, ci avrei scommesso che mi si spuntava lago e il cesto  pieno, quando
mai finir.
Di, Manette, me la faresti una cortesia? Io ti ho tenuto il posto, favore per favore Mi potresti
imbastire qualche orlo?
Ho paura di restare indietro, una giornata passa in fretta, talmente in fretta che manco te
naccorgi e se non finisco entro stasera, in sezione non mi danno altre consegne.
Se non rispetti i tempi, mi hanno detto
 da un po che succedono cose strane nelle sezioni. Dovremmo capirlo meglio quel che
combinano l dentro, cara Manette. Per esempio, com che i nostri soldati hanno bisogno di vestiti e
invece a noi il lavoro diminuisce? I soldati partono con le camicie nuove e allora a chi le danno le
uniformi da cucire, secondo te? Siamo noi che ne abbiamo diritto e in sezione dovrebbero stare pi
attenti a distribuire il lavoro in base alle regole, che ci sono apposta perch i cittadini le seguano.
Ah, se le donne non fossero tanto vigliacche! Ne basterebbero dodici come me e te per ottenere
di essere pagate non dico allo stesso modo degli uomini, ma quindici soldi al giorno, almeno a quindici
ci arriveremmo.
Ma che ore sono?
Basta, stanno esagerando. Si fa o non si fa questo benedetto processo? Mi sono stufata di
aspettare i comodi loro.
Non che io abbia fretta, questo no. Qui perlomeno posso lavorare in economia, senza
consumare legna e luce. Eh, noi non possiamo permetterci finestre illuminate. Altro che scrive re, cara
la de Gouges! Capriccio di signora: candele, lampade, magari il caminetto acceso E noi dobbiamo
coricarci al freddo e al buio.
Ma ho imparato a fare come te, Manette. La sera stacco dal muro i bollettini della Convenzione
Nazionale, me li faccio leggere dal portiere perch sono parole sante, carte che escono dalla
Convenzione, perci prima me le faccio leggere e dopo le brucio. Ardono che  una meraviglia. Che
male c? Di notte sono inutili, chi le legge?, e la mattina seguente  tutto un correre di attacchini
municipali con le carte nuove. Se io scollo le vecchie, almeno non vanno sprecate e servono
doppiamente al popolo.
Cos, con i bollettini, un fuocherello per la sera bene o male lo rimedio e di giorno vengo a
scaldarmi i piedi e a rinforzare lo spirito patriottico in Tribunale o alla Convenzione.
Potendo scegliere, io preferisco il Tribunale, e tu?
La Convenzione  pi istruttiva, non c dubbio: grandi nomi, grandi oratori, grandi discorsi.
Marted, lhai sentito Saint-Just? La miseria ha generato la Rivoluzione, la miseria pu farla fallire
Dove lo puoi sentire un discorso del genere se non alla Convenzione? Per in Tribunale c questo di
buono, che non si fanno discussioni troppo complicate per le nostre orecchie e alla fine c sempre una
decisione chiara, senza equivoci: colpevole o innocente, non si scappa.
E poi la Convenzione ha il difetto delle tribune che sono troppo lontane, perci si sente male e,
a seconda di come capiti, rischi di non vedere nemmeno il deputato che sta parlando.
Soprattutto fino a qualche giorno fa, quando i posti migliori venivano riservati agli amici e alle
amiche dei girondini, aristocruches* che arrivavano con i cappelli alti, le gonne gonfie e il binocolo.
Ma noi abbiamo protestato, abbiamo montato la guardia allingresso e stracciato i biglietti di favore,
cinquanta
* Gioco di parole che unisce in modo dispregiativo aristocrate (aristocratico) a eruche (oca,
in gergo familiare). donne arrabbiate eravamo. Lassemblea ha dovuto interrompere la seduta e i
girondini si sono alzati in piedi gridando che si voleva svilire la Convenzione. Eravamo noi, a sentir
loro, che svilivamo la Convenzione.
Ma lhanno finita con le loro provocazioni e i loro privilegi.
E anche questa de Gouges, anche lei lha finita di scrivere e far teatro.
Oh, Manette, ma io continuo a parlare e ancora qua non si decidono. Che diavolo succede, ce la
fanno vedere, s o no, questa girondina?
Olympe
Sabato, dodici brumaio. Due novembre, vieux style: giorno dei morti, per i cristiani.
Rare lanterne alleggeriscono i nostri passi nellombra del corridoio. Le luci delle fiaccole si
inseguono sulle pietre dei muri e di tanto in tanto sfavillano mostrando dei polsi magri che escono dalle
maniche delle uniformi.
Due novembre, festa cristiana.
Il partito di Robespierre, che ha abolito le feste religiose, questa dovrebbe conservarla.  sua di
diritto. Ma non penso a me mentre cammino, scortata da tre guardie, in una semioscurit attraversata da
correnti daria che sfiatano dal cuore sotterraneo della Conciergerie. Penso a Vergniaud, alla carretta
che  passata a prenderlo due giorni fa.
Lho saputo per caso. Ieri, a mezzanotte, quando lusciere mi ha consegnato, come vuole la
legge, la lista dei giurati che seguiranno il mio processo e poi si  trattenuto per raccontarmi in che
modo i deputati della Gironda sono andati ad affrontare la ghigliottina.
Io tenevo fra le mani quellelenco di nomi da cui dipendeva la mia vita e lo cincischiavo con un
gesto da automa, incapace di leggere. I miei occhi stavano guardando lamico che saliva sul palco di
Sanson, dondolando il grosso testone affettuoso.
Per tutta la notte lho visto percorrere il breve tragitto dalla carretta al palco, ogni volta con la
stessa andatura ciondolante e la stessa indolenza meridionale con cui era solito salire le scale di casa
mia. Saliva e subito sprofondava in una poltrona, allungando le gambe per discutere dellargomento del
giorno al la Convenzione o delle sue pene damore per madamigella Candeille. Lincantevole
madamigella Candeille, che faceva piangere tutta Parigi quando era in scena per poi far piangere lui
quando il sipario si chiudeva.
Questa notte lho visto andare e venire non so quante volte, il mio amico Vergniaud, e ora il suo
testone arruffato mi precede mentre mi arrampico per gli stretti gradini della torre Bonbec.
Mi isso a fatica, sempre pi su, seguendo il suo fantasma.
Sono le sette del mattino e solo il freddo mi sembra vivo.
Raggiungo lultimo gradino. Entro nella sala delle udienze e la mia vista, il mio udito, il mio
odorato, tutti i miei sensi, sedati dal mondo murato della prigione, mi esplodono nel cervello.
Suoni, luci, odori, tutti assieme si precipitano sul mio corpo e lo confondono.
E Vergniaud, Pierre-Victorin Vergniaud con il suo cuore leonino e landatura pigra, a questo
punto non c pi, la sua immagine si  dileguata e io barcollo, sopraffatta dalle voci della folla che
preme, che simpazientisce, che reclama il suo spettacolo in un sentore pervasivo di aceto, di erbe che
macerano dentro grandi vasi per scacciare laria corrotta e le febbri che ci tiriamo dietro come uno
strascico dalle celle della Conciergerie.
Febbri che potrebbero montare pi rapide di un fuoco in questa sala detta dellUguaglianza e
ribattezzata dai detenuti con un nome ben pi appropriato: fabbrica di FouquierTinville.
Costance
 per lei che ho messo guanti e cappello e sono venuta fin qua.
Ci sono venuta lasciando perdere i miei principi, perch io non vado ad affollare le tribune alla
maniera di una grisette qualsiasi che non pu vantare n nascita n beni o di unoperaia che cuce per le
truppe. Nessuno, dico nessuno, pu gloriarsi di avermi visto alla Convenzione o ai Giacobini e
tantomeno mi sarei fatta vedere in Tribunale, se non avessi letto il suo nome sulla gazzetta.
Gli assembramenti, le discussioni non sono di mio gusto e inoltre sono troppo carica di lavoro,
questo  il fatto. La tipografia mi ruba tutto il giorno e anche la notte da quando sono rimasta sola a
gestirla, e tra nove nipoti non ce n uno disposto a lavorare per me, a parte Christine.
Ma, ieri mattina, la pettinatrice arriva con il giornale che di solito sfoglio per mettere a frutto il
tempo mentre lei mi tira su i capelli  ben lenta e vecchia la mia pettinatrice, e tuttavia non la
cambierei per nulla al mondo con uno di quei garzoni parrucchieri dalle pose delicate che vanno tanto
di moda. Mai ho permesso a quei cialtroni di prendersi confidenza con i miei capelli! Dunque, stavo
leggendo e commentando le notizie mentre lei mimpolverava con una spruzzata leggera leggera di
cipria - non c niente come un tocco di cipria per mantenere in ordine la pettinatura, perch dovrei
rinunciarvi, per paura di sembrare allantica? -, quando, nella lista dei processi, vedo il nome della de
Gouges.
Be, mi sono detta, Constance, questa volta non puoi rifiu tarti, anche se hai le tue
preoccupazioni e la giornata fin troppo piena per sprecare tempo alle assemblee o in Tribunale, si tratta
di una vecchia cliente, va a dare una sbirciatina.
E fiat voluntas, eccomi qua.
La conosco bene, io, la de Gouges. Non c cosa che riesca a chiuderle la bocca. La
Rivoluzione divide gli animi?, sinfiamma lintero universo?, e lei via a intensificare la sua guerra di
penna: unottima cliente, dal mio punto di vista. Inoltre mi ha sempre pagato, anche se spesso e
volentieri in ritardo.  da anni che stampo le sue opere, non tutte ma buona parte, e proprio lanno
scorso ho tirato parecchie copie dei suoi manifesti, quasi non passava giorno senza che me ne portasse
uno nuovo.
S, unottima cliente.
Peccato quel carattere eccentrico che mette a disagio. Troppa foga, troppa irruenza. Senza
contare i danni dellambizione
Non si scappa, una donna che guadagni per s il titolo di autore, e lei se lo  guadagnato,
perde, in realt, molto pi di quanto acquisti: se le sue opere sono cattive ci si fa beffe di lei, se sono
buone la si odia. Dove sta il vantaggio? Abbandonare la leggerezza della seduzione, rinunciare alle
risorse dellastuzia femminile per la fatica severa della scrittura non  unambizione eccessiva?
Per questo non mi sta alla mano la de Gouges, ma la rispetto: anchio, in un certo senso, lavoro
con le parole, perci sono dalla sua parte.
E poi non scrive sciocchezze, bisogner pur dirlo.
Lanno scorso appunto, il ventotto di giugno, quando Luigi Capeto fu costretto a bere alla salute
della Nazione con il berretto frigio in testa davanti alla folla che aveva invaso le Tuileries, lei non
manc di far sentire il suo parere e lo fece sentire nel solito modo: scrivendo. Scrisse che era sbagliato
umiliare i tiranni e al tempo stesso mantenerli al potere, perch questo significa conservare una
mostruosit, cio un governo esautorato e inabile.  tempo, scrisse, di pronunciare il divorzio tra il
principio monarchico e il nuovo diritto, dato che non c pi alleanza o riconciliazione possibile. E il
dieci di agosto, quando cadde la monarchia, sul manifesto che mi port quella sera stessa esultava:
finalmente  stato tagliato il nodo gordiano.
Ma il sangue, diceva, non sar mai il sangue a decidere della salvezza di unidea.
C coerenza nel suo pensiero, mi sembra. Anche se mio nipote Leon, il giudice di pace, in
quelloccasione ebbe a dire: di che simpiccia?, pensi piuttosto a confezionare pantaloni per i nostri
bravi sanculotti.  fatto cos, lui.  convinto, come tutti gli uomini daltronde, che le donne sono state
create per far perdere la ragione, non per parlare e sentire secondo ragione.
Inutile discutere con lui.
Daccordo, per essere eccentrica lo  senzaltro, ma io apprezzo il suo lavoro, fatto di parole
schiette, senza inutili pomposit, e non mi son potuta trattenere. Quando ho visto il suo nome sul
giornale, ho infilato i guanti, ho appoggiato il cappello sulla pettinatura fresca e sono venuta fin qua a
dare unocchiata, anche se non ho tempo per fervori patriottici o altri spettacoli del genere, mi bastano
le mie preoccupazioni.
Che non sono poche.
Per fortuna Christine s persuasa - non  stata una decisione rapida, ma la faccenda  finita
come il buon senso voleva che finisse - e ha fatto i bagagli, trasferendosi da Belleville a Parigi per
darmi un aiuto. Lunica nipote femmina, ho sempre nutrito un particolare affetto per lei. Quante volte,
quando era piccola, me la facevo venire a Parigi!
Ma adesso  donna e, per la verit, io non sono abituata a unaltra donna per casa, che pretende
di dire la sua anche in cucina, storcendo il naso davanti a salse e pimenti. Christine purtroppo mangia
soltanto latte, uova, frutta e verdura: una vera pitagorica. Al pi una mezza misura di caff ogni tanto.
Siamo in quaresima permanente.
Ma con il lavoro  brava. Se non ci fosse lei che organizza, che sa come rigirarsi Soprattutto
da quando ho dovuto licenziare le donne che lavoravano per me. Con il cuore che piangeva, ma non ho
avuto scelta dopo la visita di quellenergumeno che mi ruotava un bastone sotto il naso e mi ghignava
in faccia, urlando senza tante perifrasi: basta con queste puttane che levano il pane di bocca agli
uomini! Mi son dovuta convincere per forza. Le ho licenziate e ho assunto degli operai.
Fiat voluntas.
Che pena per!, che pena vedere certi ragazzoni robusti chiusi per ore in una stanza, le mani
grandi e grosse impegnate in un lavoro delicato, di precisione, che non  adatto a loro.
Gli uomini fanno fatica alla composizione tipografica. E mia nipote Christine che da ordini a
destra e a sinistra come se fosse la padrona Ma  brava, devo riconoscerlo, e finch si atteggia a
madre di famiglia o a sorella maggiore con i lavoranti
Il guaio  che si comporta alla stessa maniera con tutti gli uomini, giovani o vecchi, sposati o
scapoli, li tratta come fratelli, indistintamente e senza la minima civetteria. Lo trover mai un marito?
Ebbene s, ho i miei problemi e non dovrei immischiarmi in vicende che non mi riguardano e, in
special modo, nelle controversie di una donna con troppe idee in testa.
Ma il punto  precisamente questo: ha diritto o no la de Gouges a manifestare le sue idee, a dire
in pubblico la sua opinione, qualunque essa sia?
Nellottantanove pensavamo di s. Ritenevamo di essere liberi, dopo esserci sbarazzati della
censura reale. Si stampava volentieri e di tutto. La libert di pensiero e di espressione ci sembrava la
conquista pi preziosa Labbiamo poi scritto anche nella Dichiarazione dei diritti delluomo e del
cittadino, che  il testo sacro della Repubblica e non a caso  esposto in pompa magna sopra quel
leggio, fra bandiere e asce littorie.
Allora, ha diritto o no la de Gouges ad avere delle opinioni?
Questo  il punto. Ed  giusto che si discuta di questo punto nellaula di un tribunale?
Per la verit, io sono digiuna di dibattimenti e ne so ben poco di processi e tribunali. Questa, per
me,  la prima volta.
Mi sento una novizia a paragone di queste pettegole con laria esperta, che si danno di gomito e
sussurrano e additano e chiamano per nome questo e quello, a cominciare dalle guardie per finire al
cancelliere, ai giudici, ai sostituti dei giudici. Io fatico a distinguerli luno dallaltro, vestiti come sono
con lo stesso abito nero sotto il mantello e il copricapo rialzato sulla fronte, sormontato dallo stesso
pennacchio nero, ma fra queste chiacchiere, in men che non si dica, acquister senza dubbio anchio
una certa competenza! Gi so una quantit di cose, grazie alle mie vicine che fanno andare la lingua
alla stessa velocit dellago. Per esempio, che il presidente Herman  un protetto di Robespierre e che il
Grande Accusatore ha mandato un sostituto e che il banco della difesa, alla destra del tavolo ricoperto
di panno verde dietro cui sta il presidente,  vuoto perch lavvocato difensore non si  presentato.
Ma allora, mi stupisco, chi difender limputata?
Limputata siede di fronte alla giuria.
Una specie di podio soprelevato mette in mostra il suo pallore e lassoggetta allesame delle
tribune. Anchio lesamino.
Non con il mio solito sguardo di tipografa abituata a scomporre e ricomporre i suoi scritti, ma
con quello della folla, che cambia e moltiplica le prospettive.
A guardarla come la sto guardando, non si pu dire che sia ben fatta. Lunga di busto e di collo,
scarsa di petto, pi di quanto rammentassi. Austera. Ma di unausterit luminosa come questa limpida e
fredda giornata dinverno che lucida in alto la vetrata.
Il presidente Herman scuote il campanello, il cancelliere si alza e da lettura dellatto di accusa:
Marie Olympe de Gouges, vedova Aubry, donna di lettere, viene formalmente accusata di aver
composto unopera, intitolata Le Tre Urne, contraria al desiderio manifestato dai francesi di avere un
governo repubblicano.
Unopera che non tiene conto, a quanto pare, delle leggi emanate contro chiunque proponga una
diversa forma di governo.
La mia vicina - Agns,  il nome con cui linterpella la sua compagna - appunta lago al
grembiule e chiede, a nessuno in particolare: che significa, che  una monarchica?
Dopo il cancelliere, prestano giuramento i tre testimoni dellaccusa. Giura il cittadino Cressot,
fabbricante di carta e fornitore della de Gouges. Giura il tipografo Longuet (ecco a chi portava i suoi
scritti, quando si era indebitata a dovere con la mia tipografia). Giura Francoise-Modeste Meunier, la
ragazza che ha presentato la denuncia al Comitato di Salute Pubblica.
Strana, questa Francoise-Modeste.  il teste principale eppure risponde a monosillabi,
scontrosa, recalcitrante. Forse perch  molto giovane e il pubblico limbarazza, sar per questo.
Dopo Cressot, Longuet e la Meunier, dovrebbero giurare i testi a discolpa, ma non ce ne sono.
O non vengono chiamati.
 il momento di Naulin, il sostituto di FouquierTinville.
Prima di rivolgersi alla de Gouges, passa e ripassa due occhietti irosi sul mare di cuffie che
ondeggia nelle tribune.
Quando avete composto questo scritto? / Nel corso di maggio.
E per quale motivo?
Lei ricorda gli sconvolgimenti di Bordeaux, di Lione e di Marsiglia, lagitazione che si stava
diffondendo nei dipartimenti, il malumore verso Parigi. Ho pensato che sarebbe stato prudente, e utile,
lasciare a ciascuno la scelta del governo che reputava pi adatto al proprio paese.
La testa di Naulin scatta allindietro, in una mossa da cavallo nervoso. Cittadina E le cita la
legge del 17 settembre, che modifica e precisa quella del 29 marzo. Secondo questa legge, sono da
considerare sospetti tutti coloro che mostrano con condotta, frequentazioni, propositi e scritti - dessere
partigiani del federalismo.
Oh!, esclama la mia vicina Agns, dunque si tratta di una federalista.
Ma la legge  uscita in settembre, lo scritto  antecedente.
Non capisco. E poi, se proprio dovessi dire Che razza di legge  quella che considera
sospetto, e perci degno di carcere e di morte, il potenziale autore di un probabile reato?
Va a finire che sei sospetto in ogni caso, se hai delle opinioni e pure se non le hai, perch allora
sei sospetto di indifferenza, e lindifferenza  anchessa un reato.
Naulin si china sullincartamento che ha davanti, lo sfoglia con foga esagitata.  uno di quegli
uomini che compensano la costituzione debole con unapparenza di irascibilit.
Riconoscete, chiede, di essere lautrice di un testo teatrale, trovato fra le vostre carte, dal titolo
La Francia salvata o il Tiranno detronizzato?
Lo riconosco.
Perch dunque avete messo in bocca a un personaggio, che in questopera rappresenta la
Capeto, delle declamazioni ingiuriose contro i pi ardenti difensori dei diritti del popolo?
Che assurdit, penso. Cosa centra questo con laccusa. E poi il teatro  teatro. O no?
Ho fatto tenere alla Capeto il linguaggio che conviene al suo ruolo sul palcoscenico, risponde
la de Gouges mentre Naulin continua a sfogliare carte su carte.
Anche in altre opere avete ingiuriato e calunniato alcuni rappresentanti del popolo.
Quanto a questo, non ho cambiato sentimento. Sul loro conto ho sempre la stessa opinione: li
considero uomini assetati di potere. Moscerini senzanima e senza genio politico.
Dio mio! Queste non sono parole, sono colpi di sciabola e ferite aperte: questa donna vuole
perdersi. La fronte di Naulin ha assunto un colore rabbioso. Le mie vicine hanno smesso di agucchiare
e contemplano la scena a bocca aperta.
E lei prosegue, l in alto sulla pedana, unaria da oratrice: La legge mi da dei diritti
Dal momento in cui mi  stato notificato latto di accusa, la legge mi consente dincontrare il
mio difensore e di conoscere la lista dei giurati. La lista mi  stata consegnata ieri sera, a mezzanotte, e
non ho avuto modo n tempo di studiarla. In quanto al mio difensore, non lho mai visto e non lo vedo
nemmeno ora.
Il vostro avvocato non ha accettato di difendervi.
La legge mi da il diritto di chiederne un altro.
Voi volete un difensore? Voi che vi siete offerta per difendere Luigi Capeto? Cittadina, voi
possedete sufficiente spirito per difendervi da sola.
Olympe
Voi? Voi possedete sufficiente spirito per difendervi da sola, mi sbeffeggia il cittadino
Naulin.
Difatti non  questo che mi spaventa, cittadino: cosaltro ho fatto in tutta la mia vita? Mi sono
dovuta difendere come donna. Ho dovuto difendere le mie opinioni. Non solo. Come donna, ho dovuto
difendere il fatto stesso di avere unopinione.
Perci non mi spaventa difendermi da sola.
Dove trover, piuttosto, la forza per affrontare, senza avvocato e con i soli testimoni a carico,
un processo che non prevede appello n cassazione?
Sento di aver perduto la mia arte, la lingua  muta: allimprovviso ho dimenticato come si fa a
parlare in pubblico. Sento, come diceva Rousseau, insieme a tutte le mie virt, tutte le mie
insufficienze.
Dove mai posso trovare una forza che non ho?
Gli scranni dei giurati mi si oppongono in linea retta. Cerco di dissimulare lansia mentre scruto
quegli uomini, uno dopo laltro, e provo a combinare i loro volti con la lista dei nomi che la guardia mi
ha consegnato ieri notte.
Un mercante, un proprietario di diligenze, un tipografo, un gioielliere sar lui, quel tipo in
seconda fila con le sopracciglia ad ala di pipistrello? E il medico, sar quel vecchio che cova, in
disparte, la sua solitria impazienza? Dodici uomini per giudicare una donna. La legge mi darebbe il
diritto di ricusarli.
Ma non ha senso una ricusa, visto che di nuovo mi toccherebbero dodici uomini: solo a loro
spetta il privilegio della libert e dunque della legge.
Se mi volto verso sinistra, incontro lo sguardo sfrontato dei testimoni dellaccusa, Cressot e
Longuet. Si sono scomodati per testimoniare che compravo tanta carta, che stampavo molti testi. Non
sanno come farmi scontare il fatto di esser stata loro cliente, di aver preteso che mettessero la loro
abilit al servizio di una donna che scrive alla Francia invece di scrivere allamante.
In mezzo ai due, la figlia di Meunier.
Pochi mesi sono passati dal nostro primo confronto, ma in questo breve intervallo la ragazzina 
cresciuta, ha perso lacerbo.
Le linee rotonde dellinfanzia sono sparite dal suo giovane viso ostinato che non palpita pi,
come se qualcosa o qualcuno avesse spento i suoi slanci, affogandoli in un calderone di pece.
Una piccola amazzone ferita.
Ma dove trovare la forza?
I giurati, i testimoni a carico e poi questo banco. Pi che un banco, un podio. Soprelevato,
anche se non di molto: due gradini. Sufficienti, tuttavia, a togliermi ogni riparo, alti abbastanza da
permettere allaccusa di additarmi alla giuria e al pubblico delle tribune di soddisfare la sua curiosit.
Un pubblico composto in prevalenza di donne, molte in cuffia, pochissime in cappello. Ma che
differenza fa? Le une e le altre, temo, mi faranno pagare ben cara laudacia di aver dato loro dei
consigli. Non sanno n possono supporre, del resto, che nel darli a loro io me ne prendevo la mia parte.
Appoggio le mani gelate alla barra che mi separa dalle tribune.
Mille occhi mi divorano mentre mi alzo in piedi.
Ricorda, mi ammonisco: tu lhai voluto. Questo  il tuo processo. Sei sul tuo palcoscenico,
autrice della tua stessa recita.
Francoise-Modeste S, ho detto, la riconosco.  lei, la donna che il diciannove luglio e di nuovo
il venti ha proposto a mio padre di affiggere il testo denominato Le Tre Urne. Ricordo che pioveva, uno
di quei diluvi estivi che ti inondano lanimo, un tempo orribile, e lei zoppicava per via di una caduta.
Non ho aggiunto altro perch la mia testimonianza doveva limitarsi al riconoscimento.
Il cittadino Naulin, che rappresenta la pubblica accusa, mi  sembrato deluso dalla stringatezza
della mia deposizione. Si  raschiato la gola, ha premuto un fazzoletto sulle labbra, ha stretto il
cravattone sotto il mento per finire, un istante dopo, a lisciarsi la manica sinistra sopra la fila dei
bottoni. Prendeva tempo senza risolversi a congedarmi.
Ma io ho detto quello che so. Che so per certo. La verit e non una parola di pi. Che pretende
da me il cittadino Naulin?
Ho aspettato questo processo per pi di tre mesi e, se  vero che la legge  la scure della
Rivoluzione, allora voglio che il Tribunale giudichi seguendo la legge e non i desideri della pubblica
accusa. Voglio che vinca la giustizia: sono una patriota, non una delatrice.
Sono pi patriota io di certi deputati che ormai non fanno che trascinarsi sui loro banchi. O di
certi eroi nazionali che in una moglie preferiscono lobbedienza al sentimento e che si accontentano, s,
si accontentano alla fin fine di un ideale ridotto di donna.
 lei, ho ripetuto, e sono tornata al mio posto.
Non lho abbandonato, io, lorgoglio di essere una giacobina e una patriota. Eppure c stato un
momento, sul finire dellestate, in cui non capivo pi cosa significasse essere patriota e forse non
volevo neanche esserlo. Era scoppiata una gran confusione nella mia testa e il cuore mi si era
rattrappito.
Non per colpa di Nicolas. Lui si  sempre comportato in modo pi che corretto. Non ha mai
azzardato un gesto che potesse essere frainteso o una proposta men che rispettosa. Per era con me che
intavolava discussioni e si animava e mi prendeva al vischio con quei suoi occhi tanto scuri che non ci
si arriva al fondo.
Me laspettavo che un giorno o laltro parlasse con mio padre.
Quando si  presentato con una camicia di batista fine sotto luniforme, batista di Saint-Quentin
perch lui compra solo stoffe e oggetti fabbricati in Francia, ho intuito in un lampo che era venuto a
fare la sua richiesta e la gola mi si  chiusa e non sono riuscita a dirgli nemmeno buongiorno.
Per parlare con tranquillit, lui e mio padre si sono ritirati in magazzino, fra barattoli di colla,
rotoli di spago e pile di manifesti.
Pap doveva aver acceso uno di quei sigari che gli regala il vecchio socio dello zio, perch da
sotto il portellone me ne arrivava lodore dolciastro, insieme al suono della voce di Nicolas che diceva:
in municipio o anche in chiesa, se vostra moglie lo ritiene pi sicuro.
Quindi sono usciti e mio padre aveva unespressione divisa fra lo sconcerto e la stizza, ma lui
mi  passato accanto, vicino vicino, e sulle labbra gli ho colto una segreta piega di tenerezza.
S, era me che aveva chiesto.
E mio padre forse avrebbe consentito, anche se laffare non era di suo gradimento ed era
diventato molto rude nei miei confronti, quasi volesse punirmi di una qualche mancanza, e si
lamentava, guardandomi intenzionalmente: eh, queste ragazze hanno bevuto troppo alla coppa della
Rivoluzione.
Ma chiss, magari si sarebbe convinto se mia madre non avesse cominciato a tormentarlo, a
sibilargli: non dar mai il permesso, non accetter mai che si sposi per prima la pi piccola.
Non si curava che io la sentissi, e tanto meno dei miei sentimenti. Di notte, quando mio padre
tornava stanco dopo il turno volontario di guardia alla barriera o al carcere di Saint-Lazare, un lavoro
patriottico che non  meno patriottico, io credo, ora che viene pagato con unindennit di quaranta
soldi, lei approfittava di quel momento di stanchezza per sciorinargli i suoi ragionamenti: Suzanne ha
gi ventiquattro anni,
Francoise pu aspettare.
Pu aspettare una sinfonia che  durata tutto il mese di settembre. E quando Nicolas bussava
alluscio di casa, puntuale come al solito, lei mi spediva da unaltra parte con una scusa qualsiasi: va a
schiumare la pentola!
Alla fine ha vinto lei. E Nicolas si  accontentato di Suzanne, che non ha il minimo senso civico
e da quando  promessa si abbiglia con un semplice caraco, una veste sciolta e un nastro rosso nei
capelli per piacere di pi a un patriota come Nicolas.
Ma la coccarda la mette solo quando proprio non pu farne a meno e perch  obbligatoria. Non
significa niente, per lei, la coccarda.
Sar una buona moglie, si rallegra la mamma, e che importanza pu avere, aggiungo io, se ci
che seduce Suzanne  il matrimonio e non il marito. E Nicolas non ne ha colpa, no, per credevo che
per un rivoluzionario il sentimento venisse avanti a tutto. Ma anche il sentimento  diventato un
cidevant, per cos dire.  stato questo, pi di ogni altra cosa, che mi ha fatto rattrappire il cuore.
Ne ho avuto un tale dispiacere che mi  venuta la febbre.
Tre giorni sono stata a letto e quando mi sono alzata il mio animo era una tavoletta liscia e
pensieri, parole, fantasie vi scivolavano sopra senza mordere n lasciare traccia. Io che corro sempre di
qua e di l, stavo seduta tutto il tempo a rosicchiarmi le unghie e me la prendevo con chiunque
capitasse a tiro, perfino con la mia amica Martine.
Un giorno era scesa gi a trovarmi e voleva che le leggessi certi fogli a firma della Mre
Duchesne, perch lavevo abituata a queste letture pomeridiane.
Martine, poveretta, ha il permesso di uscire non pi di due volte a settimana: una per andare a
trovare i nonni materni e laltra per far visita a quelli paterni. E allora, per distrarsi, viene da me ad
ascoltare le novit della strada e dei giornali.
Cos era comparsa con lultimo discorso della Mre Duchesne e io ho cominciato a leggere, ma
dopo qualche riga mi sono arrabbiata per quel che leggevo e ho buttato i fogli squadernati in un canto.
E brava la nostra Mre Duchesne, mi sono messa a inveire con voce tremante, scrivi, scrivi pure che
finalmente le cose sono cambiate, che le donne sono cresciute, alleluia!
Scrivi, scrivi che la libert ci ha dato le ali, che oggi voliamo come aquile. Alleluia!
Martine mi guardava spaurita, con gli occhi grandi, e le spuntavano le lacrime.
Per farmi riprendere, la mamma aveva pensato di mandarmi per qualche settimana a Meudon,
dalla zia, anche se io avevo subito protestato: non mi serve laria di campagna. E lei: ti piaccia o non ti
piaccia
Un battibecco che sarebbe durato uninfinit se in quel momento non avessero bussato alla
porta.
Credevamo che fosse il solito avviso per mio padre, il biglietto con cui gli comunicano lora del
turno. Invece era lusciere del Tribunale con una convocazione per me. Per Francoise?, si 
meravigliata la mamma che in tutto quel trambusto non si ricordava pi della de Gouges. Ma io me ne
ricordavo, eccome.
In ogni modo, non si  pi parlato di campagna. In questo almeno ho vinto io, anche se non mi
fa n piacere n dispiacere, per via del cuore che si  rattrappito.
Mia madre non se ne ricordava ma io s, io ho vissuto, malgrado le mie pene, nellattesa
spasmodica di questo processo.
Lho aspettato e aspettato. Per mesi e mesi. E durante lestate e nel trascorrere dellautunno,
quando mi tormentavo cercando di decifrare lo sguardo scuro di Nicolas, anche allora questa attesa era
l, fissa in un angolino della mia mente, e produceva muti diverbi, dispute immaginarie e sogni, sogni
grandiosi.
Sognavo di essere in aula, di andare con passo fermo al tavolo del presidente e di rivolgermi
alle tribune spiegando, con leloquenza di una romana antica, perch la patria si difende con la verit
ben prima che con il rispetto delle leggi.
E ora che il processo si  aperto e ognuno cerca di far valere il suo giudizio, perch ho scoperto
che la giustizia non  altro che questo, un giudizio che prevale sugli altri non importa come n perch,
io dico soltanto:  lei. Non spiego le mie ragioni, ma attendo con ansia le sue, per capire come si
riconosce la verit e se il riconoscimento della verit significa anche la fine di ogni incertezza e di ogni
sofferenza.
Perch io soffro.
Per la gran massa confusa dei miei dubbi e per lo sguardo immenso e sfacciato delle tribune che
si posa, senza alcun ritegno, sullaccusata dietro la barra. Una donna che ha pi o meno let di mia
madre: trentotto anni, tanti ne ha dichiarati al presidente Herman. Ma i suoi riccioli mostrano larghe
striature grigie, malamente nascoste dal cappello, a differenza di mia madre che ha uno chignon nero e
lucente e per unautorit piccola piccola, che si dispiega con me e con nessun altro.
Soffro, s, e mi meraviglio di questa sofferenza che non riesco a contrastare, che aumenta e si fa
pi intensa davanti alla folla che ondeggia come una ciurma ubriaca.
A malapena sento il cancelliere che legge latto daccusa e chiama: Olympe de Gouges, donna
di lettere.
Si  alzata in piedi. Non come unimputata, ma come qualcuno che stia ricevendo un
riconoscimento nellaula magna di ununiversit.
Sar anarchista, ma ha coraggio.
Zitta, grido alla mia vicina che tira lago e bercia e va avanti senza sosta a spulare sacchi di
parole, non si stanca mai, una vespa infuriata. Come posso seguire il dibattito se c gente che continua
a rovesciarmi fiumi di sciocchezze nelle orecchie?
Anche la pubblica accusa chiede silenzio. Ma il brusio non si calma, non  pi brusio, 
schiamazzo e il cittadino Naulin si trova costretto a urlare come le furie delle tribune se non peggio.
Le Tre Urne  un manifesto indegno di una penna repubblicana, sbraita, e non si  mai vista
una donna che pretenda di indicare il cammino giusto agli uomini di governo.
Laccusata non gli risponde direttamente. La sua attenzione - unattenzione che calcola e
soppesa -  tutta rivolta al pubblico.
E dopo aver ben misurato e valutato, replica: Sono una donna, non c dubbio, ma ho servito la
patria come se fossi un uomo. Anzi, come se fossi un grande uomo.
La sua voce soverchia il baccano mentre il lungo busto ruota e il suo sguardo, inaspettatamente,
incontra il mio e si ferma.
E io mi ritrovo piena di vergogna da capo a piedi.
No, vorrei gridare a lei e ai mille occhi che si accendono in ogni parte dellaula spostandosi
dalla sua figura alla mia, no, non sono una delatrice, anche se non ho detto proprio tutta la verit.
La verit  che ho quattordici anni, non diciotto. Quattordici anni e un cuore rattrappito.
Agns
Che storia, Manette, che storia! Ah no, io da qui non mi muovo. Tu va pure se devi andare, ma
io non voglio perdermi la sentenza.
Il pranzo? Ma  troppo presto, non sei parigina?, non hai mica gli stessi orari che abbiamo noi al
paese. Ne ha fatta di fatica il mio stomaco ad abituarsi ai vostri orari! E non tirar fuori a sproposito tuo
marito, vuoi che si arrabbi se per una volta torna e non ti trova?
Ah,  cos.
Anche a Parigi la esigono a disposizione, la moglie. Esattamente come al paese. Che non le so
queste cose? A memoria, le so: sei mia moglie? e allora voglio vederti in piedi a scodellare mentre
mangio sei mia moglie? e allora quando mi corico io ti corichi anche tu. Tali e quali. Ma c tempo.
Puoi ancora fermarti da un ambulante per comprargli un avanzo di trattoria, da queste parti se ne
trovano di convenienti. Che ci vuole poi a riscaldarlo sul treppiede? Ieri ne ho comprato uno molto
ricco per sette soldi, tre o quattro bocconi di carne e un bel mucchio di legumi, una squisitezza.
Su, resta ancora un po. Non credo che ci sar molto da aspettare,  un pezzo che la giuria si 
ritirata in camera di consiglio e qua sono cominciate le scommesse, ognuno ha da dire la sua e tutti
hanno ragione, finch non tornano i giurati. Il Tribunale, in un certo senso, funziona come il teatro. Fra
un atto e laltro gli attori prendono fiato e si concentrano e il pubblico pu chiacchierare e far
commenti, nessuno lo zittisce.
Sarebbe un peccato, Manette, uscire a questo punto.
Non tinteressa sapere come andr a finire? Ah, io non me ne andr senza saperlo perch, lo
dico in tutta sincerit, pi le I ascoltavo meno mi piacevano le domande che hanno fatto a quella de
Gouges.
Per carit, non voglio sostenere che limputata non abbia le sue colpe e che se c da castigarla
la giuria non debba procedere.
Per maligna come lha dipinta il cittadino Naulin Che al suo confronto
A me la lingua non me la lega nessuno: se ci abbiamo capito qualcosa in questo processo, e lo
dico alto e forte e senza paura,  stato grazie allimputata. Perch, se fosse dipeso dalla pubblica
accusa
Una bella figura proprio non lha fatta, il cittadino Naulin.
Bilioso, irascibile, cominciava una frase e se la scordava per strada, quando doveva dire pane al
pane non  che andasse dritto dal fornaio, si metteva a spigolare il grano, e spigola a destra, spigola a
sinistra, la pagnotta non spuntava mai. Ci fosse stato FouquierTinville il ragionamento sarebbe filato
liscio.
E invece questa capra di Naulin ha disonorato la sua bella parrucca tagliata corta, alla
Rivoluzione: precisamente come lui dovrebbe tagliare i suoi discorsi. Siamo arrivati alla fine
dellinterrogatorio e tu lhai capito?, no, nessuno lha capito se la de Gouges  una realista, una
partigiana del federalismo o una repubblicana. Mah! Avr le sue fasi, come la luna. Perci, a quel che
ho inteso, ora si tratta di stabilire in quale fase si trova in questo preciso momento.  la giuria che deve
stabilirlo e il verdetto dipender dalla sua convinzione.
E me ne dovrei andare adesso? No, io resto e dovresti restare anche tu.
E poi dimmi che centra suo figlio. Ti sembra una mossa corretta tirare in ballo il figlio dopo
che lei ha spiegato per filo e per segno come sono andate le cose? S, ha ammesso, gli ho inviato una
copia delle Tre Urne, ma con lesclusivo intento di fargli conoscere la causa del mio arresto, la causa
materiale.
Non  un impulso che viene spontaneo? Non lavresti fatto an che tu? Se tuo figlio sapesse
leggere e scrivere e tu fossi una donna di lettere, ah ah
No, senza offesa non voglio burlarmi di te.  stata la de Gouges, piuttosto, a prendere per i
fondelli quel buono a nulla di Naulin. A ogni scempiaggine che gli usciva di bocca, hai visto come
allargava le braccia, come alzava gli occhi al cielo con sopportazione e tutti ridevano e lui non sapeva
pi come pigliarla.
Per, Manette, non ti sbagliare, questa donna non  una spaccamontagne, non si  vergognata a
dire: temo la morte e il vostro supplizio. Con un accento che non mi ha ingannato.
Nossignora. Questa donna non  una parigina. Sono sicura che viene dal sud, proprio come me.
Lo stesso accento, la stessa anima di fuoco.
Vorrei poter mostrare il mio cuore ai giurati
Come lha detto! Hai notato? Con le mani che sembravano aprire davvero il sipario del petto.
Ha leloquenza nel corpo, questa de Gouges.
Al mio paese si usa dire: chi  avaro di gesti  povero di parole e freddo di cuore. Tu non puoi
capirlo, sei nata a Parigi.
Ma io, ne so qualcosa io. I gesti, Manette, sono lanima di tutti i discorsi. Sono la comunione
della carne con le parole. Perci, quando parlava di suo figlio con quelle mani giunte, io sentivo nel
petto uno struggimento, una pena, e nel ventre, qua, nel mio ventre sentivo i dolori del parto e ma tu
non la conosci ancora questa storia, un giorno o laltro te la racconter.
Insomma, quello che voglio dire  che lei, la de Gouges, ha parlato come una madre. Come una
donna. Ha parlato bene.
E quella capra di Naulin non ha fatto che interromperla e levarle il discorso di bocca. Non 
giusto. Non lo  per lei, che deve pur difendersi, e nemmeno per noi. Che ci veniamo a fare in
Tribunale se dobbiamo sentire soltanto le tiritere della pubblica accusa. Siamo qua per ascoltare anche
gli imputati, per capire le cose che gli frullano in testa e questa de Gouges ne ha di cose in testa. Se non
la fanno parlare, che processo ?
Ma io lavevo capito.
Come no, me nero ben accorta che volevano zittirla a tutti i costi e che sarebbe finita cos.
Quando ha detto: morire per il proprio dovere,  questo che prolunga la maternit oltre la tomba!, e
dalle tribune  rintronato un applauso anche tu,
Manette, anche tu  stato in quel momento che ho capito come sarebbe finita. E infatti non
avevamo ancora smesso di applaudire che Herman, dallo scranno della presidenza, ha tagliato corto:
La giuria  sufficientemente informata, e buonanotte, con questa battuta ha chiuso il dibattimento
levandoci il piacere del processo.
La giuria si  ritirata in fretta e furia per deliberare e le guardie si sono dirette verso limputata,
perch anche lei deve appartarsi in quella che chiamano sala criminale. E per lappunto la stavano
allontanando dallaula, una guardia dietro e una davanti ad aprirle il passo, quando scoppia tutto quel
pandemonio.
Un trambusto, una confusione, che , che non 
L per l non mi rendo conto. Poi guardo meglio.  lui!, grido.  lui, Manette, il giovanotto che
mi voleva dare un assegnato in cambio del tuo posto.  lui a suscitare tutto questo scompiglio,
buttandosi contro le transenne al passaggio della scorta e lasciando cadere nelle mani dellimputata,
tese a incontrare le sue, qualcosa di bianco.
Che sar? Unarma, una carta, un pegno damore?
Pronta, la guardia che cammina dietro la de Gouges fa un passo di lato e le blocca il polso ma
lei tiene stretto il suo bottino, non lo molla. Potrebbe spezzarle le dita!  talmente esile, ossa lunghe e
fragili, e quel bestione un collo da facchino, un tronco di quercia a ruvide scaglie. Ma lei non cede e
allora lui allenta la presa, la lascia andare, alza le spalle e ordina: avanti!
Limputata obbedisce e, mentre riprende il cammino lungo lo stretto corridoio che costeggia le
tribune, apre il pugno e mostra
Fammi vedere, ho detto, spostati, Manette.
Un bouquet.  un minuscolo bouquet di roselline bianche a grappolo. Sai quanto costano di
questa stagione?
E lei se lo guarda, lo porta alle labbra, lo rigira fra le mani e, prima di sparire dietro la porta
della sala criminale ad attendere il ritorno dei giurati, lo appunta alla cintura. Intanto il giovanotto resta
aggrappato alle sbarre, nella sua redingote che lo fa sembrare una gazza nera nera con il beccuccio
pallido.
Caro ragazzo! Troppo giovane per essere un amante, non trovi? Ma queste gran dame, si sa. Per
quanto lei non sia una gran dama ma una stravagante, se  vero che pretendeva di vivere scrivendo,
come le ha rinfacciato quella capra arrabbiata di Naulin.
Ah, che storia, Manette! E tu te ne vorresti andare?
Sophie
Ho le braccia ingombre degli arnesi del mestiere, fogli, album, toccalapis, e non so dove
sistemarli: lo spazio  ristretto, nella sala criminale. Dalla feritoia scende una polvere fitta come bruma
che amalgama i colori, impasta i contorni, avvolge la figura della donna che gi siede in posa e
minterroga con unansia che le rompe la voce fino a un momento fa, in aula, forte e senza incrinature:
Riuscirete a lavorare?
Far del mio meglio.
Sono abituata ai luoghi scomodi. Ai tavoli di cucina. Ai tavolinetti bassi dello stabilimento
dacqua calda. Perfino talvolta al dorso delle barche rovesciate in riva alla Senna.
S, far del mio meglio, prometto fissandola con un interesse in cui si mischiano imbarazzo e
confidenza. Limbarazzo che si prova davanti a una sconosciuta e la confidenza che sento
ogniqualvolta le mie mani giungono a impadronirsi delle linee di un corpo e del loro equilibrio segreto,
una familiarit senza dimestichezza.
Stamani ancora non sapevo il suo nome quando mi  passata accanto, in mezzo alle guardie, la
folla che premeva contro le transenne delle tribune, per salire su una pedana molto simile a una gogna.
Ma lei, la mia sconosciuta modella,  salita e ha , : occupato il suo posto con una gravit lieve, come se
stesse occupando un palco dellOpera o si stesse accingendo a guidare una festa civica. Sui suoi capelli
tuttavia ho notato una spolveratura di grigio che non cera qualche settimana fa, quando sbozzavo il suo
ritratto nella sala dello stabilimento di Pont-Royal.
Come se avesse captato il mio pensiero, lei, sulla pedana, si  portata una mano alla tempia e ha
nascosto una ciocca spingendola dentro il piccolo cappello blu. Forse non mi aveva visto, forse
nemmeno si ricordava di me, ma ho avuto limpressione che il filo di un discorso interrotto si stesse
riallacciando, che potesse in qualche modo proseguire.
Ho sistemato il taccuino sulle ginocchia, non cera altra possibilit, e mi sono accinta a
ombreggiare un fondale: abiti neri, mantelli neri, pennacchi neri. Ovunque mi girassi, un nero luttuoso.
Al mio primo giorno di lavoro in Tribunale, gi odiavo i suoi colori scuri con la stessa intensit con cui
avevo odiato i colori pastello della monarchia.
Qua ci sono venuta, mi sono detta, ma non andr oltre.
Non sono e in nessun caso vorrei essere uno di quegli artisti che inseguono i loro modelli fin
sotto il patibolo, che cercano la verit della morte nella contrazione di un muscolo o nella smorfia di un
labbro. E non mimporta se sono i condannati stessi a chiederlo, se molti preferiscono un ritratto, la
prova pi certa del loro passaggio su questa terra, alla benedizione di un prete, magari costituzionale e
perci in odore di zolfo. No, nemmeno la compassione mi far andare alla Conciergerie o sotto la
ghigliottina.
E ancora non sapevo il suo nome.
Ma non mi sembrava essenziale, finch il presidente Herman non lha chiamata: Marie Olympe
de Gouges. Vedova Aubry.
Adesso non era pi una sconosciuta: aveva un nome, una storia, e non potevo pi guardarla
come lavevo guardata fino a quel momento.
Ho sospeso il lavoro per ascoltare.
Linterrogatorio, il dibattito Si  difesa da sola. Con molta energia. Ha inchiodato il pubblico
ai banchi delle tribune, la cittadina de Gouges, vedova Aubry, e ha ammansito, commosso, sedotto.
Non c stato il solito va e vieni, la solita ressa alle porte. Tutti volevano ascoltare e il processo forse 
durato pi di quanto convenisse alla pubblica accusa o agli stessi giudici.
Dopo qualche tempo ho ripreso il disegno, ma ben presto la mia matita ha smesso di inseguire
risvolti di mantelli e ghirigori di spalline frangiate per concentrarsi su quellunica figura: il fulcro della
scena.
Lavoravo con piacere e al tempo stesso con riluttanza, anche se il modello era degno di David e
meritava di entrare in una pittura di storia. La sola, dicono, che permetta allartista di adempiere
adeguatamente il suo compito: esprimere nobili sentimenti in forme ideali. E io non avevo di fronte
unimputata, ma la forma ideale della Ragione. Una Ragione appassionata, se mai questo  possibile.
Eppure continuavo il tratteggio con riluttanza.
Non  stato facile, per me, passare dai vapori profumati del bagno di Pont Royal allodore
pungente delle erbe che bruciano ai quattro lati dellaula di un tribunale. Un cambiamento che mi
affligge e offusca il gusto del mestiere, che altera il mio ingegno e perfino la destrezza nel cogliere
prospettive e proporzioni.
Cos proseguivo a rilento, impegnandomi su alcuni particolari di quella figura che occupava con
tanta imperiosit il centro della scena, sulla sua mano che non stringeva la barra divisoria, ma vi
poggiava sopra con una pressione calcolata: un puntello per controllare gli scatti involontari del corpo,
per dare una misura di peso alla tensione interiore.
Questa stessa mano ora gioca con un mazzetto di roselline a grappolo, tenuto fermo in vita dal
laccio della cintola. Qualcuno glielo ha lanciato quando  passata rasente le tribune, prima che entrasse
in questa sala in effetti troppo scomoda e buia per un buon lavoro di pittura.
Ma  stata lei a cercarmi. Ha pregato una guardia di tornare in aula e di chiedermi se volevo
raggiungerla, e la guardia si  affrettata a portarmi il messaggio perch il tempo potrebbe non essere
sufficiente per unintera seduta di posa.
Non dipingete pi ai bagni?
Il lavoro  poco, spiego curvando la testa per sciogliere il nastro del mio album.
Le clienti scarseggiano e il ricavo non vale il tempo speso.
Altrimenti non mi sarei convinta a cercare i committenti nei tribunali e a lavorare vicino al
banco di un imputato. Non  un bel lavorare, confesso sottovoce, anche se unaula di giustizia non 
opprimente come la cella di un carcere. Purtroppo oggi  il carcere che da lavoro ed  l che
bisognerebbe cercarli, i clienti. Molti lo fanno. Ma io no, dico rialzando bruscamente la testa. N per
denaro n per amore della pittura. Non possiedo lindole e la matita ferma di David, che il due
settembre del novantuno, alla Force, pretendeva di catturare il sublime nellespressione dei prigionieri
man mano che venivano sgozzati.
Non che io intenda giudicare Non ho i meriti che occorrono per giudicare David, il pittore
della Rivoluzione.
Vi sbagliate, mi corregge la mia modella con tranquillit.
David non  il pittore, ma il becchino della Rivoluzione. Colui che organizza le grandi pompe
funebri, a cominciare da quelle di Marat.
Le pompe funebri e le feste.
 vero. Dimenticavo le feste.
Dalla feritoia non cade pi polvere, la luce si  distesa, illimpidita, e i miei occhi vanno e
vengono dal foglio alla sua figura, dalla sua figura al foglio e di nuovo alle mani che giocano con le
roselline bianche del bouquet, al viso sensibile che si apre e, in modo del tutto inatteso, sorride in ogni
piega.
Anchio, racconta, un anno fa, per la festa del tre giugno, ho organizzato un corteo di donne
vestite di bianco.
Uno spettacolo talmente inusuale, talmente curioso che perfino il cielo si spalanc per la
sorpresa, rovesciando montagne dacqua addosso al piccolo drappello biancovestito.
Eravamo ottanta, forse cento.
Donne che non volevano portare solo il peso della famiglia, ma anche quello della Repubblica.
Perch, mi stupisco, aggiungere questaltro carico sulle nostre spalle? Non ne vedo lutilit.
Voi amate la pittura, replica, io larte del buon governo.
E se io non mi contento di dipingere foglie e petali, lei non si contenta di regnare sulla
debolezza degli uomini. Lamministrazione notturna delle donne: un modo di comandare il crimine e la
virt che non serve a mutare i costumi e le usanze contrarie alla libert.
Se anche gli attori se addirittura Arlecchino ha ottenuto i suoi diritti costituzionali dopo
lottantanove, perch noi non dovremmo ottenerli? Dovr accadere, prima o poi.
Quando?, chiedo.
Quando impareremo ad applaudire lopera di unaltra donna. A essere meno ingrate luna
verso laltra. Nello sguardo che mi sorveglia attento spuntano faville dironia. Sono parole di un mio
personaggio. Quando madamigella Chavignot le ha pronunciate alla Comdie Italienne, non una delle
donne presenti in sala ha battuto le mani.
Il suo ragionamento mi ha disorientato, non so cosa risponderle.
Fra le sue dita inquiete il bouquet si  sciupato e qualche petalo cade fra le pieghe della gonna.
Riabbasso gli occhi sul mio schizzo e riprendo il lavoro. Ritocco, ravvivo, attenuo, correggo.
Queste sono le cose che so fare, e non mi confondono.
Il morbido strusciare della matita occupa tutto lo spazio intorno a noi e trascina con s il tempo,
 linterminabile mastichio di un tarlo che andr avanti per leternit.
Il tocco del campanello ci coglie impreparate. Arriva dallaula adiacente, acuto, sfacciato, e
annuncia il ritorno della giuria.
Dalle labbra mi sfugge unesclamazione, lei batte le palpebre.
Un breve tremito le scompone il mento allorch le guardie compaiono sulla soglia. Prima di
alzarsi raccoglie, uno per uno, i petali caduti sulla gonna e li serra nel pugno che porta alle narici.
Aspira a fondo. Quando apre il palmo, piccole scaglie bianche scivolano dalle sue dita. Davanti al mio
disegno si sofferma per domandare con la stessa ansia con cui mi aveva accolto, unansia
sproporzionata ma comune, come ormai so bene, a tutti quelli che si specchiano nellultimo ritratto:
Potete riprodurlo in piccolo? Per mio figlio e la sua compagna.
Annuisco.
Mi saluta allinglese, stringendomi la mano.
Justine
Che errore, Babichette mia, che errore! Perch dire una cosa del genere Tu, una vedova. La
madre di un generale.  come se fossi scesa dal podio per farti donna. Nessuno te lo perdoner.
E pensare che fino a questo momento il processo era filato liscio e milludevo che forse,
chiss
Magari per hai ragione tu e sono io a essere in torto.
Ero nel torto gi stamani, quando sono arrivata e laula era stracolma e sembrava che volessero
chiudere i battenti e lasciarmi in strada a pestare i piedi. Ma a furia di spingere da una parte e di
intrufolarmi da quellaltra, sono entrata e to, ho pensato, da fuori il Tribunale sembra un monumento
allimpassibilit e dentro  un mercato, pieno di canaglie che si fanno i fatti loro senza la minima
soggezione per il luogo dove si trovano. Gli uomini approfittano della calca per attaccar discorso e le
donne cuciono, rammendano e fanno la calza sotto i lumi, a spese della Comune.
Per fortuna ho trovato un posticino in un angolo e mi ci sono sistemata. Pi avanti, proprio
accanto alle transenne che separano il pubblico dai banchi dei giudici e degli imputati, ho intravisto il
giovane Fraz. Poi qualcuno si  frapposto, il suo cappello  sparito fra cento altri cappelli e lho perso.
Ero di nuovo sola.
Ma non avevo paura perch potevo guardarla e ascoltare la sua voce quando le toccava
rispondere o spiegare.
Tenevo le orecchie aperte, stando molto attenta a non perdermi neanche una battuta. La piccola
signora, mi dicevo, vorr sapere tutto e, se mi perdo dentro la mia paura, cosa le racconter?
Povera signora, lho trovata per terra, davanti alla porta dingresso, vestita di tutto punto con il
mantello e lombrellino: svenuta. Ho chiamato Mignonne, quella sua camerierina buona a nulla,
labbiamo spogliata e messa sotto le coperte.
Scottava e non riusciva ad aprire gli occhi, come se il sonno di unintera vita le fosse piombato
sulle spalle in una botta sola.
Ma ugualmente, con gli occhi chiusi e la lingua impedita, ha detto: Vai. Va, Justine. E come
potrei, ho replicato dentro di me, non andare al processo della mia Babichette? Neanche se me lo
proibisse Domineddio in persona.
Cos arrivo e la vedo lass che combatte come una guerriera.
Come Guillemette. Certo anche lei ci avr pensato. Da bambine ascoltavamo insieme la storia
di Guillemette che, quando tutto sembrava perduto, aveva preso le armi e salvato Montauban
dallattacco dei papisti.
No, non avevo paura a vederla combattere come una guerriera.
Stringevo le mani in grembo: se il signor Pierre fosse qui, come potrebbe non essere fiero di sua
madre? Per parte mia, con la gonna inzaccherata e i piedi che nuotavano nelle scarpe, mi sentivo
lancella di una regina. E durante tutto il dibattimento non le ho tolto gli occhi di dosso: pensavo a
quello che avrei raccontato alla piccola signora, a come lavrei raccontato.
Ha fatto una delle sue grandi scene ecco, comincer cos.
La conoscete, dir, si mette a parlare e parla parla alla fine bisogna darle ragione per forza, non
c verso, anche se proprio vorresti darle torto.
In Tribunale, con le sue ragioni, ha confuso il pubblico e poco  mancato che confondesse pure
i signori della giuria.
Certe guance grasse, certe giacche tirate a lustro, se non si sono lasciati confondere, almeno
hanno dovuto ascoltarla.
Ce nera uno sulla sinistra con il colorito acceso di chi non si fa mancare un buon goccetto
patriottico n a pranzo n a cena, e nemmeno, suppongo, negli intervalli fra luno e laltra.
Quando parlavano il presidente del Tribunale o la pubblica accusa, il signor giurato abbassava il
mento, la bocca si allentava e gli occhi sparivano dentro una piega di grasso. Ma poi toccava alla mia
Babichette e, non appena la sua voce prendeva volume, il bravuomo scrollava il pelo come un
cagnaccio e gli occhi gli rispuntavano sbigottiti mentre le labbra si stringevano per riassorbire un filo di
saliva. Se nerano accorti tutti quanti, in aula, e le ragazze se ladditavano ridendo.
Insomma, bene o male, per piacere o per necessit, la giuria lascoltava, la mia Babichette. Ma
nelle tribune, ah nelle tribune le sue parole erano musica.
Si alzava in piedi e diceva: voler inquisire la produzione dello spirito umano non  un arbitrio?
Non  un abuso estrapolare delle frasi dalle mie commedie per mettermi sotto accusa dimenticando ci
che di grande e di utile ho fatto per la Francia? E la canaglia gi ad applaudire.
La libert di opinione, continuava,  forse unutopia, un nomevuoto di sostanza? O non  invece
il pi prezioso patrimonio delluomo, consacrato come diritto allarticolo sette della Costituzione? E da
accusata diventava accusatrice.
 brava, mi entusiasmavo,  brava. Chi pu zittirla? Quel Naulin? Un ometto che non le arriva
allombelico. Non potevo aver paura.
Quindi la giuria si  ritirata e lei  scesa dalla pedana per sparire nella sala criminale.
Passa mezzora, passa unora e a poco a poco il mio collo si irrigidisce, le mie orecchie si
chiudono per non sentire i commenti e i pronostici dellaula. Ho voglia solo di sprofondare dentro la
pesantezza di un corpo sordo e cieco, con quella pena che lo scava dallinterno, muta e furiosa come
una zecca sottopelle.
Ed ecco un raggio di sole che spunta inatteso in mezzo al biancheggiare delle cuffie. Un
clamore pi forte. Gomiti che si piantano nei fianchi e pungono le costole: la giuria  rientrata e sta
rientrando anche lei.
Le bocche tacciono: tutte assieme, tutte nello stesso momento.
Dal frastuono al silenzio: come tuffare le mani in un catino dacqua gelida.
Il presidente si consulta a voce bassa con i giurati. Un breve scambio di battute. Infine si gira e
chiede: Avete qualcosa da aggiungere in vostra difesa?
 la prassi normale. Il presidente a questo punto conosce gi la sentenza, ma la legge lo obbliga
a chiedere unultima volta allimputato se ha qualcosa da dire.
E lei: I miei nemici non avranno la soddisfazione di veder colare il mio sangue.
Aspetto un figlio, dice.
Ah che errore, Babichette mia, che errore!
Tu, una signora, esporti cos, senza vergogna, come una qualsiasi di queste grisette che
affollano le tribune e che sono peggio della pila dellacquasanta, che tutti ci tuffano le mani.
Ma queste non sono donne, sono popolo. Popolaccio di Parigi.
Invece tu e proprio tu, che non ti sei mai fatta imbrogliare dagli uomini! Lo sapr bene questa
vecchia serva quanti ne sono passati per la tua anticamera, uomini del vecchio e del nuovo regime,
pronti a offrire devozione e portafogli. Quando insinuavo: avete fatto conquiste allAssemblea, tu
alzavi le spalle: pu darsi che io abbia fatto conquiste ma, pca* non vedo nessuno in grado di
conquistare me.
E adesso, un figlio!
Un figlio
Nove mesi di speranza, c da dire.
Nove mesi guadagnati.
Ho capito:  un regalo per chi ti vuol bene e per la tua povera Justine, che ti conosce meglio di
chiunque e perci, se lhai detto, sono sicura che  senzaltro vero, non mentiresti per
* Poveretti: interiezione tipica della Francia meridionale. cavartela allultimo minuto dopo aver
rifiutato la salvezza quando era a portata di mano.
Come potete aspettare un figlio se siete in carcere dal venti di luglio? chiede invece il
presidente con un sarcasmo che gli schiuma il malanimo sulle labbra.
 successo in carcere, infatti.
Nessuno fiata, nelle tribune. Ma il giurato dalle guance color Borgogna si batte la coscia e
scoppia a ridere, una risata che non finisce pi e che si trascina dietro tutta la giuria. Ora ride anche la
pubblica accusa e ride il presidente, linflessibile Herman. Sotto il mantello vedo agitarsi il suo corpo
nero, torto come un ulivo rabbioso sbattuto dal vento.
Questo non  possibile, non pu succedere nelle carceri della Repubblica. Ma verr accertato,
assicura, ricomponendo i lineamenti in unespressione severa.
Fa trascrivere dal cancelliere la dichiarazione di gravidanza, I si alza in piedi e legge il verdetto.
Martial Joseph Armand Herman Il Tribunale straordinario, insediato a Parigi per decreto della
Convenzione il 10 marzo 1793, anno II della Repubblica, prende atto della dichiarazione della giuria
che ha deliberato nei confronti di Marie Olympe de Gouges, sedicente vedova Aubry, in data odierna,
12 brumaio, anno II della Repubblica.
La giuria dichiara:
-  manifesto che esistono, depositati agli atti, degli scritti tendenti a ristabilire un potere che
attenta alla sovranit del popolo;
-  manifesto che Marie Olympe de Gouges, sedicente vedova Aubry,  lautore di questi scritti.
Il Tribunale, dopo aver letto questa dichiarazione, votata allunanimit dalla giuria, accoglie le
conclusioni dellaccusatore pubblico, condanna la suddetta Marie Olympe de Gouges, sedicente vedova
Aubry, alla pena di morte da eseguirsi entro le ventiquattro ore, conformemente allarticolo primo della
legge del 29 marzo scorso, e dichiara tutti i suoi beni acquisiti alla Repubblica.
Louison
Si fa presto a dire: cittadina, visitate la de Gouges e dettate al cancelliere una relazione da
mettere a verbale. Che ci vuole a dirlo? E io visito e detto e potrei anche chiudere l la faccenda perch
tanto il mio parere, il parere di una levatrice, gi da prima ho ben chiaro che conta poco o nulla e che
chi decide, alla fine della fiera, sono come sempre i due illustrissimi cittadini, i signori medici nominati
dal Tribunale.
Ma io esercito il mio mestiere da quarantanni e fino a questoggi non mi ero mai trovata
davanti alla complicazione di un caso del genere, non so se mi va di restarmene zitta.
Quarantanni. Anzi, molti di pi se contiamo tutte le bacinelle dacqua scaldate per mia madre,
che mi ha insegnato il mestiere allepoca in cui ridevo con i denti da latte. Benedetta ingenuit, ancora
ignoravo che Iddio ci ha dotato di un flusso mensile ed ero belle capace di lavarvi un neonato.
Con questo voglio dire che non sono una novellina, ho esperienza di parti, partorienti e
gravidanze. E anche di altro, ho esperienza.
Per farla breve, anchio posso sbagliarmi, ma  difficile, credete a me, ho detto al cittadino
cancelliere. E se dico forse significa forse e non unaltra cosa, tipo improbabile o che so io.
Significa che forse la condannata  gravida, pi s che no, ma  troppo presto, non siamo nemmeno a
due mesi se il conto che fa lei  giusto, una data troppo recente, com possibile giurare un s o un no,
si pu propendere, si pu supporre, ma giurare soltanto Iddio lo pu sapere con quella certezza
assoluta che voi pretendete da una levatrice.
Ma la cosa che proprio non mi va  che io non avevo ancora finito di dire forse, che i due
medici illustrissimi saltano su ed esprimono il loro parere, che  solo un parere e non una diagnosi, sia
chiaro, insomma dicono la loro e in un fiato, opl, sono belle spariti. E io rimango in cancelleria e
detto la mia dichiarazione senza poter scambiare con quei due una parola che  una, a parte quel
forse iniziale. Cos io dico forse e loro sentenziano no in base al mio forse. Non mi sta bene.
Il dottor Naury e il dottor Thry, ho lavorato altre volte per loro, sono medici di fama, lho gi
detto, perci capisco che di fronte al giudizio autorevole di due dottori la mia opinione sia poca cosa.
Ma almeno discuterne. In fin dei conti sono stata io a sentire e tastare l dove cera da sentire e da
tastare.
Che il cielo me ne scampi, la competenza del dottor Naury, che ha pure la barba bianca, o del
suo collega,  fuori discussione.
Chi sono io per metter bocca? Del resto, io per prima ho affermato che siamo troppo agli inizi e
la diagnosi  difficile, meglio scordarsela la certezza. Dal canto suo, la condannata sostiene che 
sicura, sicurissima del suo stato: ci  passata due volte e avverte e riconosce i sintomi delle gravidanze
precedenti.
Pu essere come pu non essere. Va a saperlo. Pu trattarsi della verit o invece di un pretesto
per ritardare la cerimonia delle cerimonie sul palco del boia, non sarebbe cosa nuova, ne conosco
perlomeno quattro o cinque che ci hanno provato e ad alcune laffare  riuscito e lhanno scampata.
Intanto sono nove mesi e fra nove mesi si vedr, cos ragionano.
Ma possono dei medici, in un caso come questo, esigere una prova indiscutibile? E, soprattutto,
perch insistere sul no senza quasi aspettare la fine della visita?
Per quanto mi riguarda, io ho cercato di essere obiettiva il pi possibile.
Cerco sempre di esserlo e di operare per il meglio, nei casi disperati come in quelli normali, di
tutti i giorni. Perch una brava levatrice sa che il suo  un mestiere di coscienza, da esercitare con la
necessaria carit. Non c solo il tornaconto, an che se  naturale che non ci si dimentichi del proprio
vantaggio.  un lavoro e ci dobbiamo campare sul nostro lavoro. Ma una levatrice ha tanti compiti
doveri, li chiamerei. Pi di un medico.
Doveri, per cominciare, verso i bambini che nascono e strillano e reclamano una nutrice anche
se sono bastardi. E chi li porterebbe allospizio i bastardelli se non ci fossimo noi?
Doveri verso le donne che partoriscono, ma anche verso quelle che Una levatrice, tanto per
capirsi, ha il compito di aiutare le nascite ma pure quello di impedire, se possibile, che certe sciagurate
si facciano del male usando dei mezzi pericolosi, da rischiarci la pelle, non so se mi spiego.
 vero che la donna  fatta per sopportare, nel suo stesso letto, lingiustizia delluomo, ma che
almeno non ci muoia di questingiustizia! Non  impossibile, parola mia. Esistono dei mezzi dolci, pi
sicuri di un decotto di sabina. Io li ho imparati da una levatrice che veniva dallItalia, dove in certe
faccende sono pi sperimentati di noi.
Ma quando parlo Hi queste cose mi faccio prendere la mano.
La passione del mio lavoro mi trascina fuori dal seminato.
Invece non mi debbo distrarre, qua c stata una sentenza!, e perci torniamo alla de Gouges.
Io, ripeto, ho cercato di essere obiettiva. Al contrario dei giudici. Ho assistito al processo e non
mi si venga a raccontare che erano sereni nel loro giudizio come dovrebbero essere, visto che hanno un
compito terribile e dovrebbero seguire la coscienza con pi scrupolo di una levatrice.
Be, questi erano sicuramente prevenuti e volevano mettere limputata in cattiva luce, a tutti i
costi. Altrimenti allinizio del processo non lavrebbero fatta figurare vedova e, dopo la condanna,
eccola diventata, senza un motivo al mondo, sedicente vedova. Lho sentito con le mie orecchie il
presidente Herman, quando ha letto la sentenza: Marie Olympe de Gouges, sedicente vedova Aubry.
Dovrebbe spiegarcelo questo cambiamento, perch io non lho capito.
Se mi fossi regolata sul suo esempio!
Nella mia visita, che era il dovere che mi spettava, io viceversa ho proceduto con imparzialit.
E con ogni cautela, naturalmente.
Per prima cosa ho scartato tutti i sintomi che potrebbero essere ricondotti allo stato di
detenzione: irregolarit delle funzioni intestinali, nervo sciatico irritato, stanchezza e perfino il prurito
vaginale e il vomito e i mancamenti. Nella diagnosi conclusiva non ne ho tenuto conto e mi sono basata
esclusivamente su ci che  risultato alla visita.
Certo, queste visite fatte sulle panche di unaula del Tribunale, con le guardie alle porte! Un po
di riservatezza non guasterebbe, che diamine.
Ma avevano fretta, il dottor Naury e il dottor Thry. I signori medici hanno sempre fretta. E che.
Non dovrei avercela anchio, con la casa piena di partorienti a pensione?
Questo, se non lo sapete,  un periodo fecondo, ma in un modo eccessivo, esagerato. Che devo
dirvi, sar merito della Rivoluzione. Troppo entusiasmo, troppi fervori. Sar per tutta leffervescenza
che si respira in strada, ma non so quante al giorno ne debbo rifiutare di donne che vengono alla mia
porta con la pancia in avanti. Parti in quantit. E anche altre cose in quantit. Da tenere nascoste, da
praticare con discrezione. E come si fa a essere discrete se bisogna affiggere sulla porta di casa la lista
di tutti gli inquilini? Non bastavano la carta per il pane, la carta per la carne, la carta di sicurezza, la
carta di fede civica, ora ci vuole anche la carta degli inquilini. Viviamo nella Repubblica delle carte. Lo
scrivano mi  costato un bel po e ancora un altro po, perch gli ho detto: non sforzarti a scriverli belli
leggibili i nomi delle mie inquiline. E lui ha usato un inchiostro leggero che si  slavato alla prima
pioggia.
Ma per tornare al dunque: le guardie mi consegnano la condannata, io la faccio stendere su una
panca e le ordino di allargare le gambe.
Lei  impallidita. Per limbarazzo o forse la collera. Per ha ubbidito. Ha aperto le cosce
schiudendole appena appena e io ho dovuto finire di divaricarle. Cercando di non essere brusca, di non
usare violenza, perch so che non tutte riescono a mettersi in quella posizione cos in fretta, e lei era
pietrificata, i muscoli contratti, un vero corpo a corpo. Le ho detto di respirare profondamente, di
rilassare laddome e a poco a poco si  calmata. E le mie dita, queste due dita che in quarantanni di
mestiere hanno toccato centinaia, che dico, migliaia di uteri, queste due mie dita hanno sentito un utero
ingrossato. S, poteva essere gravida.
Ma il dottor Naury e il suo collega avevano fretta e io, maledetta me, ho detto forse e loro,
semplificando, hanno detto no. Perch, mi chiedo. Perch, nellincertezza, condannare oltre alla
madre pure il figlio? E anche guardandola da un altro punto di vista, la perdita di un futuro cittadino
non significa una perdita per lo Stato? Ma c chi insinua Devo forse credergli? Devo credere che la
ghigliottina  diventata il primo ministro della Repubblica?
Olympe
Era il due di novembre quando le guardie mi hanno sospinto su e poi gi e nuovamente su per
una cascata di gradini corrosi, quando mi hanno scagliato dal tremolio delle fiaccole alla luce del
giorno e di nuovo dentro le ombre suscitate dalle fiaccole, quando dal silenzio della mia cella sono
passata al ritmo ossessivo delle domande e delle risposte, agli insulti, agli applausi, alle acclamazioni,
alle parole offerte e scambiate e rubate alla distrazione volontaria o fortuita dei piantoni nellaula del
Tribunale. Tutto ci  finito ed  ancora il due di novembre.
E in questo interminabile due di novembre eccomi seduta una volta di pi sopra un pagliericcio,
nel cuore antico della Conciergerie, ad ascoltare la pioggia che gonfia il fiume, allaga i vicoli bassi
della citt, sommerge gli approdi e gli abbeveratoi travolgendo cavalli e portatori dacqua.
Gocce cadono da una crepa della finestra murata, si allargano accanto ai miei piedi e
trasformano la polvere terrosa del pavimento in una fanghiglia che puzza di latrina.
Ascolto.
Ho tempo: tutta questa notte e lalba di domani e allalba seguir lintero mattino e quindi il
mezzogiorno e il pomeriggio.
Parte del pomeriggio.
Cos, al confronto, il tempo della mia vita passata? Quarantacinque anni, riesco ad attraversarli
con un unico sguardo, a tenerli nel pugno di una sola mano, li ho qui, racchiusi in questo corpo
rimpicciolito e sperso in un immenso presente che lo avvolge e lo inabissa e lo fa riemergere.
Il corpo con le sue contrazioni nervose, le palpitazioni, i dolori al ventre. Che riaffiora e si fa
avanti con protervia per consumare stilla a stilla queste ventiquattro ore pi vaste di un oceano, di una
steppa battuta giorno e notte dagli zoccoli del cavallo del Gran Mogol.
Tutto questo tempo. E solo questo.
Un tuono rotola lontano trascinando con s il ricordo di un letto soffice, di una tisana bollente,
di un soffio daria fresca sul viso al dischiudersi di una finestra.
Ed  sempre il due di novembre.
Intingo la punta della penna nel calamaio tondo, in equilibrio sul piano impagliato della sedia.
Non ho polverino n cenere per asciugare linchiostro che resta vivo sulla carta. Scrivo adagio,
fermandomi spesso, il foglio sulle ginocchia e la tabacchiera piatta che mi fa da scrittoio, perch alla
Conciergerie non ho diritto a un tavolo.
Ho dato alla guardia qualche soldo perch mi procuri una coperta supplementare e delle altre
candele. Mi credevo povera e invece sono ricca: non riuscir a spendere nemmeno quei pochi franchi
che costituiscono il mio personale patrimonio di condannata. Perci sono ricca e posso permettermi il
rosseggiare di una luce calda che duri tutta la notte e una coperta che mi abbracci le gambe.
La candela illumina la mia mano, si riflette dentro i bottoni lucidi della veste, rivela le curve
chiuse e delicate delle roselline che porto ancora in cintura.
Mezzanotte.
Un giorno  finito e comincia laltro.
Comincia con un urto impercettibile, con qualcosa che guizza dentro iTmo ventre e batte prima
di acquietarsi.
Di gi? Impossibile. E tuttavia
Sei tu, bisbiglio, hai fretta di farti sentire, di bussare almeno una volta alla mia attenzione. Ma
non ne hai bisogno, io lo so che ci sei. Sono stata madre. Riconosco questa tensione del corpo, la stessa
che tanti anni fa mi inorgogliva. Anche questo senso di nausea  lo stesso della prima gravidanza e
della seconda, quando aspettavo Julie in una Parigi straniera e fermavo il malessere con le mandorle
comprate da un ambulante che veniva dal sud. Rompevo con le unghie la sottile scorza ramata e la
buccia si apriva e mostrava il frutto candido, schietto come una serata primaverile in riva al Tarn.
No, non mi sbaglio: ti sento. E non mi sbaglierei neppure se tu fossi un sogno o una mia
invenzione, come ha decretato il Tribunale. Linvenzione di una sedicente vedova. Basta un
aggettivo per annientare lautorit di una donna.
Poi la levatrice mi ha aperto, ha cercato, esplorato, si  sciacquata in una catinella e non ha
voluto dire n s n no.
Cos anchio ho rinunciato a ogni certezza.
Ma se davvero si trattasse di uninvenzione del mio corpo, allora so il momento preciso in cui 
successo: quando ho fermato in cintura questo bouquet e lho difeso con la forza della nostalgia, per un
rimpianto di mani che si sfiorano, di sguardi che si cercano, di guance facili al rossore.
Lalba affonda il suo primo raggio nel mastello degli escrementi, al lato opposto della cella.
Lodore dellinchiostro si sovrappone al tanfo acido che sale dal pavimento e lo respinge.
 tiepida adesso lasticciola della penna, non simpunta sulla pagina e, anche se il gelo continua
a intorpidirmi le dita, io scrivo, scrivo Da dieci anni non faccio altro, del resto, perch dovrei
smettere proprio ora? S, scrivo, a dispetto dei pregiudizi, del destino e perfino degli amici, che
nascondevano il loro disprezzo nella galanteria di un verso dtre savante abhorrez la manie - le del
vous fitpour ntre que jole
Sbastien  stato lunico che mi ha incoraggiato, questa  la verit. Ma lui ha saputo narrare la
caduta della Bastiglia ventanni prima che accadesse: ha la vista lunga, da figlio di mercanti. Non  di
quelli che si lasciano sorprendere, anche se talvolta mi rimproverava: Scrivete troppo di furia. E
come si pu evitarlo quando la Storia ti invade e la Rivoluzione incatena ogni tua parola al giorno,
allora e al momento?
Ma oggi non scrivo per la Rivoluzione. Scrivo per te, Pierre, che non sei sogno ma carne e
sangue e sentimenti. Scrivo perch non so cosa lasciarti: ho sempre avuto poco e anche quel poco
ormai se n andato. Non  con loro, del resto, che volevo guadagnarmi il rispetto del mondo. Non ho
mai desiderato altra propriet che non fosse quella dellingegno e della mente.
Ti sembrer sufficiente questo lascito?
In carcere ho conosciuto persone angustiate dal peso della propriet. Uomini che si sono dati la
morte pur di evitare il processo, la condanna e quindi lincameramento dei beni.
Io lho voluto, il mio processo.
Cos a te non restano che le chiavi dei bauli che ho spedito a Tours e la ricevuta del Monte di
Piet, che Justine sicuramente custodisce con sospettosa prudenza nella tasca interna della gonna.
Tredici brumaio. Tre novembre, vieux style.
Una domenica piovosa.
Piove allalba, piove al mattino, piove fino a mezzogiorno.
La sirena di una chiatta si alza vicina e si allontana perdendosi in lontananza.
La morte, diceva Buffon, non  che lultima sfumatura della vita.
Laiutante del boia ha tagliato il colletto della mia camicia e le sue grosse mani di contadino si
stanno facendo largo fra i miei capelli. Sento sulla nuca il loro tocco maldestro e il freddo aguzzo delle
forbici. Ciocche cadono sul pavimento. Si ammucchiano morbidamente ai miei piedi. Il loro colore 
grigio.
Senza che me ne accorgessi, i miei riccioli scuri sono diventati capellucci grigi, smorti, opachi.
Da quanto tempo?, mi chiedo.
E mi stupisco del disappunto che mi agguanta al petto.
Le scarpe pesanti di un prete si fanno strada fra quelle ciocche grigie che una volta erano i miei
capelli.
Un vecchio ministro di Dio, risoluto ad aiutarmi. E come, se confido solo nei miei sogni?
Hanno sostituito la derisione con la violenza, padre: lo preferisco.
Tasto alla cieca, passo e ripasso le dita fra i ciuffi corti e arruffati che non ricresceranno.
Datemi uno specchio.
Una serva si china per piantare a terra un pitale scrostato da cui si sprigiona un fetore di acqua
rancida, di vomito, di paura: Questo ti sar pi utile, cittadina.
Ma poi esce e rientra con uno specchietto ovale dal manico dosso. Lo alzo fino a incontrare la
mia faccia. Sembra pi larga e segnata. Nuda. Il taglio corto non le giova.
Lho sempre detto, non mi si addice la pettinatura alla giacobina.
Nascondo quello scempio sotto una cuffia che la moglie di un secondino ha confezionato
durgenza appositamente per me. Ma la cuffia mi sta larga. N lei n io avevamo previsto che, sotto,
sarebbe mancata a sostenerla la massa dei capelli.
Mi specchio di nuovo. Grazie a Dio non sono troppo pallida.
No, il mio corpo non mi tradir.
 il tre di novembre ed  gi pomeriggio.
Sgancio lorologio dalla cintura e lo consegno.
Deposito sul banco i due portafogli. Il custode li apre e conta il denaro: cinquantatr franchi e
dieci soldi.
Quindi le mie carte.
La lettera per Pierre.
La miniatura con il suo ritratto.
Gli orecchini.
Due anelli, duplice regalo di Jacques.
Mi spoglio di tutto ci che ornava la mia vita. Da questo momento ogni oggetto che
apparteneva al mio tempo quotidiano appartiene alla Repubblica.
Anche la tabacchiera comprata a Montauban, con quel dipinto di Ingres sul coperchio piatto, di
legno, che in tanti anni non ha perso il suo fulgore blu.
Anche il ditale e loccorrente per cucire.
E la cintura intarsiata.
E i guanti.
Per ultimo il bouquet di roselline bianche.
Non posso portare niente con me.
No, dice il guardiano, non vi servir il fazzoletto.
Per mi offre un bicchiere dacquavite.
Lo butto gi in un sorso.
Il mio cuore si allarga, si espande, batte dentro una corona di improvviso calore che gli turbina
attorno come una fiamma.
Hyacinthe
e abbiamo guardato e guardato, ma i cancelli della Conciergerie non si aprivano e noi non
sapevamo come ripararci dal freddo che, invece di diminuire, aumentava con il crescere delle ore. Tutto
un mattino a camminare avanti e indietro, a levare in alto, quando la pioggia scrosciava, un ombrellino
verde subito zuppo dacqua. Justine mi seguiva storta, ingobbita per lumidit e il gelo, ma non cedeva.
Avanti e indietro e i cancelli non si aprivano e non si vedevano n guardie nazionali n soldati a cavallo
ad annunciare luscita della carretta. Allangolo del Pont au Change, un uomo con il berretto frigio
sulla testa canuta faceva ruotare nel cilindro di ferro le caldarroste e intanto controllava i nostri passi.
Verso mezzogiorno la pioggia si  fermata.
Io avevo i piedi gonfi, ero stanca e sentivo la febbre che tornava nel polso affrettato. Sono
andata a sedermi sulla spalletta del lungofiume. La Senna in piena trasudava una schiuma giallastra.
Sulla mia testa, le foglie si asciugavano gocciando svogliate. Poco pi in l, una venditrice di tisane
cercava scampo dallaria pungente infilando i piedi dentro una manciata di paglia umida. Mi sono
avvicinata per comprare una misura di caff. Nel porgermi la tazza, la donna ha accennato con il mento
in direzione della Conciergerie: Qual  oggi il men di Sanson?
Minterrogava ridendo con una sorta di malignit ingenua.
In quel mentre, uno schianto. Ci siamo voltate e abbiamo visto una carrozza di traverso che
ostruiva la strada, le ruote giravano a vuoto scivolando sul fango. In men che non si dica  sbucato dal
nulla un nugolo di facchini. Puntando i piedi nella melma, hanno cominciato a spostare la vettura. Ehi
op, ehi op, gridava di rincalzo intorno a loro una folla di uomini con gli stessi piedi larghi e piatti e il
cranio incassato nelle spalle.
La strada dimprovviso pullulava di giornalieri in cerca di lavoro. Justine li scrutava
borbottando come fa lei, fra s e s. Troppe braccia a battere il vento. Ehi op, ehi op
Io non sentivo il sapore del caff che mi scendeva in gola pi denso del fango. Parigi, pensavo.
Non avevo mai visto la mia citt tanto brutta, sporca e misera.
Quando siamo tornate indietro, le guardie nazionali a cavallo stazionavano davanti alla
Conciergerie.
Sono lontana ma la vedo chiaramente, sulla carretta ferma dietro le sbarre della cancellata.
 sola. In piedi. Quasi irriconoscibile sotto quella cuffia grossolana che le nasconde la fronte.
Le mani senza guanti legate dietro la schiena. Sento un risucchio alle viscere quando un gendarme della
scorta, tenendosi alla stanga, si arrampica sul carro e con entrambe le mani labbranca per le spalle.
Lafferra, la scuote come se non fosse una signora ma unambulante che ha bevuto troppi bicchieri di
rosso.
Vuole costringerla a sedersi. Lei gli resiste.
La carretta si avvia, traballa sgangherata e l dentro la sua figura oscilla, ondeggia a ogni scarto,
le ginocchia si piegano, le braccia legate non trovano un punto dappoggio. Cadr, grido angosciata a
Justine. Ma non cade. Recupera una posizione stabile e resta alta, dritta, in un esercizio di impossibile
equilibrio.
La carretta avanza. Rue Barthlemy. Pont au Change. Rue de la Monnaie. Rue Saint-Honor.
Sullultimo gradino della chiesa di Saint-Roche un violinista suona stringendosi al suo
strumento. La musica si perde in un pigia-pigia di giacche ruvide, mantelli corti, mantelli lunghi,
berretti, cappelli tondi, cappelli a cencio, un ammasso umano che si spintona senza misericordia per
veder passare la famosa de Gouges.
Le finestre delle case si aprono, i balconi si affollano, si riempiono di voci che cozzano luna
contro laltra.
Il ronzio di uno sciame che cala sulla mia testa.
 quella? La teatrante che voleva portare i negri sul palco della Comdie? La girondina che
voleva difendere Capeto? La vedova che si lavava due volte al giorno in un bidet dargento?  quella?
La pazza che scriveva: anche le donne nascono libere
Riesco a raggiungere la carretta, bench il fango sia diventato un brago sdruccioloso.
Mi accodo alla scorta.
Gi si scorgono le terrazze dei giardini delle Tuileries, gremite di curiosi nonostante il
maltempo. Da una carrozza ferma davanti a un portone una mano guantata di bianco si sporge a
chiudere la tendina.
Ha ripreso a piovere furiosamente. Mi riparo alzando il cappuccio del mantello. Lei non ha
mantello. La sua camicia sincolla, fradicia, alla catena delle vertebre, al busto magro che trema con
violenza. Cascate si riversano dalla cuffia sul suo collo nudo.
Sotto il mio cappuccio, io tremo insieme a lei.  un inverno gelido. Linverno della
Rivoluzione.
Mi vedi? Guardami! Ho camminato tanto per raggiungerti.
Ho usato il tuo passo forte e mi sono fatta largo. Guardami!
Non sono la compagna di tuo figlio. Sono il piccolo gufo insonne a cui hai insegnato a uscire
senza paura per le strade di Parigi.
Non sono la madre dei tuoi nipoti. Sono Marie Anne Hyacinthe Mabille e ti sono grata per aver
permesso ai miei diciannove anni di discorrere con i tuoi quaranta come se avessimo la stessa et.
Come posso ringraziarti? Guardami! Appoggiati, ti prego, appoggiati al mio sguardo.
Nel cielo basso compaiono e si bilanciano due forme contrapposte.
A sinistra il peso opulento, femminile, della statua della Libert. A destra lo slancio lineare
della ghigliottina.
Piazza della Rivoluzione.
Sanson figlio, un gigante vestito di nero, gesticola sulla pedana come se stesse maledicendo il
tempo, la folla, i suoi assistenti.
La carretta si  fermata.
Lei scende.
Lalto corpo impacciato, curvo sotto le sferzate dacqua, vacilla, si raddrizza con una fatica
palese.
Dun tratto la pioggia si dirada.
Ma ugualmente  difficile salire verso il palco, le mani legate, la cuffia che gronda negli occhi.
Un gradino. Due gradini.
Uninfinit di gradini.
Olympe
Dunque sarai tu. Sar la tua mano a guidarmi, Henri Sanson, gigante calvo.
Tu e io su questisola di legno scuro e tuttintorno un mare furibondo.
Troppi, troppi si affollano sotto questo palco: gente comune e gente di riguardo, preti, medici e
pittori. Tutti a spiare il momento in cui la morte imperfetta, cos la chiamano gli uomini di scienza,
lascer il posto alla morte assoluta.
Ma quass siamo soli. Tu e io.
La tua mano mi guida e io ne apprezzo il tocco caldo. C una strana intimit nel tuo guidarmi e
nel mio lasciarmi guidare.
Ti piace questa intimit, Henri Sanson?
Forse credi di essere in vantaggio su di me.
Ah s, un vantaggio ce lhai, ma in compenso io ti conosco e ti comprendo meglio di quanto tu
possa immaginare. So che un tempo volevi arruolarti forzando il destino che non permette, a chi nasce
nella casa di un boia, di passare a un altro mestiere. Volevi lunica vera libert: la libert di scelta. Ma
alla fine hai dovuto lasciare lesercito e aiutare tuo padre. Niente di quello che fai dipende dal tuo
volere.
Sei tu lo sconfitto, Henri Sanson, non io.
Dicono che tuo padre tenga un elenco aggiornato di tutti gli uomini e di tutte le donne a cui
rendete il vostro servizio.  un onesto funzionario tuo padre, oltre che un uomo elegante. In jabot di
merletti anche quando coltiva i tulipani nel suo famoso giardino. Puoi esserne fiero, lavora senza mai
scordarsi il decoro.
E con scrupolo. Con diligenza. Niente deve sfuggirgli di ci che accade su questo palco: ogni
parola, ogni grido, ogni sospiro viene annotato sulle sue carte. Lultimo gesto. Lultima frase. Sono
certa che stasera, la penna sospesa sullelenco del giorno, ti chieder anche di me: come si  comportata
la de Gouges?
E tu cosa gli risponderai, Henri Sanson?
La condannata soffriva.
 vero. Soffro. Mi permetto di soffrire. La sofferenza scaccia la paura, tu, boia, non lo sai?, e
perci ora permetto al mio corpo di soffrire, alle mie mani, alle gambe, al collo, agli occhi, ogni singola
parte di me ha il permesso di soffrire.
La condannata tremava.
E tuo padre annoter: la condannata tremava.
 cos? Sto tremando?
Difficile dirlo, Henri Sanson, perch in realt io adesso possiedo due corpi.
Il primo  questo, il corpo apparente, coperto dalla sola camicia, irrigidito dal freddo terribile di
novembre, le braccia insensibili per la corda che le tira indietro e stringe i polsi e li taglia.
Laltro non si vede ma  un corpo integro, lavato dalla pioggia, che sguscia sottile da un
diamante di gelo,  un fiato che mi corre dentro veloce come le nuvole che attraversano compatte il
cielo nero di Parigi. Un cielo in lutto sopra una citt esausta.
Il vecchio sole  sparito e, poich i miei occhi non lo vedranno pi, significa che  scomparso
per sempre.
La condannata piangeva.
S, sono lacrime queste che si fanno strada in mezzo a freddi rivoli di pioggia, le mie guance le
riconoscono dalla loro tiepida mitezza, dal modo in cui corrono e scivolano consolanti lungo il collo,
dentro la camicia, fino allo sterno. Piango. Perch non dovrei?
Io sono una donna, Henri Sanson. Una donna che ha voluto essere qualcuno.  per la dolcezza
di questo sogno che piango.
E perch avrei voluto morire in un giorno di sole, con le braccia libere e il mio piccolo cappello
blu morbidamente calato sulla fronte.
La feuille du Salut Public
Rapporto sulla morte di Olympe de Gouges, 14 brumaio, anno II della Repubblica:
Olympe de Gouges, nata con unimmaginazione esaltata, ha scambiato il suo delirio per
unispirazione della natura: ha voluto essere Uomo di Stato.
Ieri la legge ha punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virt che convengono al suo sesso.
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FINE.
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Postfazione (o quasi).
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Avevo diciotto anni ed ero affamata di storie. Ma non di storie qualsiasi.
A quel tempo, verso la fine degli anni Sessanta, noi ragazze si viveva in una specie di vuoto.
Ben pochi, allora, erano i libri che si preoccupavano di testimoniare, documentare o addirittura provare
la nostra esistenza nella Storia. A un certo punto per (difficile stabilire esattamente quando)
cominciammo a stufarci di questa faccenda, cio di non possedere un passato.
Anche se, in compenso, proprio la Storia - qualcuno preferiva parlare di Natura - ci aveva
rifornito di un bel piedistallo su cui troneggiare: la famosa femminilit. Ma qui si apriva una
contraddizione. Perch, Storia o Natura, il fatto  che ciascuna di noi, pur essendo in modo
incontestabile una singola entit, si ritrovava poi a far parte di un insieme, una specie di splendido e
ancestrale organismo collettivo chiamato appunto La Donna. Poesie, canzoni, film, romanzi Chi
mai poteva sostenere che quella Donna vivesse in un vuoto? Quante, ma quante opere dedicate a Lei,
ispirate da Lei, che ragionavano di Lei, che la svelavano a se stessa! Che altro cera da aggiungere a
tutto quel ben di Dio?
Mi sentivo un po confusa. Non sapevo che pensare. Per sicuramente qualcosa non tornava:
avevo limpressione che il mito della Donna non corrispondesse affatto alla vita e allesperienza delle
donne. Pensa e ripensa, giunsi alla conclusione che quel magnifico singolare era in realt un dono
avvelenato, capace di annullare con il suo peso le nostre varie e plurali esistenze. E allora, poich non
volevo pi vivere immersa in una femminilit senza tempo, senza volto e senza vo ce propria,
cominciai a cercare, nella Storia, le storie. Divenni una pescatrice di vite perdute. Cos scrive Don De
Lillo in quella meraviglia di romanzo che  Underworld: le donne sono pescatrici di vite perdute.
Per la verit, De Lillo fa riferimento allabitudine, tutta femminile, di farsi sempre carico dei
problemi altrui: crocerossine in famiglia, crocerossine in amore, crocerossine sul lavoro.
In una parola: crocerossine del mondo. Unabitudine spesso pi deplorevole che lodevole, ma
non  di questo che voglio parlare. Voglio parlare invece del fatto che noi, ragazze di fine anni
Sessanta, allimprovviso o forse no, in qualche maniera, non so come, diventammo crocerossine di noi
stesse. E, di conseguenza, pescatrici di vite perdute.
Insomma, ce la mettemmo tutta per ripescare quelle donne che ci avevano preceduto nel tempo
e ci avevano lasciato uninvisibile eredit di parole, di sogni, di gesti significativi.
Proprio in quel periodo di affannose ed entusiasmanti ricerche da autodidatta lessi un piccolo
libro, pubblicato dagli Editori Riuniti: Storia dellemancipazione femminile, scritto da Luciana
Capezzuoli e Grazia Cappabianca (due nomi a me peraltro sconosciuti). Durante la lettura mimbattei
in questa frase:
Nel 1791 Olimpia de Gouges, con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina,
indirizz le aspirazioni femminili verso una vera uguaglianza.
Mi chiesi: ma allora esiste una falsa uguaglianza? E chi era quella donna che aveva saputo
discernere il vero dal falso?
Avvenne in questo modo il mio primo incontro con la capostipite del pensiero femminile
moderno. La sola donna che, al tempo della Rivoluzione, pose il problema della presenza femminile
sulla scena politica. La sola che os immaginarsi Uomo di Stato (Donna di Stato era, a quellepoca
- e forse, a ben pensarci, anche alla nostra - un nonsenso, o meglio un ossimoro).
 passato un bel po di tempo da quella mia scoperta giovanile.
Io non ho pi diciotto anni ma Olympe de Gouges non  pi una vita perduta. A volte succede
che il tempo non passi invano. Oggi, grazie alla fame di Storia e di storie della mia generazione,
Olympe de Gouges  di nuovo letta, studiata e discussa con lattenzione e il rispetto che le sono dovuti.
Di lei si pu certamente dire che  stata la pi scomoda, fra le donne della Rivoluzione francese:
la pi innovatrice. Non a caso allinizio del Novecento un medico militare, il cui nome non merita di
essere ricordato, scrisse un opuscolo (scientifico) per analizzare proprio il caso de Gouges. La
Rivoluzione, sosteneva costui, fa credere alle donne di potersi appropriare di qualit tipiche delluomo,
e questo errore le conduce a gravi patologie. Olympe aveva coraggio, riconosce il nostro medico, ma
rovinato da un desiderio eccessivo di originalit, da bizzarre idee femministe e da una demente vanit
che linduceva a incredibili stravaganze, tipo fare il bagno tutti i giorni o, almeno, un pediluvio. Era
malata, senza dubbio. E il nome della sua malattia era: paranoia reformatoria. Voleva riformare il
mondo. Una follia,  evidente.
Ma, a dispetto di questa diagnosi, Olympe de Gouges  riuscita a occupare nella Storia il posto
che le compete. Cos oggi conosciamo, grazie ad alcune biografie (la pi completa, quella di Olivier
Blanc), le tappe della sua movimentata esistenza, possiamo leggere in edizioni moderne i suoi testi
politici (ma pi di tremila pagine giacciono ancora inedite negli archivi francesi) o il suo romanzo
autobiografico e gli scritti teatrali, riproposti da Elni Varikas e da Gisela Thiele-Knobloch. Se
vogliamo, possiamo anche avvicinarci al suo pensiero tramite le analisi e le interpretazioni delle
storiche e delle fiiosofe femministe:
Joan Scott, Christiane Veauvy, Alisa Del Re, Maria Luisa Boccia, per citarne alcune.
Joan Scott, per esempio,  partita dal dibattito settecentesco sullimmaginazione per mostrare
come Olympe de Gouges abbia fondato la sua azione politica proprio su questo concetto,
rielaborandolo in una chiave originale e personalissima (non per niente i suoi nemici, nel corso dei
secoli, hanno insi stito sullimmaginazione esaltata o sulla fatale immaginazione dei sogni di Olympe).
Maria Luisa Boccia, da parte sua, vede in Olympe de Gouges unantesignana del pensiero
anti-emancipazionista.
In parole povere: mentre Mary Wollstonecraft, laltra grande madre storica del femminismo,
contemporanea della de Gouges, ipotizza una societ regolata e organizzata in forme asessuate, che
non tengano conto cio dellappartenenza del cittadino allun sesso o allaltro, Olympe de Gouges
rivendica, al contrario, una societ in cui uomini e donne non siano ricondotti a un unico soggetto
neutro e disincarnato (disincarnato, appunto, perch neutro). Le donne, dice sostanzialmente nella sua
Dichiarazione dei diritti, prendono parte alla fondazione dello Stato proprio in quanto soggetto
differente. E in questo Olympe de Gouges si rivela davvero moderna, molto pi vicina alla nostra
sensibilit della Wollstonecraft.
Ma al di l di tutto, delle diatribe e delle interpretazioni storiche, delle calunnie interessate,
dellodio o dellamore suscitato, vorrei dire che in una cosa almeno Olympe aveva sicuramente
ragione: le parole sopravvivono al sangue che sporca anche le Rivoluzioni. Non  il sangue, sono le
parole a spezzare la catena del destino e a introdurre la speranza nella Storia.
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1793-Cronologia.
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21 gennaio: esecuzione di Luigi 14esimo.
24 gennaio: rottura delle relazioni diplomatiche tra Francia e Inghilterra 1 febbraio: la
Convenzione (nuova assemblea costituente, eletta a suffragio universale maschile dopo la sospensione
del re e la caduta della monarchia, nel settembre del 1792) dichiara guerra a Inghilterra e Olanda;
emissione di ottocento milioni di assegnati (moneta cartacea, il cui valore era garantito dai beni
confiscati durante la Rivoluzione)
24 febbraio: un decreto proclama la leva obbligatoria per 300.000 uomini 25-26 febbraio:
saccheggi di botteghe e tumulti a Parigi contro laumento dei prezzi 3 marzo: inizio dellinsurrezione
realista in Bretagna 7 marzo: dichiarazione di guerra alla Spagna 10 marzo: viene istituito il Tribunale
Rivoluzionario con Fouquier Tinville come pubblica accusa; a Parigi vengono distrutte e saccheggiate
le stamperie dei giornali girondini 11 marzo: comincia linsurrezione della Vandea con il rifiuto della
coscrizione obbligatoria 25 marzo: la Russia si allea con lInghilterra contro la Francia 5 aprile: Marat
viene eletto alla presidenza dei giacobini (il pi famoso club della Rivoluzione, allinizio aperto a tutti);
il neo-presidente, nel suo discorso, incita alla sollevazione contro i girondini, che sono chiamati cos
perch in origine si erano organizzati come gruppo politico attorno ad alcuni deputati del dipartimento
della Gironda (Vergniaud, fra gli altri), in un primo tempo sono alleati di Robespierre e fanno parte del
club dei giacobini, da cui si distaccano dopo i massacri del settembre 1792, inquieti per il potere che
va assumendo la Comune di Parigi. Vengono tutti dalla provincia, sono ostili alla dittatura parigina e
per questo saranno accusati di federalismo. Dopo aver tentato invano di evitare lesecuzione del re, si
battono (senza successo) contro listituzione del Tribunale Rivoluzionario.
6 aprile: creazione del Comitato di Salute Pubblica da parte della
Convenzione
8 aprile: ventidue deputati girondini vengono denunciati come controrivoluzionari dalla sezione
Bon Conseil 11 aprile: la Convenzione decreta il corso forzato degli assegnati 12 aprile: la
Convenzione (a dominanza girondina) vota larresto di Marat 15 aprile: a nome di 35 sezioni parigine
su 48, il sindaco di Parigi,
Pache, domanda alla Convenzione larresto dei ventidue deputati girondini 24 aprile: Marat,
assolto dal Tribunale Rivoluzionario, viene portato in trionfo alla Convenzione 30 aprile: le donne
vengono escluse dallesercito con un apposito decreto 10 maggio: viene fondato il club delle Cittadine
Repubblicane Rivoluzionarie
24 maggio: arresto di Hbert, direttore del Pre Duchesne, avversario dei girondini 26 maggio:
Marat e Robespierre incitano alla sollevazione 27 maggio: i sanculotti liberano Hbert 29 maggio: la
Comune di Parigi costituisce un comitato segreto per preparare la rivolta contro la Convenzione (che si
rifiuta di far arrestare i ventidue deputati girondini);  ormai al suo culmine la lotta fra Gironda e
Montagna (un gruppo politicamente non omogeneo, che si definisce a poco a poco proprio in
opposizione alla Gironda e che domina il club dei giacobini dopo che la Gironda lha disertato)
2 giugno: nuova giornata insurrezionale; prigioniera dei sanculotti e della Guardia Nazionale, la
Convenzione  costretta a votare larresto di 29 deputati girondini e dei due ministri Clavire e Lebrun:
 la caduta della Gironda 3 giugno: Marsiglia, Nimes, Tolosa si ribellano al colpo di forza parigino del
2 giugno 7 giugno: rivolta di Bordeaux contro i montagnardi.
9 giugno: inizia la grande rivolta della Vandea;  in rivolta anche il dipartimento del Calvados
13 giugno: i rappresentanti di 60 dipartimenti insorti si riuniscono a Caen 14 giugno: la Convenzione
adotta la Costituzione del 1793 (che non sar mai applicata): si riconosce il diritto allinsurrezione
quando il governo viola i diritti del popolo; alle donne non viene riconosciuto alcun diritto politico
13 luglio: assassinio di Marat per mano di Charlotte Corday 16 luglio: funerali di Marat; Robespierre si
oppone alla sua inumazione al Pantheon 17 luglio: condanna a morte di Charlotte Corday
20 luglio: arresto di Olympe de Gouges.
22 luglio: il generale Custine, comandante dellarmata del Reno, viene arrestato 27 luglio:
elezione di Robespierre al Comitato di Salute Pubblica; la Convenzione instaura la pena di morte per
gli accaparratori 1 agosto: un decreto ordina di praticare, in Vandea e nei dipartimenti insorti, la
politica della terra bruciata
22 agosto: Robespierre viene eletto alla presidenza della Convenzione
23 agosto: si vota la leva di massa per tutti gli uomini dai 18 ai 25 anni, non sposati o vedovi
senza figli 28 agosto: il Tribunale Rivoluzionario condanna a morte il generale Custine 30 agosto: si
chiede alla Convenzione di mettere allordine del giorno il Terrore
4 settembre: manifestazioni per il pane 8 settembre: vittoria francese a Hondschoote sulle
truppe inglesi e olandesi 9 settembre: la Convenzione organizza larmata rivoluzionaria e ne affida il
comando a Ronsin (uomo della fazione hbertista che verr ghigliottinato, insieme a Hbert, il 24
marzo 1794)
17 settembre: viene votata la legge dei sospetti; la definizione che si da della persona
sospetta  talmente vaga che alcuni datano proprio da questo decreto linizio del Terrore 21 settembre:
la Convenzione rende obbligatoria la coccarda tricolore per le donne 29 settembre: la Convenzione
istituisce il maximum generale (il calmiere) per le derrate di prima necessit, ma anche per i salari 5
ottobre: entra in vigore il calendario rivoluzionario, che segna la rottura politica e, insieme, religiosa
con il passato 10 ottobre: il governo viene dichiarato rivoluzionario fino alla pace
16 ottobre: esecuzione di Maria Antonietta 30 ottobre: il Tribunale Rivoluzionario condanna a
morte i deputati girondini; dopo la lettura del rapporto Amar (membro del Comitato di Sicurezza
generale), la Convenzione proibisce le associazioni politiche femminili (alla capacit politica della
donna si oppongono la sua debolezza fisica e morale, i suoi doveri naturali); tutti i club femminili
vengono sciolti 31 ottobre: esecuzione dei girondini 3 novembre: Olympe de Gouges viene
ghigliottinata 7 novembre: esecuzione di Philippe Egalit, duca dOrleans; insieme a lui, viene
ghigliottinata madame de Kolly 8 novembre: esecuzione di madame Roland 20 novembre: Danton
torna a Parigi e da inizio a una campagna per la pace, lindulgenza e la riconciliazione nazionale 23
novembre: tutti i luoghi di culto della capitale vengono chiusi per ordine della Comune 3 dicembre: la
politica di Danton viene attaccata al club dei giacobini 19 dicembre: il capitano Bonaparte conquista la
sua prima notoriet durante la presa di Tolone
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Ringraziamenti.
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Questo libro ha avuto bisogno, per essere scritto, di una quantit notevole di documenti di vario
genere. La ricerca, la lettura e lo studio di questi documenti mi hanno impegnato per diversi anni.
Desidero ringraziare di cuore tutti quelli e tutte quelle che mi hanno aiutato e sostenuto durante questa
lunga impresa e in particolare i miei amici e le mie amiche francesi (di nascita o di residenza). A
Parigi,
Silvia Contarini non solo ha cercato ma anche fotocopiato, con una pazienza di cui le sar
sempre grata, centinaia di pagine introvabili.
Claude Dupr e Margherita Marras hanno fatto altrettanto a Marsiglia.
Christiane Veauvy e Laura Pisano mi hanno fornito, proprio allinizio del lavoro, una
bibliografia e indicazioni preziose. Mimma De Leo mi ha donato una breve biografia (che a tuttoggi
resta lunica biografia italiana di Olympe de Gouges) da lei scritta nel 1990, mentre Massimo Felisatti
mi ha messo a disposizione (con gesto di vera amicizia) la sua biblioteca personale. La libreria francese
di Roma, La Procure, mi ha aiutato trovandomi, con gentilezza e sollecitudine, alcuni testi importanti.
Fondamentale  stata la fornitissima biblioteca della Fondazione Basso e soprattutto Maurizio Locusta,
che non si  mai spazientito per la mia inettitudine nelle ricerche al computer.
Grazie anche a Eia Mascia, che mi ha permesso di finire questo libro, ospitandomi
generosamente nella sua splendida casa al centro di Roma durante il pi lungo trasloco della mia vita. E
grazie a Donatella Barbieri, che mi  sempre vicina, alla mia editrice, Carla Tanzi, per la sua fiducia
nelle mie storie e a Ilde Buratti per il suo lavoro di estrema e amorevole precisione: in effetti, come
dice Stephen King, scrivere  umano, editare  divino.
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FINE.